Un resoconto di 4 giorni tra maltempo, paesaggi mozzafiato e il viaggio verso la “fine del mondo”.
1 luglio 202617 min di lettura
Resoconto dettagliato di un’escursione di 4 giorni lungo il Cammino di Finisterre di Andrea e Gert Kleinsteuber, che nel settembre 2013 hanno percorso a piedi il tragitto da Santiago a Capo Finisterre, la “fine del mondo”. L’escursione era un prolungamento del Cammino Primitivo con partenza da Santiago de Compostela.
Il sole sorgeva rosso sangue dietro la sagoma della cattedrale quando abbiamo lasciato la pensione quella mattina. La notte era stata piuttosto agitata, perché Jörg continuava a tossire. E quando finalmente mi sono addormentata, ho fatto un sogno che mi è quasi costato il resto del viaggio.
La versione breve: sto portando a spasso il mio cane quando all’improvviso dalla boscaglia spunta una volpe con la bava alla bocca – rabbia – senza dubbio! Sono stato preso dal panico e ho cercato di tenerlo lontano dal mio cane, ma in qualche modo non riuscivo ad avanzare (– beh, ovvio, ero a letto!). La volpe si avvicinava sempre di più e io le ho dato un calcio. Sono riuscito a trattenere per un soffio l’urlo che stavo per lanciare per il dolore. Mi sono svegliata di colpo. Avevo dato un calcio alla struttura del letto e mi ero sbattuto un dito del piede così forte che sanguinava e temevo fosse rotto. Zoppicando, mi sono trascinata in bagno per dare almeno un’occhiata più da vicino.
La mattina, però, è arrivato il via libera. Sono riuscito a camminare abbastanza bene, anche perché le mie scarpe erano abbastanza grandi e non urtavo con le dita dei piedi contro la punta, come invece mi succedeva con il modello dell’anno scorso. Ringrazio il commesso del negozio Globetrotter di Berlino che mi ha consigliato. Da solo non avrei mai comprato queste scarpe di una taglia così grande.
È solo un breve tragitto fuori città. In poco tempo si torna a trovare la verde campagna, che preferisco alle città. Da un'altura si gode ancora una volta di una bella vista sulla cattedrale, accanto alla quale il sole splendeva già.
ancora una volta in ripida salita
All’improvviso Jörg era sparito alle nostre spalle. Di solito ci precedeva, dato che era molto più veloce. Così siamo rimasti lì, nel bosco di eucalipti, ad aspettare. Dopo più di 10 minuti finalmente è arrivato. Ci eravamo già preoccupati e io volevo andare ad incontrarlo. In realtà, mentre scattava delle foto, aveva semplicemente perso di vista un cartello indicatore e ci aveva smarrito di vista; in un attimo era già ridisceso per circa 800 metri lungo il pendio.
Il resto del percorso si è svolto senza complicazioni, a parte una salita piuttosto ripida prima di Carballo, che mi ha fatto sudare di nuovo tantissimo. Ma Jürgen non aveva detto che fino a Finisterra non ci sarebbero stati più dislivelli significativi?
Ma nemmeno questo era paragonabile, neanche lontanamente, alle salite e alle discese lungo il Primitivo.
Ponte Maceira
Uno dei punti salienti di questa tappa è senza dubbio il paese di Ponte Maceira con il suo omonimo ponte medievale sul fiume Tambre. Il ponte fu costruito nel XIII secolo sulle fondamenta di un più antico ponte romano. Presenta cinque grandi arcate e due più piccole e attraversa il fiume accanto a una diga e al relativo antico mulino ad acqua. Anche il paese stesso è costituito in gran parte da edifici medievali. Il tutto forma un insieme armonioso e offre numerosi scorci da cartolina.
