10 giorni di dolore – non ha prezzo! Camino Francés da León
2014, da León a Santiago: 280 km in nove giorni sul Camino Francés – con vesciche, un giorno di riposo, l’amico pellegrino Rodolfo e tanto umorismo.

Nel luglio 2014 l’autore è partito in pellegrinaggio, d’impulso e da solo, sul Camino Francés da León a Santiago de Compostela: 280 chilometri in nove giorni di cammino più un giorno di riposo – con gli scarponi da lavoro, con vesciche infiammate, ma con tanto umorismo e con Rodolfo, un compagno di strada partito dalla Svizzera.
La decisione
La decisione di andare in pellegrinaggio a Santiago l’ho presa con un preavviso piuttosto breve. È vero che giocavo già da tempo con l’idea di mettermi in cammino sulla Via di San Giacomo, ma a pensarci seriamente ho cominciato solo a giugno 2014. Ero al lavoro e mi sono detto, così, di punto in bianco: a luglio ho 4 settimane di ferie, potrei anche provarci.
A casa mi sono messo al portatile e ho cominciato a fare ricerche a fondo. Visto che fino ad allora non avevo la minima idea di niente, c’erano parecchie cose da scoprire. Prima di tutto bisognava chiarire le domande più elementari. Che erano queste:
- Quando parto?
- Per quanto tempo e per quanta strada voglio camminare?
- Quale cammino farò?
- Da dove parto?
- Come ci arrivo?
- Dove trovo una credenziale del pellegrino?
- Che attrezzatura mi serve?
- Come torno a casa?
Ho fatto ricerche al portatile per diversi giorni, finché in pratica non avevo raccolto tutto. Ma dentro di me la decisione di partire davvero non era ancora presa. Così ho dato una piccola spinta al mio processo decisionale. Dato che andata e ritorno le avrei fatte in aereo, ho aperto il più caro dei voli e mi sono detto: “Se lo prenoto adesso, non si torna più indietro!” E alla fine il mio indice è sceso al rallentatore sul touchpad, facendo premere al cursore sullo schermo il pulsante “Prenota ora a pagamento”. Era ufficiale: sarei andato in pellegrinaggio!
Da lì in poi, in due giorni ho avviato tutto il necessario ed ero pronto per la grande avventura.
Sulla questione “da solo o in gruppo” mi era chiaro fin dall’inizio che sarei andato da solo. I motivi erano questi:
Il più banale di tutti è probabilmente che, su due piedi, non conosco nessuno nella mia cerchia di amici che avrei potuto entusiasmare per questa avventura.
Inoltre sono sicuro che prima o poi tra noi “sarebbe scoppiata”, se si vuole per forza camminare con un’altra persona o addirittura con un gruppo. Perché dal mio punto di vista è praticamente impossibile trovare qualcuno che abbia il mio stesso ritmo!
Voglio alzarmi quando voglio io.
Voglio partire quando voglio io.
Voglio camminare veloce quanto voglio io, senza dovermi adattare al passo di un altro pellegrino.
Voglio fare pausa quando voglio io.
Voglio scegliere le tappe come voglio io.
Voglio stare in pace.
In breve:
Voglio fare quello che voglio!
Ed è esattamente quello che ho fatto. Ho scelto il Camino Francés. Partirò da León. Per un percorso di circa 310 km ho previsto 10 giorni di cammino, più andata e ritorno. Significa una media di oltre 30 chilometri al giorno, ma mi sembrava del tutto realistico e fattibile, anche perché non sono proprio tra i meno sportivi. Come date ho scelto dal 13 al 24 luglio 2014.
Ma un momento! Il 13 luglio c’è la finale dei Mondiali! Se la Germania arriva in finale, non potrò andare al maxischermo. Ma siccome ero convinto che anche stavolta non saremmo arrivati in finale, ho tenuto quelle date. E come tutti sappiamo, avrei avuto ragione! ;-)
Il perché
Perché lo faccio, in fondo? Me lo sono chiesto più volte. La risposta è un miscuglio di spiritualità, sportività e voglia d’avventura.
Da una parte c’è la sfida fisica, che voglio affrontare volentieri. Faccia a faccia con la mia pigrizia interiore!
Poi sento il bisogno di staccare completamente, per una volta, e di limitarmi a pensare; a cosa, in realtà, non mi importa. Semplicemente pensare in pace.
A questo si aggiunge una bella dose di voglia d’avventura. Verso l’ignoto senza grandi piani né conoscenze: questa scarica di adrenalina la volevo, e l’ho avuta.
La preparazione
Un po’ alla volta ho messo insieme tutto quello che mi serviva per la mia avventura. Dallo zaino, che mi ero fatto prestare dal mio migliore amico, alla credenziale, fino alle scarpe. Per le scarpe avevo scelto i miei scarponi d’intervento del lavoro, che porto da 10 anni e con cui avevo già fatto senza problemi anche escursioni lunghe. Un errore dalle gravi conseguenze, come vedremo più avanti. Di medicine di ogni tipo, almeno, non ne sarebbero mancate.

