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Pellegrinaggio biografico: da Everswinkel a Werne

Sulle tracce del padre nel Münsterland: tre giorni di cammino da Everswinkel, per Rinkerode e Herbern, fino a Werne an der Lippe nell’ottobre 2013.

8 ottobre 202613 min di lettura
Pellegrinaggio biografico: da Everswinkel a Werne

Nell’ottobre 2013 la nostra autrice è partita a piedi da Everswinkel, vicino a Münster, il suo paese natale – sulle tracce di suo padre e della sua famiglia. Il suo «pellegrinaggio biografico» la porta in tre tappe, passando per Rinkerode e Herbern, fino a Werne an der Lippe, la città natale di suo padre.

«Camminare come pellegrini non significa soltanto confrontarsi con se stessi, ma anche con il passato di persone e luoghi.»
(dalla prefazione di «Jakobswege in Westfalen», volume 4)

Il mio cammino dal mio paese natale Everswinkel, vicino a Münster, passando per Colonia

2 ottobre 2013: la partenza

Gioia
tensione, nervosismo
bel tempo, zaino pieno
ho tutto quello che mi serve?
Mi metto in cammino
tutto comincia dall’inizio
il coraggio mi accompagna.

Stoccarda – Münster, ICE 1922, ore 10:09–15:30: Adoro viaggiare in treno: paesaggi che sfrecciano, il rumore monotono delle rotaie, il mio posto con il tavolino, la merenda, il tè, i libri, una rivista. Sto seduta tranquilla, eppure mi muovo. Lo sguardo e i pensieri vagano.

Bingen – Coblenza: il mio tratto preferito lungo il Reno: la Mäuseturm di Bingen, i vigneti, i pendii ripidi, castelli su castelli, la Loreley, il grande fiume con le sue grandi navi così vicine.

Riaffiorano i ricordi dei viaggi a Bonn da Hartmut, delle manifestazioni, del giro in bici con Roland. E anche delle ore di nostalgia del Reno a Mannheim – i miei desideri segreti da ragazza: come sarebbe salire su una di quelle navi e arrivare fino a Rotterdam e oltre?

Il ponte sul Reno a Colonia: un lucchetto dell’amore dopo l’altro, migliaia di lucchetti, lungo tutto il ponte.

Arrivo alla pensione Arning, Everswinkel, Vitusstraße 10

«Bönninger? Certo che mi dice qualcosa. Avevano il negozio di articoli elettrici lì davanti, a sinistra.»

Si fa strada una sensazione familiare, quasi di casa. In paese c’è ancora chi si ricorda della nostra famiglia. «Conosce ancora qualcuno del paese?» Purtroppo devo dire di no.

Giro per il paese, lascio che tutto agisca su di me: le vecchie e nuove case di mattoni, la Magnusplatz. Una donna che avevo già notato sull’autobus da Münster a Everswinkel attraversa la piazza in bicicletta. L’appartamento dei miei primi mesi di vita si trova in Vitusstraße 13, al piano terra, una casa anonima costruita poco prima della mia nascita.

Sul sagrato noto un uomo anziano che entra in una delle casette. Lui potrebbe aver conosciuto mio padre e mio nonno, penso. Lo saluto cordialmente e attacchiamo discorso. Sì, conosceva il negozio di articoli elettrici Bönninger. «Ma non vivevano prima in campagna, in una delle frazioni?» Mi racconta che era stato in guerra ancora sette settimane – a 16 anni! Era tornato malato, e sua madre lo aveva rimesso in forze con latte e burro.

Vado a cena al Gasthaus Diepenbrock, Vitusstraße 5. Un tempo a Everswinkel c’erano ancora 10 osterie, oggi ne sono rimaste solo due: Arning (una casa di 300 anni) e Diepenbrock (150 anni), entrambe da tempo di proprietà della stessa famiglia. Mi lasciano sedere al tavolo dei clienti abituali, bevo una Detmolder Alt e mangio un’insalata alla maniera della nonna – con patate arrosto. Di fronte a me un ritratto del vecchio Diepenbrock, il padre dell’attuale proprietario, Clemens Diepenbrock, classe 1958. Gli chiedo del negozio di articoli elettrici, ma lui non se lo ricorda più.

Mi immagino che anche mio padre e mio nonno si sedessero in questa osteria. Qui si sta al bancone, si beve una birra dopo l’altra, si chiacchiera. C’è parecchio movimento. «Dopo il concerto passi ancora a bere una birra», mi dice l’oste salutandomi.