Seguendo più o meno il corso del fiume Tambre, abbiamo raggiunto Negreira in men che non si dica. Per il pernottamento abbiamo scelto l’ostello “San Jose”. Si trova un po’ fuori dal percorso, al piano terra di un edificio di recente costruzione, e il percorso per raggiungerlo è ben segnalato. Siamo stati accolti cordialmente in tedesco con accento svizzero. E nell’ostello c’era ancora tantissimo posto. A quanto pare, l’afflusso massiccio sul Cammino di Fistarra che temevamo non si è verificato. Meglio così! In questo modo abbiamo potuto proseguire il nostro cammino in tutta tranquillità. L’ostello è molto spazioso e arredato in stile moderno. I letti sono molto distanziati tra loro e distribuiti in tre stanze comunicanti. Docce e servizi igienici sono disponibili in numero sufficiente e lungo i gradini che conducono ai servizi ci sono luci notturne, cosa che ho trovato molto piacevole e funzionale, anche in considerazione del mio alluce malconcio. Anche la sala comune, con cucina integrata e completamente attrezzata, dava un’impressione di spaziosità e ordine. Qui ci si poteva sentire a proprio agio, anche a piena occupazione, cosa che però quel giorno era ben lontana dall’essere realtà.
Jörg, Andrea e Jana sono andati al vicino supermercato per comprare qualcosa da mangiare per la sera. La cucina, ben attrezzata, sembrava proprio chiedere a gran voce di essere utilizzata. Nel frattempo, mi sono occupato del bucato. Poi ho chiacchierato a lungo con una pellegrina molto simpatica della Franconia. L’unica cosa un po’ fastidiosa erano i primi tentativi di un pellegrino di ricavare sequenze melodiche sensate da un flauto nasale, evidentemente acquistato solo ieri a Santiago. Tutti gli inizi sono difficili. E: «La musica viene spesso percepita come fastidiosa perché è sempre associata al rumore», per citare il grande poeta, disegnatore, caricaturista e umorista tedesco Wilhelm Busch.
Finalmente di nuovo la pasta
Jörg preparò della pasta e un sugo vegetariano al pomodoro, con cui avremmo potuto sfamare ancora mezza compagnia. Riuscimmo a convincere solo due compagni di pellegrinaggio a mangiare qualcosa con noi. Uno di loro era Franz di Schwedt, al quale chiedemmo nel dormitorio se ci capisse. «Ma certo, ogni parola!» rispose prontamente, nonostante il nostro marcato accento sassone. E così è nata subito una conversazione per conoscerci meglio. Aveva percorso il Camino Francés in 24 giorni partendo da Saint-Jean-Pied-de-Port ed era ora un po’ stanco, cosa che, conoscendo il percorso, potevo comprendere perfettamente. Ci aveva impiegato ben 10 giorni in meno di noi – accidenti! Ma anche nel suo corpo giovane questo percorso lascia il segno, tanto che ha deciso di camminare con noi domani, per concedersi una giornata più tranquilla. Resta da vedere quanto sarà tranquillo…
2. Tag Negreira – Olveiroa
Bene, ora ho suscitato abbastanza curiosità. Ho già accennato due volte a questa giornata nel mio resoconto: proprio poco fa e in riferimento alla combinazione piedi/calze/scarpe. Già durante la notte si sentiva che il vento si era notevolmente intensificato. E sembrava anche che stesse già cadendo un po’ di pioggia. Dopo che io e Jana avevamo divorato gli avanzi di pasta a colazione (non riesco proprio a capire perché alcuni scuotano la testa al riguardo?), siamo usciti e, vedendo il cielo, abbiamo avuto un brutto presentimento. Nuvole dense e pesanti venivano spinte nel cielo da un vento forte e a raffiche. In città si sentiva a malapena, ma le cose stavano per cambiare.
nuvole minacciose alle porte di Negreira
Dopo che il resto della squadra aveva fatto colazione in un bar già aperto a Negreira, siamo usciti dalla città e abbiamo subito avvertito il vento forte che soffiava di traverso. Beh, almeno non piove… Ma non appena ho finito di formulare questo pensiero, è già iniziato a piovere, con una tale intensità che abbiamo dovuto ripararci sotto la sporgenza di un balcone per indossare i poncho. A proposito, ero abbastanza soddisfatto di questo poncho economico (19,90 €) di Decathlon, perché ha delle vere maniche e si può aprire completamente davanti grazie a una cerniera. In teoria, quindi, si dovrebbe riuscire a indossarlo da soli, cosa che però a me (probabilmente a causa della mia goffaggine) non è mai riuscita. Avevo bisogno di aiuto anche per toglierlo. Non riuscivo mai a farlo passare sopra lo zaino. Non saprei dire se fosse davvero impermeabile, dato che sudavo così tanto che all’interno era quasi sempre bagnato quanto all’esterno. A casa l’ho provato sotto la doccia e lì era impermeabile. Ma ciò che ci aspettava era la prova del fuoco per qualsiasi attrezzatura da outdoor. E credo che quel giorno qualsiasi attrezzatura avrebbe raggiunto i propri limiti. C’erano raffiche fino a 70 km/h e la pioggia cadeva più orizzontalmente che dall’alto. Spesso sembrava che qualcuno ti versasse una bacinella d’acqua in faccia. Sotto il poncho indossavo pantaloncini corti. Quelli lunghi si sarebbero comunque bagnati in pochi secondi.