Per ogni acciacco il rimedio giusto!
Il viaggio di andata (13–14/07/2014)
Si parte!
Il viaggio fino a León l’ho fatto in due tappe. Prima, di domenica, ho volato da Stoccarda a Barcellona. Appena arrivato mi sono messo subito alla ricerca di un locale adatto per guardare la finale dei Mondiali, contro ogni previsione con la Germania in campo. Per prima cosa ho dovuto constatare che a Barcellona non c’era niente di simile a un maxischermo pubblico; forse c’entrava l’eliminazione della nazionale spagnola già nella fase a gironi. Dopo un’oretta avevo trovato un accogliente pub irlandese, dove la partita veniva trasmessa su uno schermo di 2 metri. Dopo una cena sostanziosa e una bella serata di calcio, appena finita la partita sono andato a letto da fresco campione del mondo.
Il giorno dopo la sveglia è suonata già alle 5. In taxi sono tornato all’aeroporto. Lì mi aspettava un piccolo, carinissimo jet con appena 34 posti. Mi ha portato all’aeroporto di León, dove il mio pellegrinaggio è iniziato definitivamente. L’aeroporto di León, tra l’altro, è ancora più piccolo di quello di Saarbrücken e merita il nome di aeroporto solo fino a un certo punto. Si trova a pochi chilometri dalla città, nel tranquillo paesino di La Virgen del Camino. Come dice già il nome, il Camino passa proprio di lì, il che significava che potevo mettermi in cammino direttamente dall’aeroporto.
Così sono uscito dal terminal, ho fatto un bel respiro profondo e ho semplicemente cominciato a camminare.

Da élite: in jet da Barcellona a León.
14/07/2014: La Virgen del Camino – Hospital de Órbigo (29 km, 6 h 04 min)
Arrivato in paese dall’aeroporto, per prima cosa mi sono procurato subito il primo timbro a un ufficio turistico. Ed è proprio lì che sono rimasto a bocca aperta per la prima volta. Davanti a me c’era un uomo scalzo che mi ha salutato con un allegro “Buen Camino”. Abbiamo scambiato due parole. Ho scoperto che quell’uomo era partito dal Belgio, e a piedi nudi! Una follia assoluta, secondo me.
Dopodiché si è cominciato sul serio. Dov’è la prima freccia o la prima conchiglia che mi indica la strada? Dopo poco l’ho trovata e ho mosso i miei primi metri su questo cammino leggendario, già percorso da tantissimi prima di me.
Essendo il mio primo giorno, tutto quello che vedevo era spettacolare e interessante. Ogni freccia e ogni conchiglia andavano fotografate. Col senno di poi, però, devo dire che questa prima tappa è stata la “meno bella”. Prima si attraversava una zona industriale, che non trasmetteva esattamente il fascino di un cammino di pellegrinaggio secolare. Poi si andava avanti per ore sempre dritto lungo una strada statale molto trafficata. I piedi cominciavano già qui a bruciare non poco. Una cosa che però ho notato fin dal primo giorno sono state le tantissime cicogne! Cicogne dappertutto. Su quasi ogni campanile c’era un nido, dove di solito stava una coppia di cicogne con i piccoli.
Un’altra cosa che ho notato sono stati gli abitanti, gentilissimi, lungo il Cammino. Ti salutavano sempre con un cordiale “Buen Camino”. Alcuni mettevano perfino dei tavolini con biscotti e acqua sul marciapiede davanti alla porta di casa, dove i pellegrini potevano rifocillarsi gratis. Questa ospitalità non sarebbe venuta meno fino all’ultimo giorno!
Mentre camminavo così, ostinatamente dritto lungo la statale, ho notato una pianta alta quanto un uomo, che cresceva a centinaia sul bordo del sentiero. Siccome sono molto curioso, ho strappato un gambo e l’ho annusato. La pianta aveva un fortissimo odore di anice. Sarà una pianta di anice? Boh, perché non so che aspetto abbiano le piante di anice. Ma potrebbe anche essere finocchio, penso tra me. A fine giornata ho chiesto al dottor Google, che mi ha fatto capire senza ombra di dubbio che si trattava di piante di finocchio.
L’ingresso di Hospital de Órbigo ha ripagato il paesaggio fin lì poco attraente. Il ponte con le sue innumerevoli arcate mi ha colpito profondamente. Mi sono fermato all’“Albergue Verde”. L’ostello è gestito da una “coppia alternativa”, e mi sono sentito un po’ come a Woodstock. Le verdure erano coltivate da loro, alla cena comune si pregava e si cantava. Poi ci si riuniva sulla terrazza, dove la serata si chiudeva in allegria con chitarra e canti. Quello che ho constatato allo specchio era che mi ero ustionato per bene la faccia e la testa. Di mettermi il cappello, purtroppo, mi è venuto in mente troppo tardi. Nei giorni seguenti, però, quel nobile accessorio non me lo sono più tolto dalla testa.

Il giardino dell’Albergue Verde a Hospital de Órbigo

Scalzo dal Belgio a Santiago!

Senza cappello! La scottatura non si è fatta attendere!

Cicogne! Cicogne dappertutto!

L’ingresso di Hospital de Órbigo

Ricarica di elettroliti!

Cena all’albergue. Israele, Spagna, Ungheria… una tavolata internazionale.

Zuppa di verdure come antipasto

Pizza vegetariana e insalata di broccoli!

Torta di zucchine come dessert

Tramonto all’albergue

Serata in compagnia con le note della chitarra dopo cena

La prima freccia a La Virgen del Camino…. si parte!