Vado a un concerto folk nell’ambito del Münsterlandfestival. Fiona Daniel canta canzoni malinconiche e intense in cui ci si può immergere. Una canzone in svizzero tedesco parla del «viaggiare». È per me, penso.

Ritorno all’osteria Diepenbrock – piena zeppa, davanti un capannello di fumatori. Con coraggio mi siedo al bancone, ricevo la birra promessa e un vicino molto loquace che mi racconta un sacco di cose su Everswinkel e sulla politica. È cliente fisso da Diepenbrock o da Arning. Due volte alla settimana sua moglie lo lascia andare a briglia sciolta, dice con aria furba. È contento di aver trovato in me un’ascoltatrice paziente e interessata. Ero mai stata da sola in un’osteria? Intorno al bancone ci sono soprattutto uomini che chiacchierano. Mi piace stare lì in mezzo, accolta nella vita di paese di Everswinkel.

3 ottobre 2013: Everswinkel – Rinkerode (22 km)

Alle 9:30 lascio Everswinkel. Siccome non voglio camminare lungo la strada, chiedo alla padrona della pensione un altro percorso. All’inizio mi oriento bene: casa di riposo, boschetto, campo sportivo, scuola Waldorf. Ma poi? Percorro un sentierino stretto che finisce nel nulla, o meglio davanti a un tepee di tronchi – costruito di sicuro dagli alunni della scuola Waldorf, penso. Mi faccio strada tra i cespugli, vedo la strada e alla fine dirigo i miei passi proprio lì.

Deviazioni – perdersi – trovare una via – tornare comunque alla strada – accettare la «via normale» – immagini del mio cammino di vita.

Ad Alverskirchen mi imbatto nella corsa ciclistica del Münsterland. Mi fermo, guardo e mi ricordo che anche mio padre faceva corse in bicicletta, rivedo davanti a me le vecchie foto in bianco e nero. Che giovane uomo era? Me lo immagino qui nel Münsterland durante le sue gare.

Avanti – un camminare meditativo su strade dritte e assolate attraverso la pianura – oltre fattorie, campi, piccoli boschi, quasi nessuno in giro, cinguettio di uccelli, silenzio.

La pianura si allunga, sempre più avanti, a sinistra, a destra, dritto, da nessuna parte un’indicazione di quanto manchi. Mi sale la preoccupazione. Ce la farò oggi a finire la tappa? Mi sono proposta troppo? Vento contrario, sole in faccia, meno male che ho gli occhiali da sole.

Alla fine di un lungo rettilineo mi aspetta, incorniciata da due querce, un tasso e un ginepro, un’edicola votiva con san Giuseppe che tiene in braccio Gesù Bambino; di fronte un cartello: «Albersloh, 3,8 km». Ce la posso fare! Al riparo dal vento, dietro san Giuseppe, faccio un picnic e mi lascio scaldare dal sole.

Ad Albersloh visito la chiesa di St. Ludgerus, vecchia di 1000 anni, accendo una candela davanti all’icona della Madonna e provo a sentire se qui sono vicina a mio padre. Ma lui non era cattolico, non molto religioso e probabilmente non è mai entrato in questa chiesa.

Sulla terrazza di una gelateria con vista sulla Werse mi godo un cappuccino e il sole. Mancano circa 6 km a Rinkerode, sembra che sarà un bel percorso lungo il fiume.

Gli alberi costeggiano la riva e indicano l’andamento del sentiero. Le gambe si fanno pesanti, continuo a dubitare di essere sulla strada giusta.

Dopo 22 km la prima tappa è fatta: arrivo nella storica locanda Lohmann a Rinkerode. Durante un breve giro entro nella chiesa di St. Pankratius e trovo il punto timbro ufficiale per i pellegrini di Santiago. Il mio primo timbro!

A cena dai Lohmann

Mi siedo sul divano rosso (tavolo 1). Le proposte bavaresi per l’Oktoberfest mi lasciano perplessa, voglio mangiare qualcosa di tipico del Münsterland. Fave con pancetta e patate lesse!

A mio padre queste fave non piacevano, già da bambino non riusciva a mangiarle. Sua madre lo accettava e gli cucinava sempre qualcos’altro, cosa insolita per quei tempi.