forti acquazzoni e tempesta
Finora le mie scarpe erano a tenuta stagna. Per far sì che restassero tali, ho tirato fuori le ghette che mi aveva regalato Martin del forum dei pellegrini. All’inizio hanno funzionato abbastanza bene. Erano impermeabili e mi tenevano i polpacci al caldo, anche se, come ho poi notato guardando le foto, mi davano un aspetto davvero buffo.
Io e le mie ghette
Ma non mi accorsi che i lacci con cui le ghette erano allacciate nella parte superiore dei polpacci si erano allentati e che l’acqua, che dal poncho scorreva a fiotti appena sopra di esse sulla gamba, aveva via libera fino ai calzini. L’effetto delle ghette si invertì in un batter d’occhio. Se un attimo prima proteggevano la scarpa dall’esterno, ora fungevano da imbuto che convogliava l’acqua all’interno
che trasportava le scarpe. Mi sembrava di avere dei secchi pieni d’acqua ai piedi. Ma anche gli altri non se la passavano meglio. Appena i pantaloni si erano asciugati grazie a una pausa nella pioggia, grazie al vento forte, arrivava il prossimo acquazzone. E il vento diventava sempre più forte. Dato che numerosi grossi rami giacevano già sulla strada, abbiamo evitato di attraversare il bosco. Siamo quindi rimasti sulle strade, con il rischio che una raffica ci spingesse sulla carreggiata. Gli zaini voluminosi e i poncho facevano da vele, costringendoci a sostenerci con i bastoni da trekking sulla strada. Era quindi impossibile procedere a passo svelto. E proprio oggi erano 34 chilometri. Per fortuna Jörg aveva un’app GPS e la traccia GPS del Cammino sul suo iPhone, così non correvamo il rischio di perderci anche sulle strade non segnalate. Ci siamo concessi una pausa più lunga per riprendere fiato in un bar dietro Santa Marina.
Cosa significa in realtà “Grog”?Spagnolo? Sarebbe stata la scelta giusta con questo tempo schifoso. Ogni tentativo di asciugare i calzini o le solette era del tutto inutile. Era tutto bagnato e, in fondo, la situazione non poteva andare peggio di così. Questo è stato anche il motivo per cui non siamo andati all’ostello di Santa Marina e abbiamo proseguito per altri 12 chilometri fino a Olveiroa. Più bagnati di così non potevamo diventare. All’ostello, dalle mutande usciva tanta acqua quanta ne usciva dai calzini.
Siamo arrivati – bagnati ma felici
Solo il giorno dopo ci siamo resi conto di quanto fosse stata azzeccata la decisione di proseguire. Infatti, la maggior parte dei pellegrini aveva proseguito il viaggio in autostop oppure si era fermata a Santa Marina. Lì, però, non c’era elettricità e quindi nemmeno riscaldamento, né acqua calda, né la possibilità di asciugare i propri effetti personali, poiché l’hospitalero non aveva né legna per la stufa né giornali per asciugare le scarpe. La situazione era completamente diversa a Olveiroa, dove ci siamo fermati all’ostello privato “Horreo”. Lì c’erano già i giornali pronti e un sacco della spazzatura in cui venivano raccolti i capi bagnati da mettere in lavatrice e nell’asciugatrice. Ancora prima di aver pagato l’ostello, grazie a Jö
C'era una bottiglia di rum sul tavolo. Dopo quella battaglia – sì, mi piace definirla così – ce la eravamo meritata. Anche Franz era contento di avere compagnia quel giorno e Hartmut ci ha accolti raggiante sulla porta. Durante questa tappa mi sono chiesto più volte perché mi stessi infliggendo tutto questo, eppure ho continuato a camminare. Andrea dice sempre: «Non serve a niente, si va avanti!». Ed è proprio con questo atteggiamento che si riesce ad andare avanti. La sera poi si è orgogliosi di avercela fatta e si ha ancora tantissimo da raccontare. Se tutto nella vita fosse facile, diventerebbe presto noioso.