Qui si trovano spesso sculture di pellegrini

Qui perdersi è davvero difficile

Per chilometri dritto lungo la statale. Non proprio un bello spettacolo…

Il dormitorio dell’albergue.
15/07/2014: Hospital de Órbigo – El Ganso (30,7 km, 6 h 35 min)
Oggi sono partito relativamente tardi, alle 8:30. Nei giorni successivi a quell’ora ero in cammino già da un pezzo.
Già dopo qualche chilometro mi sono accorto che i piedi cominciavano a farmi sempre più male. Al punto che ad Astorga mi sono detto: “Non faccio un passo di più!” Mi sono seduto in un locale e ho cominciato a chiedermi seriamente come avrei fatto a percorrere ancora 270 chilometri con quei piedi. L’idea degli scarponi d’intervento non era poi così geniale come avevo pensato. Un classico errore da principiante; e proprio a me, saccente e so-tutto-io appassionato! Mi sono detto però che non avrei mollato per nessun motivo. Dentro di me vedevo già le facce ridenti di quelli rimasti a casa, che tanto un’avventura del genere non me l’avrebbero mai creduta possibile. Quindi arrendersi era fuori discussione. Siccome nello zaino avevo anche le scarpe da corsa di riserva, ho cambiato gomme. In Formula 1 si direbbe “dalla mescola dura alla morbida”.
Piccola aggiunta:
A proposito della bella città di Astorga, vorrei però citare un’opera sensazionale. Si tratta di un passaggio a livello per pedoni e ciclisti. Qui è stata costruita una torre di metallo che prima sale a serpentina per 2 piani e circa 10 metri, poi passa sopra i binari e scende di nuovo allo stesso modo. Il passaggio sopra i binari, che in linea d’aria sarebbe lungo 5 metri, ha così una lunghezza effettiva di oltre 100 metri. Perché farla semplice, se si può farla complicata?!? A quanto pare non lo sanno fare solo i tedeschi, ma anche gli spagnoli. Purtroppo non ho fatto nessuna foto dell’opera: il dolore ai piedi me l’ha fatto dimenticare.
Fine dell’aggiunta.
Una volta ripartito con le scarpe da ginnastica, andava decisamente meglio. Quello che sarebbe emerso dopo, però, era che i piedi erano già talmente malconci che i giorni seguenti sarebbero diventati una vera sfida.
Ora si entrava piano piano nei Montes de León, sempre più su, lentamente ma inesorabilmente. Su sterrati che non finivano mai e che ai miei piedi non facevano esattamente bene.
E pian piano anche la testa cominciava a trovare un po’ di pace, quando per un attimo riuscivo a non pensare al dolore ai piedi. E cosa si fa quando non si pensa a niente? Be’, io personalmente mi sorprendevo regolarmente a cantare canzoni dentro di me, o anche a canticchiarle in modo ben udibile. Era un’accozzaglia di canzoni attraverso tutta la storia della musica internazionale. Ma come si suol dire… se aiuta!
Dopo 30 chilometri sono arrivato nel paesino di “El Ganso”, dove ho concluso la mia seconda tappa in un ostello piccolo ma delizioso. Lì ho conosciuto Rodolfo, che sarebbe diventato il mio compagno quasi costante. Rodolfo è nato in Italia e vive in Svizzera. Come avrei scoperto nei giorni seguenti, avevo incontrato un uomo davvero straordinario, con una vita leggendaria. Rodolfo è partito per il Camino da casa sua, in Svizzera, e fino a Santiago avrà percorso più di 2100 chilometri! Durante il nostro cammino insieme abbiamo fatto tante conversazioni preziose, a cui non vorrei più rinunciare.
Di notte sono stato svegliato da una rumorosa flatulenza. Il Camino è così. Back to the Pups! Chi fosse il mittente, però, non saprei dirlo.
Vorrei menzionare anche tre italiani che dormivano anche loro in questo ostello. Uno di loro era cieco e veniva guidato passo dopo passo dagli altri due: e questo, presumibilmente, fino a Santiago. Chapeau!!!

Buon viso a cattivo gioco… Il dolore è ormai quasi insopportabile!

La meta è il cammino! Sempre dritto!

Il mattino ha l’ombra più lunga

Poco prima di Astorga

Il mercato settimanale di Astorga

Sembra più buono di quanto non fosse…

Un selfie ogni tanto non fa mai male!

E di nuovo dritto….a perdita d’occhio

…

Metterci dentro i piedi … purtroppo non si può

L’albergue di El Ganso… Piccolo ma delizioso!

Astorga

Astorga…
16/07/2014: El Ganso – Molinaseca (35,4 km, 7 h 50 min)
Quel giorno sono partito già alle 7:00. Con il caldo torrido che non dava tregua e temperature di quasi 40 gradi verso le 18, aveva senso partire presto e fermarsi per tempo in un ostello. Rodolfo era partito già verso le 6:00, e quel giorno non l’avrei più rivisto.
Nei primi chilometri, nella sabbia morbida del terreno, si vedeva che lì dovevano essere passate diverse persone a piedi nudi. Ho pensato subito al belga di La Virgen del Camino. Ma non era lui l’autore delle impronte, come ho potuto constatare più tardi. Ho visto infatti un altro uomo che camminava anche lui scalzo su quel terreno estremo e con quel caldo. Per me ancora oggi inimmaginabile.
Il paesaggio lungo la salita verso il “tetto del Camino” è magnifico. Sentieri stretti si fanno strada tra prati verdi e boschetti. E in più un panorama da cartolina.
Nella tappa di oggi c’era uno dei momenti clou del Camino Francés: la Cruz de Ferro. Con i suoi 1528 metri sul livello del mare è il punto più alto dei cammini di Santiago spagnoli. Quel momento, però, non sono riuscito a godermelo davvero. I piedi facevano così male che praticamente non si riusciva a pensare ad altro. E nei giorni successivi non sarebbe cambiato.
Nel caldo infernale della discesa mi sono accorto che prima di partire avevo dimenticato di riempire le mie scorte d’acqua. Nello zaino avevo una “Camelbag” da 2 litri. Con un tubicino si poteva bere camminando, senza togliersi lo zaino. In più avevo una borraccia in vita, che riempivo a ogni occasione; ma non quel giorno. Non voglio dire che fossi disidratato, ma di sicuro mancava poco. Arrivato a Manjarín, sono andato dal templare che vive lì – un templare !vero!. Lui offre acqua e biscotti in cambio di un’offerta libera. Dopo essermi scolato quasi d’un fiato circa 3 litri d’acqua, ho riempito le mie scorte, ho preso una manciata di biscotti e ho proseguito. Naturalmente ho anche lasciato un’offerta.
Informazione per tutti quelli che prima o poi passeranno di qui: se vuoi, puoi farti benedire dal templare. Lo fa con la spada e tutto il cucuzzaro!
Dopo una discesa molto impegnativa sono arrivato a Molinaseca. Per me il paese più bello di tutto il mio pellegrinaggio. Si entra in paese attraverso un placido ponte sul Río Meruelo. Uno spettacolo da sogno!
L’ostello di quel giorno è stato, a posteriori, il peggiore del mio Camino. Ho dormito bene lo stesso, dopo aver medicato come meglio potevo le vesciche ai piedi.

Scalzo fino alla Cruz de Ferro!

Molinaseca…. Semplicemente bellissima!

L’ostello di Molinaseca… non proprio da consigliare…

Alba a El Ganso…

Impressioni

Impressioni

Panorama magnifico

Alla Cruz de Ferro…. 1528 metri sul livello del mare

Dal templare a Manjarín

Manjarín

Il cane da “guardia” del templare

La dura discesa …

L’ingresso di Molinaseca

L’ingresso di Molinaseca…

Molinaseca…

Molinaseca

Isotonica e buonissima!

Qui sembrava ancora più o meno a posto… ma la vescica non c’era più verso di salvarla…

L’uscita da El Ganso

Rabanal del Camino

Colazione all’aperto… purtroppo senza di me.. non ho tempo… devo andare avanti!!!

In salita verso la Cruz de Ferro

Impressioni

Impressioni

Impressioni

Foncebadón

Cruz de Ferro

Selfie ad alta quota…

Discesa verso Molinaseca

Impressioni
17/07/2014: Molinaseca – Pereje (40,6 km, 8 h 42 min)
Di nuovo sono partito alle 7:00. Quel giorno sono riuscito in un’impresa quasi impossibile su questo cammino: mi sono perso. In un negozietto mi ero comprato una pesca. Era così dura che si è presa tutta la mia concentrazione. Per la paura di mordere il nocciolo, a una rotonda ho girato a sinistra invece di seguire la freccia gialla dritto. Il che mi ha regalato più di un chilometro di deviazione. A Ponferrada ho poi spedito un pacco all’ufficio postale, mandando a casa in tutto 5 chili di bagaglio inutile. Le spese di spedizione sono state più di 50 euro, e il pacco a tutt’oggi a casa non è mai arrivato. Una richiesta di ricerca finora non ha avuto esito. – che rabbia!
Su una strada asfaltata si passava accanto a campi dove si coltivavano mais, zucchine e altre verdure. Per l’irrigazione c’era un ingegnoso sistema di canali. L’acqua, che probabilmente veniva da un fiume, viene condotta lungo i campi attraverso dei canali. Con delle paratoie che si sollevano, ogni campo può poi essere irrigato singolarmente.
A me, da appassionato giardiniere della domenica, ha colpito un signore anziano che aveva appena raccolto un carretto pieno di zucchine. Quei cosi erano lunghi almeno 50 cm e pesavano, a occhio, diversi chili. Ma chi vuole mangiare roba del genere??? Quando le zucchine diventano così grandi sono dure come pietre e in pratica non si possono più mangiare come si deve. Per questo la mia teoria era che quei colossi fossero destinati al bestiame.
Subito dopo, nel bel paesino di Cacabelos, attraversando il Río Cúa, ho potuto ammirare tantissime persone che facevano il bagno nell’acqua fresca. L’invidia tendeva all’infinito, ma per fare il bagno in quel momento proprio non avevo tempo. Anche diversi canoisti si godevano la frescura.
Dopo quel paese è seguito un tratto di oltre 7 chilometri lungo una statale molto trafficata, fino a Villafranca del Bierzo. Lì, in una trattoria, ho di nuovo ordinato due bottiglie di “Agua con gas” da portare via e me le sono prese per strada. Ormai avevo imparato che qui bere è l’alfa e l’omega! Mentre cammino, ormai bevo tra i 6 e gli 8 litri d’acqua. Ed è più che necessario; infatti durante tutto il Camino, camminando, ho dovuto fare pipì per strada una sola volta… e questo la dice lunga! 8 litri dentro, niente fuori! Tutto sudato via strada facendo.
Un’altra cosa che ho notato di nuovo quel giorno: qui in Spagna solo pochi locali hanno l’acqua frizzante. E io la adoro! Più bollicine ci sono, meglio è! L’acqua naturale senza gas per me è una vera punizione! Ma quando avevo solo acqua naturale, ovviamente me la sono mandata giù per forza di cose.
Dopo Villafranca del Bierzo si tornava a salire in modo sensibile.
I piedi mi bruciavano come il fuoco, eppure quel giorno ho percorso più di 40 chilometri. Negli ultimi metri prima del traguardo di tappa di oggi, Pereje, mi ha raggiunto Rodolfo. Insieme ci siamo fermati nell’unico ostello di quel paesino di 180 anime. È stato l’ostello più bello del mio viaggio. Rustico, con muri in pietra naturale: nel dormitorio da soli 10 letti ci si sentiva come in un castello. I letti erano top, i materassi fantastici. A 5 € a notte, un sogno! Insieme siamo andati ancora a mangiare qualcosa. Come sempre doveva essere il menù del pellegrino. Per una media di 8 € sul Camino ti danno un primo, un secondo, un dessert, più pane e vino, oppure acqua. La qualità del cibo era OK, per il prezzo imbattibile. È vero che, come nei giorni precedenti, non avevo né appetito né fame, ma qualcosa bisogna pur mangiare. Ho notato che in tutti i locali le patatine fritte erano sempre fatte con patate fresche. Niente surgelati, davvero ottimo!
Addormentarmi, dopo, è stato un po’ più difficile del solito, perché due pellegrini italiani russavano fortissimo. Da casa sono abituato a parecchio – e qui non voglio fare il nome di C. Winter – ma questo rasentava quasi le lesioni personali.