“Giro di riscaldamento”
Ma per i giorni successivi ci saremmo augurati un po’ più di tranquillità, soprattutto che la tempesta cessasse. Tuttavia, quel pensiero era ormai passato in secondo piano mentre, seduti nel piccolo bar dell’ostello, riflettevamo sulla giornata appena trascorsa.
A proposito, contrariamente a quanto riportato (nell’aggiornamento della guida per pellegrini di Raimund Joos), secondo cui a Olveiroa non ci sarebbero più possibilità di fare acquisti, posso annunciare che presso l’ostello «Horreo» è in funzione una piccola tienda, dove i pellegrini provenienti da altri ostelli possono rifornirsi.
Ah sì, la combinazione piedi/calze/scarpe: ha funzionato, anche se le calze erano bagnate. Temevo che con le calze bagnate mi sarebbero venute delle vesciche. Ma dopo aver controllato, ho potuto dare il via libera.
3. Tag Olveiroa – Cee
Quella mattina, il mio primo sguardo è andato al cielo. Certo, non sembrava molto meglio rispetto al giorno prima, ma almeno il vento si era calmato. Con curiosità ho tolto la carta di giornale accartocciata dalle scarpe. Durante la notte l’avevo sostituita di nuovo e le scarpe erano ancora bagnate. Ora, però, al tatto sembravano piuttosto asciutte. Solo le solette, che avevo avvolto separatamente nella carta di giornale, erano ancora umide. Non era quindi molto piacevole infilare le calze asciutte nelle scarpe. Si avvertiva subito l’umidità, ma, una volta che le scarpe si erano riscaldate, mi ci sono abituato molto in fretta.
Enormi fienili a Olveiroa
Ma prima di partire abbiamo fatto una buona colazione nel piccolo bar dell’ostello. Passeggiando per Olveiroa – cosa che, comprensibilmente, la sera prima non era stata possibile a causa del maltempo – saltano subito all’occhio i numerosi horreos, qui costruiti in pietra naturale. Si ergono imponenti in file una accanto all’altra e adornano quasi ogni cortile.
Ecco com'è il fiume Xallas
Dopo Olveiroa il terreno riprende a salire in direzione di alcune turbine eoliche e sulla sinistra si intravede la valle del Rio Xallas con la sua diga. Purtroppo ha ricominciato a piovigginare, ma niente a che vedere con il giorno precedente. In ogni caso non valeva la pena indossare il poncho, quindi la giacca impermeabile è stata sufficiente. Superato un piccolo ponte, dopo un altro breve tratto in salita, si arriva a Logoso, all’ingresso del quale si trova subito l’ostello locale. In questo paese, una scena che non si vede molto spesso. In una fattoria aperta, accanto al cane, si aggiravano numerosi gatti e conigli, tutti insieme in un colorato miscuglio, proprio come in natura. I gatti mangiavano insieme ai conigli da una ciotola e tutto procedeva in modo estremamente pacifico. Mi era già capitato più volte di notare che qui cani e gatti vanno più d’accordo che a casa mia. Il mio, invece, si trasforma sempre in una bestia quando vede un gatto. Si continua a salire senza sosta. A questo punto dovrei vedere il mare, no? Pensavo tra me e me, e lo immaginavo dopo ogni cima. Ma oltre ogni cima si continuava a salire ancora.