Impressioni

Pellegrino con asino

…a Ponferrada… Da che parte si va? In salita, naturalmente…

Ponferrada

La fortezza di Ponferrada

L’albergue di Pereje

Il dormitorio dell’ostello… In fondo a destra i due italiani russatori…

Appunti davanti a bibite fresche…

Ancora 176 km

Rodolfo e io con un piccolo antipasto…

Il mio letto… Comodiiissimo!

Sempre cicogne….

Tipico secondo di un menù del pellegrino… insalata, carne, patatine FRESCHE…

Impressioni

Il sistema di irrigazione degli ortolani…

Un carretto pieno di zucchine mostruose… Probabilmente dure come pietre…

Arte ai margini del Camino

Il Río Cúa a Cacabelos. Invidia su una scala da 1 a 10: 11!
18/07/2014: Pereje – Fonfría (passando per O Cebreiro, 37 km, 8 h 16 min)
Quel giorno mi sono alzato già alle 5:20. Colpa dei russatori già citati. Da una parte avevano russato forte tutta la notte, dall’altra si sono rivelati mattinieri molto rumorosi e senza alcun riguardo. Per questo sono partito già alle 6:00. Rodolfo, come ogni mattina, a quell’ora si era già messo in cammino. Fin dai primi metri le vesciche hanno fatto quello che sanno fare meglio – far male! E tanto! Purtroppo per questo non ho potuto ammirare davvero il paesaggio magnifico. Per fortuna avevo scattato abbastanza foto, che almeno a posteriori mi mettono ancora davanti agli occhi quello splendido panorama.
Passando per O Cebreiro, c’erano due salite ripide. Per me la tappa più dura del mio Camino! Su sentieri fangosi e grosse radici a tratti si sale così ripido che si avanza quasi solo a quattro zampe. Ma la bellissima O Cebreiro ripaga di tutta la fatica! Più avanti si scende di nuovo per un pezzo, per poi risalire una seconda volta davvero ripidamente. Anche per me, pellegrino tutt’altro che fuori allenamento e con una buona resistenza, una vera prova del fuoco. Dopo quasi 37 chilometri mi sono fermato in un ostello a Fonfría. È stato l’ostello più grande del mio viaggio, con oltre 70 letti per dormitorio. I letti però erano comodissimi e non c’era nemmeno quell’atmosfera da sala d’attesa della stazione che temevo. In parte i letti erano costruiti con massicci tronchi d’albero e così sembravano molto accoglienti e rustici. Mentre ero seduto davanti all’ostello dopo essere arrivato, è passato di lì Rodolfo. Lui però non voleva ancora chiudere la sua giornata di marcia e, dopo due chiacchiere, ha proseguito. Una vescica dolorante, però, lo ha costretto a fermarsi in un ostello già al paese successivo, come mi ha raccontato più tardi.
Quella sera la cena è stata fantastica. L’ostello aveva un edificio tutto suo dall’altra parte della strada, dove la cena veniva servita insieme a tutti gli altri pellegrini in una grande sala da pranzo.
Quella sera per la prima volta avevo davvero fame e appetito. E come antipasto c’era pure una zuppa di fagiolini. Per me, che sono un dichiarato mangiatore di zuppe, il paradiso in terra. Senza alcun ritegno, per cominciare ho spazzolato 3 piatti pieni fino all’orlo. Con il secondo e il dessert mi ero definitivamente rimpinzato e sono andato a dormire presto.