Bivio di Muxia
Sul lato sinistro spuntò allora un brutto blocco nero con un camino che sporgeva da esso, dal quale fuoriusciva un denso fumo nero. Era uno spettacolo davvero strano, dato che quel vecchissimo impianto industriale non si adattava affatto a quella zona verde e deserta. Una volta raggiunta la strada provinciale AC 3404, all’altezza di Hospital de Logoso, poco prima del bivio per Muxia, ci siamo fermati per una seconda colazione nel bar situato proprio accanto alla zona industriale. Lì ci hanno subito fatto notare che per i successivi 16 chilometri fino a Cee non ci sarebbero state altre possibilità di fermarsi. La stessa informazione è riportata anche sui cartelli dietro il bancone. Al bar abbiamo assistito a una conversazione animata tra due pellegrine tedesche, che stavano tornando a Santiago, e un pellegrino tedesco che si dirigeva nella nostra stessa direzione. Mi è subito venuta in mente l’espressione «viaggiatori incalliti». Si tratta di persone che hanno già visto tutto, che sanno tutto (meglio di chiunque altro) e che sentono il bisogno di comunicarlo a chiunque, anche se nessuno glielo ha chiesto. A quanto pare, senza esserci consultati, eravamo tutti d’accordo sul fatto che fosse meglio non partecipare alla conversazione. Solo un «Buen Camino» ci è sfuggito dalle labbra mentre uscivamo dal bar. Nonostante quanto fosse fastidioso quell’incontro, avevamo comunque scoperto quale ostello fosse «molto pulito». Noi tedeschi (almeno molti di noi) siamo davvero una strana gente: con i nostri soldi cerchiamo l’avventura in terra straniera, ma ci aspettiamo le stesse condizioni che abbiamo a casa. Sul Cammino questo fenomeno non è certo così marcato come negli hotel all-inclusive dei turisti che scelgono i pacchetti vacanza. Ma anche qui si incontrano persone che leggono il «Bild» e si lamentano se nella pensione non ci sono canali tedeschi in TV. Ma abbiamo imparato ancora un po’ di tolleranza e, allo stesso tempo, ho fatto un esame di coscienza per capire quanto di quel modo di pensare e di comportarmi sia ancora presente in me. Avevamo lasciato ormai da tempo alle nostre spalle quel brutto complesso industriale. I sentieri si facevano più ampi e spesso si snodavano come candele – dritti attraverso la boscaglia e pinete sempre più basse, segno che il mare non poteva essere lontano.
Capo Finisterre in vista
Poi, all’improvviso, dalla foschia all’orizzonte emerse una striscia scura orizzontale. Doveva essere l’Atlantico. Si stagliava appena dal grigio del cielo, ma era chiaramente riconoscibile. Poco più a destra avvistammo poi per la prima volta Capo Finisterre, inconfondibile con il suo grande faro. Tutto era ancora molto lontano e avvolto dalla foschia. Ciononostante, Jörg ed io provammo a scattare le prime foto. Proseguendo, in mezzo al sentiero ci vennero incontro un gregge di capre e il pastore con i suoi numerosi cani. Le capre emanavano un odore terribile e si sparpagliarono belando mentre io, riprendendo con la videocamera, attraversavo il gregge. Il pastore ci ha salutato cordialmente e noi eravamo felici di questo bel soggetto fotografico. Presso la croce dei pellegrini che seguiva, dove i pellegrini avevano lasciato molti oggetti, Jörg ha scattato, utilizzando l’autoscatto, una delle rare foto in cui siamo tutti e quattro.
Vista su Corcubión
Abbiamo fatto ancora una breve sosta alla piccola “Capilla da Nosa Senora das Neves”. Dopodiché, ancora un lungo tratto rettilineo in salita fino al punto da cui si possono vedere Cee e Concubión e da cui si scende piuttosto ripidamente fino alla città. Da qui si intravede per la prima volta, alla nostra sinistra, la costa atlantica, fortemente frastagliata. Il percorso in discesa era piuttosto impegnativo e bisognava prestare molta attenzione, poiché le rocce friabili erano diventate ancora più instabili a causa del diluvio del giorno precedente.
Non è stato così facile trovare la strada per Cee. L’ostello che volevamo raggiungere, situato alle porte del paese in direzione di Concubion, aveva sì installato alcuni cartelli indicatori, ma in modo molto sporadico. Avevamo già perso di vista da tempo i simboli delle conchiglie. Ma in realtà era piuttosto semplice, perché si ha l’Oceano Atlantico come punto di riferimento e quello è abbastanza grande. Già mentre ci dirigevamo verso l’ostello, Cee non ci era piaciuta particolarmente. La maggior parte delle case era di recente costruzione, ma non ci aveva fatto una grande impressione.
Il nuovo ostello privato si trova lungo la strada per Concubion. Una ripida strada asfaltata si dirama a destra in corrispondenza di un monolite e, dopo soli 30 metri, l’ostello si trova sulla sinistra. L’hospitalera stava ancora pulendo. Con grande semplicità ci ha assegnato i letti, sui quali abbiamo trovato con grande divertimento le parole tedesche «Beschäftigt» (occupato) e «Freischaffend» (libero) scritte sul retro delle targhette appese ai letti. Qui basta entrare e girare i cartellini per occupare il proprio letto, così recita un cartello informativo sulla porta d’ingresso. Ci hanno preparato subito un caffè e ci hanno offerto dei biscotti da un grande barattolo di vetro. C’è una piccola cucina e dalle finestre si gode di una bella vista sulla baia, tutto molto, molto carino. Neanche una passeggiata dopo aver sbrigato le solite faccende in albergo è riuscita a migliorare in modo significativo l'impressione generale che mi sono fatto di Cee. C'è un grande centro commerciale e diverse vie dello shopping con negozi di marca, in parte di fascia piuttosto alta.
Centro di Cee
Cee è una città industriale e lì circola un po’ più di denaro. Ci siamo separati di nuovo per poter girare la città per conto nostro. Jörg è andato in farmacia, poiché purtroppo le sue condizioni di salute non erano ancora migliorate, mentre io ero alla ricerca di un paio di sandali nuovi. Infatti, le mie amatissime ciabatte Regatta avevano purtroppo ceduto a Santiago. In un mercatino cinese ho poi trovato quello che cercavo. Si trattava di un paio di zoccoli di gomma che, pur emanando un terribile odore di sostanze chimiche, avrebbero sicuramente fatto il loro dovere fino a Finisterre. Erano soprattutto una cosa: leggeri. Con profondo rammarico, ho gettato i resti dei miei sandali in un cestino davanti al mercato. Da lontano, Concubion sembrava più invitante di Cee, così abbiamo deciso di andarci a cena.
Porto di Corcubión
La passeggiata lungo la passeggiata ha poi confermato la nostra impressione. Concubion ha un bel centro storico e sembra in qualche modo più autentica. Proprio sul porto abbiamo poi trovato anche un piccolo bar, che la sera si è riempito parecchio. Ci hanno servito dei calamari eccellenti e il vino locale era buono.
Lungo il lungomare del porto siamo tornati all’ostello già al buio. L’ostello era quasi al completo. Nel letto di fronte al mio, in tarda serata, si era sistemata una donna tedesca che mi ha impedito di dormire. Anch’io ogni tanto russo, almeno così dice mia moglie, ma i rumori che quella donna minuta e delicata faceva durante la notte erano insopportabili. Sono quindi sceso di nuovo a cercare nel mio zaino i tappi per le orecchie che avevo quasi dimenticato. Ma c'era anche un altro motivo per cui erano necessarie. Con la finestra aperta, il rumore del traffico davanti alla casa era insolitamente forte. Ma questa sembra essere stata l'unica critica mossa all'ostello.
4. Tag Cee – Finisterre
Oggi era l’ultima tappa, perché dopo che Jörg ci aveva comunicato che, a causa delle sue precarie condizioni di salute, probabilmente non sarebbe venuto con noi a Muxia, avevamo deciso di rimanere anche noi a Finisterre. Avevamo prenotato solo due notti in pensione, ma forse si sarebbe potuto trovare una soluzione. Avevamo deciso, dopotutto, di restare insieme. E, a dire il vero, la cosa non mi dispiaceva affatto. Con tutta calma, certi che, in primo luogo, non mancava più molto e, in secondo luogo, che avevamo un alloggio sicuro, la mattina abbiamo fatto ancora una volta un giro per Corcubión, dove abbiamo anche fatto colazione in un bar.