Impressioni

Paesaggio magnifico…

Sopra le nuvole….

Muuuuuuuu!

Impressioni

Impressioni

Impressioni

Impressioni

Che guardi?!?

Keep Smiling

La sala da pranzo di Fonfría! FAME!!!!!

Sala da pranzo…. Rustica….Bella!

Zuppa!!!! E gli altri cosa mangiano? :-)
19/07/2014: Fonfría – Barbadelo (34,5 km, 8 h 00 min)
Questo è stato il primo e anche l’ultimo giorno di brutto tempo. Ogni tanto un acquazzone, ma per lo più nuvoloso e asciutto.
I primi chilometri erano tutti in discesa e mi hanno portato a Triacastela. All’ingresso del paese si può ammirare un castagno antichissimo, che pare abbia già più di 800 anni. Alla foto d’obbligo, per via del dolore insopportabile, non ho pensato. In centro sono andato in farmacia e ho fatto nuova scorta di antidolorifici. Solo così era possibile camminare fino a 9 ore al giorno. Colpivano i prezzi stracciati delle medicine. Una confezione di Ibu 600 da 40 compresse costava la ridicola cifra di 1,98 €! Come nella vecchia pubblicità televisiva delle “Storck Riesen”, le prime tre compresse me le sono buttate giù già in farmacia. E le prime tre le mangia ancora subito! ;-)
Per tutti quelli che adesso sorridono: lo spot si trova al link seguente:
Clicca qui per lo spot Storck!!!
Dopo Triacastela il cammino si divide. Una strada, la più lunga, passa per Samos, l’altra passa per San Xil. Nel paesino di Perros, ovvero Vigo, le due strade si ricongiungono in direzione Sarria. Io ho scelto la via più corta, per San Xil. Lì si andava su bellissimi sentieri nei boschi e tra i campi, accanto a prati verdi. Lì ho potuto vedere un intero stormo di cicogne bianche. Erano almeno 60 animali, tutti insieme su un prato. Se il termine “stormo” per le cicogne non è corretto, chiedo indulgenza. Su questo tratto di cammino ho poi raggiunto di nuovo Rodolfo. Il resto della giornata l’abbiamo fatto insieme. A Sarria abbiamo fatto una pausa e mangiato un hamburger.
Quello che ancora non sapevamo, ma già intuivamo, ci aspettava nei chilometri seguenti fino a Santiago. Come sa quasi chiunque conosca un minimo il Camino, bisogna percorrere a piedi almeno 100 chilometri per ricevere a Santiago il documento chiamato “Compostela”. Sarria si trova poco sopra il limite dei 100 km ed è quindi un punto di partenza molto amato dai cosiddetti pellegrini dei 4 giorni.
Da qui il numero di pellegrini aumenta in modo sensibile. Intere classi scolastiche vengono spinte lungo il Camino da qui in poi, un lato non proprio bello di questo che è il più famoso e il più amato di tutti i Cammini. In questo caso, a peggiorare le cose, c’era anche il fatto che il 25 luglio era alle porte. Quel giorno in questa regione, in particolare in Galizia e soprattutto a Santiago, si celebra la festa di San Giacomo in onore dell’apostolo. Per arrivare a Santiago puntuali per quella data, proprio in quei giorni si mettevano in cammino molti più pellegrini del solito.
Insieme siamo arrivati fino a Barbadelo, dove ci siamo fermati in una pensione e abbiamo dormito in modo quasi lussuoso, in piccole ed eleganti camere da 5 letti. Le vesciche, come ho dovuto constatare a quel punto, si erano infiammate parecchio e facevano così male che ho pensato a un giorno di riposo. Negli ultimi 6 giorni avevo già percorso 207 chilometri, superando nettamente la media che mi ero prefissato di 30 km al giorno. In pratica, il giorno di riposo me l’ero guadagnato camminando. La decisione però l’ho rimandata al giorno dopo. All’ostello abbiamo conosciuto Xavier. È un medico spagnolo, oggi professore di “public health” in un’università americana.
In tre siamo andati a cena nel ristorante del posto. Abbiamo scelto il piatto nazionale galiziano, il “pulpo” (polpo, da non confondere con il calamaro!)
Il pulpo viene bollito e i tentacoli tagliati a pezzi. Sopra si mettono olio d’oliva, paprika in polvere e sale marino grosso. È buono, ma non è che debba mangiarlo tutti i giorni. Poi tutti a letto presto.

Sorelle americane e Xavier, il medico…

Fa più “male” di quanto sembri!

…e di nuovo cicogne..!

Piccolo spuntino a Sarria insieme a Rodolfo

Pulpo…. Si può tranquillamente mangiare!
20/07/2014: Giorno di riposo
Avevo deciso di fare una pausa quel giorno. Col senno di poi è stata sicuramente la decisione giusta, perché credo di non essere stato lontano da una setticemia.
Prima sono andato in taxi a Portomarín, dove in una farmacia ho comprato una pomata come si deve per le vesciche e ho medicato le ferite. In una trattoria proprio accanto alla chiesa ho aspettato l’arrivo di Rodolfo. Lui è arrivato a Portomarín qualche tempo dopo e si è seduto con me. Ci siamo accordati che io sarei andato in taxi ancora qualche paese più avanti a cercarci un posto in un ostello. La cosa si è rivelata più difficile del previsto. Per via dei tanti pellegrini dei 4 giorni, nei primi due ostelli non ho avuto fortuna. Solo a Palas de Rei sono riuscito ad accaparrarmi gli ultimi due letti. Quando poi è arrivato Rodolfo, siamo andati insieme a mangiare in un ristorante. Come antipasto c’erano anelli di calamaro. Erano così buoni che probabilmente non toccherò mai più gli anelli gommosi che da noi vendono nel banco dei surgelati. Il conto, tra l’altro, l’ha pagato Rodolfo! Ci siamo accordati che, per così dire come risarcimento, verrà a trovarmi a casa mia. Lì potrò mostrarmi generoso io! La visita finora deve ancora avvenire, ma siamo in contatto per e-mail ed è deciso: la visita ci sarà!!! Non vedo l’ora!
Con la pancia piena, poi, a letto.

Cena da re a Palas de Rei!

La chiesa di Portomarín

Guardi ancora?!?

Fare gli scemi mette di buonumore!

Rodolfo e io a cena.

I migliori anelli di calamaro che abbia mai mangiato!

Insalata “Mixta”
21/07/2014: Palas de Rei – Arzúa (30,4 km, 6 h 46 min)
La pausa ha fatto benissimo ai miei piedi. Il dolore era decisamente più sopportabile. Come ogni mattina, Rodolfo e io siamo partiti separatamente, ma dopo un po’ ci siamo ritrovati di nuovo tra i piedi. Mentre camminavamo così di nuovo fianco a fianco, ci ha raggiunti una bella messicana di nome Claudia. Senza tanti giri di parole mi ha messo in mano i suoi bastoncini da nordic walking, con la motivazione che “camminavo in modo così sbilenco che ne avevo più bisogno io di lei, così vicina alla meta”. Ho accettato questo regalo con grande gratitudine. E devo ammettere, da scettico del nordic walking, che quegli affari mi hanno davvero facilitato il cammino! Claudia ha poi proseguito da sola, mentre Rodolfo e io abbiamo continuato fianco a fianco verso Santiago. Quel giorno il caldo era quasi insopportabile, e in più c’erano discese e salite cattive. Quando a un certo punto mi sono guardato le braccia, ho pensato che fossero piene di goccioline di sudore. Ma non era così! Erano bollicine da calore! All’ombra di un grande melo mi sono allora spalmato di nuovo con una quantità esagerata di crema solare. Le bollicine sono sparite nel giro di mezz’ora. Insieme abbiamo proseguito fino ad Arzúa. All’ingresso del paese Rodolfo ha fatto una pausa. Io mi sono cercato un ostello in fondo al paese, che è molto allungato. Rodolfo, dopo la pausa, ha camminato ancora qualche chilometro. Il suo piano era di essere a Santiago già l’indomani, il 22 luglio, per essere di nuovo fuori città in direzione Finisterre prima che la città fosse completamente sovraffollata per i giorni di festa. Io invece sono rimasto ad Arzúa e per prima cosa mi sono fermato in un’accogliente trattoria. Ad Arzúa c’era davvero tanta gente. Il motivo è che qui al Camino Francés si aggiungono anche il Camino Primitivo, il Camino del Norte e la Vía de la Plata, che da qui proseguono insieme verso Santiago. L’autostrada dei pellegrini passa, per così dire, da una corsia a quattro. Logico che allora ci siano anche più pellegrini in giro.
Dopo una birretta fresca e una cena buonissima, sono andato ancora una volta a letto presto.

Davvero buona, questa Estrella!

Be’, del tempo non ci si poteva proprio lamentare…

E ora si dà l’assalto ai tentacoli del pulpo!

Piccolo spuntino a mezzogiorno… Zuppa tipica della regione e pulpo…

L’idratazione non va trascurata…

Arrivato ad Arzúa… Prima di tutto mettere qualcosa sotto i denti!

Il primo del menù del pellegrino

Il secondo del menù del pellegrino
22/07/2014: Arzúa – Lavacolla (29 km, 6 h 15 min)
Questo tratto è filato via senza grandi avvenimenti. Attraverso imponenti boschi di eucalipti vicino a O Pedrouzo si affrontano gli ultimi 20 chilometri. A quel punto ho ricominciato a pensare. A cosa, non me lo ricordo più bene. Un pensiero però mi è rimasto impresso. Quando percorri un cammino di pellegrinaggio vecchio di molti secoli, cominci a chiederti chi sia già passato proprio su quella pietra su cui sei appena inciampato. Hape Kerkeling, per esempio. Ma quante persone saranno state? Un milione? Dieci milioni? Non ne ho idea. Ma mi piacerebbe davvero saperlo! E un altro bel gioco mentale: quanto sarebbe lunga la fila se tutti i pellegrini mai arrivati a Santiago si mettessero in fila uno dietro l’altro? Il primo pellegrino jacopeo, che secondo la letteratura fu Alfonso II “il Casto”, sta proprio davanti alla tomba di San Giacomo, e tutti gli altri pellegrini in fila dietro di lui! Quanto sarebbe lunga questa fila? 100 chilometri? 1000 chilometri? Trovo questa domanda appassionante! Con questi giochi mentali ho macinato la tappa del giorno quasi come in trance.
Già oltre l’aeroporto di Santiago, a soli 10 chilometri circa da Santiago, mi ero concesso qualcosa di davvero speciale. Una notte in un hotel a Lavacolla! Tutto da solo! Niente russare, niente scoregge, una doccia tutta mia, lenzuola pulite; meraviglioso!
Dopo una cena buonissima sono andato a dormire, pregustando con gioia il giorno dopo.
Piccolo aneddoto sul paese di Lavacolla:
In passato era usanza lavarsi in un ruscelletto di questo paese, per arrivare a Santiago puliti e non puzzolenti. Questa usanza però si basa probabilmente su un equivoco. A quanto pare ci fu un errore di traduzione. Invece di tradurre correttamente “Lavacolla” con “pieno di pietrisco”, il monaco francese Aymeric Picaud, autore di una guida medievale per pellegrini, intese “Lava coleo”, che più o meno significa “lavarsi i genitali”. Comunque, lavarsi non ha fatto male a nessuno. (Da leggere nella guida escursionistica Rother!)