la casa di un appassionato del Cammino
Il sentiero che parte da Corcubión sale piuttosto ripido attraverso un sentiero umido fino ad Amarela. Lungo la strada, in parte su di essa e in parte accanto, attraverso il bosco, si torna al livello del mare, che si raggiunge a Estorde. Qui abbiamo approfittato di uno stretto accesso per raggiungere la spiaggia per la prima volta. Il tempo non era ancora ideale per la spiaggia, ma era fine settembre, eravamo in Galizia e ci trovavamo sull’Atlantico: non ci si può aspettare un clima mediterraneo né le relative temperature dell’acqua. Quindi abbiamo preferito rinunciare al bagno in mare. Lo so, siamo dei fifoni. Nel Sardineiro, poco più avanti, ha attirato particolarmente l’attenzione la casa blu di un evidente appassionato del Cammino. Era letteralmente ricoperta di motivi legati al Cammino di Santiago. Bellissimi motivi realizzati con piastrelle blu sulla facciata e una statua di San Giacomo adornavano la proprietà.
Spiaggia di Lanosteira
Dietro la collina successiva, finalmente, si stendeva davanti a noi la lunga spiaggia di Playa de Langosteira. Ognuno percorreva per conto proprio quest’ultimo tratto del proprio e del nostro cammino, riflettendo sicuramente su come fossero andate le cose nei giorni precedenti. Ormai la fine del percorso era ormai imminente e dalla moderata velocità con cui ci muovevamo si poteva dedurre che nessuno di noi volesse arrivare troppo in fretta. Ma il momento clou doveva ancora arrivare. Avevamo appuntamento con Philine, Hartmut e Franz al Cap per il tramonto. Ma uno sguardo al cielo ci ha fatto capire che probabilmente non avremmo potuto goderci il tramonto. Beh, vedremo!
Arrivati a Finisterre, abbiamo cercato subito l’indirizzo indicato, dove avremmo dovuto ritirare la chiave dell’appartamento. Ci siamo trovati un po’ perplessi quando, nonostante il navigatore, non siamo riusciti a trovare l’indirizzo indicato. Una gentile collaboratrice dell’ostello privato lungo la strada per il porto ci ha aiutato a telefonare. Ma nemmeno lei è riuscita a mettersi in contatto. Persino gli abitanti del posto non avevano idea di dove si trovasse quell’indirizzo a Finisterre. Va bene, avevamo tempo fino alle 16.30, poi l’ufficio avrebbe dovuto essere aperto e quindi sicuramente anche il telefono. Così, anche perché stava piovendo di nuovo a dirotto, abbiamo cercato un bar per mangiare qualcosa. Per Andrea c’era El Salada Mixa, per Jörg e me un’enorme tortilla e per Jana funghi in salsa d’aglio, di cui abbiamo mangiato tutti per un bel po’. Cavolo, che alito all’aglio! Poi siamo tornati dalla gentile signora dell’ostello. L’ho osservata mentre parlava al telefono e, quando il suo volto si è illuminato, ho capito che avevamo trovato un alloggio.
Poco dopo è arrivato il proprietario con la sua auto e ci ha accompagnati al complesso residenziale. Parlava un po’ di inglese e ci ha spiegato che ci offriva un upgrade: dato che siamo a settembre e gli alloggi sono comunque tutti liberi, ci avrebbe sistemati in prima fila, direttamente sulla spiaggia, in un complesso di categoria superiore, ovviamente senza costi aggiuntivi. Abbiamo apprezzato molto il gesto e abbiamo accettato con gratitudine. Quando abbiamo visto l’appartamento, abbiamo deciso di prenotare un giorno in più. «Nessun problema», ha detto il proprietario, incassando i 15 € dovuti per ogni giorno. Considerando i prezzi di alcuni ostelli, ci è sembrato giustamente un vero affare. Ci ha anche offerto di portare la nostra spesa all’appartamento, a condizione che la consegnassimo nel suo ufficio. Abbiamo apprezzato molto tutto questo e ci siamo congedati dopo una breve spiegazione. Bastava dare un'occhiata dal balcone per rendersi conto che nel giardino c'era anche una piscina coperta. Allora il bagno in mare si farà davvero! L'acqua non era molto più calda di quella dell'Atlantico, ma dovevamo approfittarne comunque.