Pittoresco… Magnifico!

E non dimenticare mai i selfie!

Impressioni

Bosco di eucalipti vicino a O Pedrouzo

…

Impressioni

Gratis con il menù del pellegrino

E di nuovo queste patatine fresche… Le adoro!
23/07/2014: Lavacolla – Santiago de Compostela (13 km, 2 h 37 min)
Di nuovo partenza alle 7:00 in punto. Dopo poco più di un’ora ho raggiunto il Monte do Gozo, il “Monte della Gioia”. Da qui si vede per la prima volta la cattedrale di Santiago. Dopo un selfie davanti al monumento per la visita del Papa del 1993, si è partiti per gli ultimi chilometri.
Alle 9:28 era fatta. Ancora un arco e all’improvviso sei lì; sulla piazza davanti alla cattedrale. Al cippo del chilometro zero! La meta è raggiunta, ma in qualche modo la gioia non vuole proprio arrivare. Mi ero immaginato un arrivo più spettacolare; ma comunque, era compiuto. Alla fine dei conti 280 chilometri in 9 giorni di cammino. Dopo aver fissato immobile la cattedrale per qualche minuto, sono andato all’Oficina del Peregrino, dove mi hanno rilasciato la Compostela. Poi mi sono incontrato con Rodolfo, che ci aveva già procurato 2 posti in un ostello. Dopo aver lasciato lo zaino all’ostello, a mezzogiorno siamo andati alla messa del pellegrino. Il momento clou, naturalmente, era la cerimonia del Botafumeiro. Prima dell’inizio della messa è stato ripetuto più volte, in quasi tutte le lingue del mondo, che durante la funzione non era permesso filmare né fotografare. Quando poi è cominciata, almeno il 90% dei pellegrini aveva in mano il cellulare o la macchina fotografica, filmava e scattava foto. Io, a dispetto della tentazione, non l’ho fatto. Dopo la messa Rodolfo e io siamo andati a mangiare. Abbiamo trovato un ristorante dove ci siamo gustati una splendida costata di manzo. Poi Rodolfo è tornato all’ostello, io sono andato in città e per due ore mi sono goduto il viavai variopinto. Molto interessante e un po’ surreale. Ancora non riuscivo a capacitarmi di essere arrivato alla meta. La sera Rodolfo e io ci siamo riforniti al supermercato di salumi, formaggio, pane, pistacchi, pesche e ciliegie, e abbiamo cenato in tutta tranquillità nel giardino dell’ostello. Per finire, un sigarillo offerto da Rodolfo e poi a letto. La mattina dopo Rodolfo, come sempre, si è alzato presto e, dopo un breve saluto, si è messo in cammino verso la fine del mondo.
Dopo aver dormito come si deve fino alle 9, per prima cosa sono andato sulla grande piazza davanti alla cattedrale. Lì i lavori per la festa di San Giacomo erano in pieno svolgimento. Diverse emittenti televisive piazzavano i loro furgoni per le dirette, i reporter trasmettevano in diretta sulla televisione spagnola. Dopo essermi goduto a lungo quel viavai variopinto, mi sono avviato verso l’aeroporto. Verso le 18 sono atterrato di nuovo in Germania; il viaggio era finito!

Manca poco! La meta è vicina…

Sul Monte do Gozo

Monte do Gozo

Il monumento in onore della visita del Papa

L’ingresso in città …. Mancano solo poche centinaia di metri

Ore 9:28: ci sonooooo!

Alla meta!

La cattedrale! Eccola lì!

Alla tomba dell’apostolo

Il reliquiario dell’apostolo

Poco prima della messa del pellegrino

La mia Compostela

…e il certificato di distanza

Davanti alla cattedrale

Nei vicoli ci si può godere in pace il viavai variopinto

… dai colleghi…

La costata di manzo… Questa sì che dà forza! E la meritata ricompensa!

Cena all’ostello con Rodolfo…
In 9 giorni ho percorso 280 chilometri da pellegrino e, nonostante i dolori infernali, sono stato benissimo. Posso solo consigliare a chiunque di mettersi in cammino almeno una volta. Per qualunque motivo.
Ne vale la pena!
Buen Camino!
Il cammino su Camino Ninja
Il Camino Francés – compreso l’ultimo terzo qui descritto, da León a Santiago de Compostela – lo trovi con tappe, mappa e alloggi su Camino Ninja: Camino Francés.