Porto di Finisterre
La successiva passeggiata per il paese e fino al porto è stata accompagnata dalle necessarie formalità, che abbiamo espletato presso l’ufficio del gestore. Quest’ultimo ha accompagnato subito me e la spesa all’alloggio. Nell’ostello comunale si riceve l’attestato di pellegrinaggio di Finisterre. Siamo rimasti sorpresi dal dialetto dell’hospitalero. Veniva da Dresda e ci ha chiesto di tornare tra un’ora, perché in quel momento c’era un gran trambusto. «Certo che lo faremo», abbiamo risposto, e siamo tornati al porto. Quando poi sono stati redatti i nostri atti, è spuntata all’improvviso Philine, che qui aveva già il suo letto. Insieme ci siamo quindi diretti verso il promontorio. Il tempo migliorava sempre di più e si intravedevano già delle chiazze di cielo azzurro, uno spettacolo che negli ultimi giorni avevamo visto ben di rado. Forse il tramonto si sarebbe visto, dopotutto?
sulla strada per Cap
Lungo il percorso verso il promontorio, che non abbiamo percorso da soli, si godevano continuamente splendidi panorami sulla baia. Persino un arcobaleno abbelliva il cielo. C’era un viavai intenso e anche diversi autobus, auto e camper hanno incrociato il nostro cammino. «Beh, ci sarà un bel trambusto su quella stretta roccia», è stato il mio primo pensiero.
Croce dei pellegrini a Capo Finisterre
Una volta arrivati al Capo, però, regnava un’atmosfera piacevolmente rilassata e vivace. Ci hanno subito colpito le colonne di fumo nero che si levavano da un punto in cui i pellegrini stavano bruciando parte del loro equipaggiamento. Abbiamo partecipato anche noi a questo rituale: Jörg ha bruciato il suo cappello e Andrea i suoi amatissimi calzini.
Tramonto al Capo
Abbiamo trovato subito anche Hartmut e Franz. Avevano trovato un bel posticino dietro una sporgenza rocciosa. Ci siamo arrampicati fin lì e abbiamo visto che oggi il tramonto sarebbe stato spettacolare. E che tramonto! In realtà è impossibile descriverlo a parole. Lascciamo che siano le immagini a parlare.
Foto di gruppo al Capo
Erano tutti seduti in cerchio con il loro bicchiere di vino o di birra, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte e l’aria molto commossa. Quel momento apparteneva a ciascuno di loro e così ognuno era immerso nei propri pensieri. Andrea ha proposto un brindisi in onore di Inge, una conoscente del Camino Francés, che l’anno scorso ha dovuto rinunciare poco prima di raggiungere questo luogo magico e che soffre ancora delle conseguenze sulla salute. Le ha augurato di poter vedere anche lei questo posto un giorno. Alla fine abbiamo brindato a
“Salute, soldi e amore!”
E con questo vorrei concludere il mio diario di viaggio. Bisogna smettere quando si è al culmine della bellezza. E in quel momento era proprio così.
Nei due giorni finali abbiamo approfittato del tempo migliore per fare una gita in spiaggia sul lato nord del promontorio e abbiamo gustato una cena davvero deliziosa preparata da Jörg nel nostro alloggio insieme a Philine, che ha trascorso una notte con noi prima di proseguire per Muxia. Il 28 settembre il nostro autobus è tornato a Santiago lungo la costa, dove abbiamo comprato qualche souvenir e pranzato. Poi solo l’autobus per l’aeroporto e il volo via Maiorca per Lipsia, dove ci aspettavano nostro figlio, il nuovo fidanzato di Jana e la famiglia di Jörg.
E così il Cammino Primitivo del 2012 è ormai passato alla storia. Sono stati giorni indimenticabili su sentieri fantastici in un ambiente indescrivibile. Sono stati incontri con persone straordinarie e conversazioni interessanti. Tutto questo ha avuto più peso dei piedi e della schiena doloranti, del sudore che scorreva a fiumi non appena si iniziava a salire, della mancanza d’aria negli ostelli soffocanti, del tempo… non proprio splendido dopo Santiago.
Un caro amico del Camino Francés mi ha scritto che il suo sistema immunitario ha ceduto quando ha visto online le mie foto del Cammino Primitivo, che il “virus del Cammino” ha colpito di nuovo e che ora deve solo convincere sua moglie che vuole ripartire.Beh, per fortuna anche mia moglie è affetta dallo stesso virus e ora si tratta solo di decidere «da che parte» e «quando».