Siccome nella nostra famiglia questo piatto non è mai arrivato in tavola, non lo conosco affatto e sono curiosa. Le fave non sono più grandi dei fagioli rossi, un po’ più tondeggianti e verdi. Vengono servite in una salsa cremosa, con pezzetti di pancetta a insaporire il tutto. Mi piace! La padrona, la signora Lohmann, si siede accanto a me e dice: «È insolito che una donna lo ordini, ma camminando se l’è proprio meritato!» Da 260 anni la casa è una locanda, alla 7ª generazione «Lohmann». Le piacerebbe molto, a 63 anni, mettersi anche lei in cammino, ma in casa c’è ancora bisogno di lei e non riesce ad allontanarsi, racconta.

4 ottobre 2013: Rinkerode – Herbern (17 km)

Lo «Spiritletter» del giorno:

La quiete è un proverbio
raccolto dai
frutti del campo.
Non è passata
la dimora
sulla terra
che mette in moto
il divenire dell’uomo,
e prosegue
la libertà nel tutto.
La vita è
il battito del cuore di Dio.
(Barbara Hempel)

Haus Borg e Haus Bisping, Rinkerode

La signora Lohmann mi presta una bicicletta perché, prima di riprendere il cammino, possa andare a vedere questi due castelli sull’acqua. Le due residenze, insieme al Pröbstinhof, furono il nucleo originario di Rinkerode.

La tenuta Borg, 1170, una storia movimentata. L’ultimo conte morì nel 1978 a 102 anni, pieno di debiti, un bon vivant, come diceva la signora Lohmann. La tenuta la comprò un multimilionario, i cui figli oggi abitano Borg e Bisping – ermeticamente isolati, vietato l’accesso.

Mi incammino, pioviggina. Di notte ha piovuto, ma non fa freddo e non c’è vento. Lo zaino è più pesante di ieri, i miei passi più lenti, sento i piedi, i fianchi, le spalle. Le mucche mi guardano arrivare e osservano il mio cammino, una gigantesca mietitrice per il mais mi viene incontro, per il resto sono sola.

I tralicci della corrente costeggiano la mia strada. Mio padre se ne occupava quando lavorava nella ditta del nonno – costruzione di linee ad alta tensione. Una volta raccontò di come doveva arrampicarsi su questi tralicci per riparare o fissare qualcosa in cima.

A volte si intuisce il sole, a volte piove leggermente, un tempo che si addice alla malinconia del cammino.

Un rifugio al momento giusto, perché la pioggia si fa più forte. Qui posso finalmente fare una pausa, bere il tè, mangiare cialde al miele, guardare e ascoltarmi dentro.

Passa un ciclista, con un cesto pieno di mele e un raccoglifrutta sul portapacchi.

La pioggia smette. Cammino trotterellando, colgo tante cose: il profumo dell’aria di campagna bagnata di pioggia, il cinguettio degli uccelli, alberi isolati e caratteristici, campi concimati di verde, mietuti, arati, appena erpicati, appena seminati, coltivati a mais maturo, e in mezzo frazioni contadine con crocifissi.

Strade di campagna dritte che non vogliono finire. Mi viene incontro un autobus di linea – in mezzo ai campi? Più tardi faccio una sosta a una fermata dell’autobus – Sellhorst. Dal lunedì al venerdì qui passa un autobus cinque volte al giorno!

Temo che oggi mi verranno le vesciche. Comunque voglio fare la deviazione fino al castello di Itlingen – 2 km in più …

Il 3° castello sull’acqua di proprietà privata, oggi! Nascosto in un boschetto, circondato da ampi recinti per i cavalli – esistono ancora qui, i proprietari terrieri che possono permettersi di mantenere un vecchio castello. Incontro due ragazzine. Come vivono in questo isolamento? Dove vanno a scuola e come ci arrivano?

Sento i piedi, gli ultimi chilometri mi trascino a fatica – strade dritte che sembrano infinite fino all’orizzonte e poi ancora oltre. Finalmente una curva e il cartello d’inizio paese: Herbern! Il campanile indica la strada verso il centro. Sollevata e davvero K.O. entro in chiesa. Due bambine mi guardano affascinate e quasi con riverenza mentre mi stampo il timbro sulla credenziale.

Cena e pernottamento al Wolfsjäger

Wolfsjäger, «il cacciatore di lupi» – qui abitava l’uomo che nel 1835 abbatté l’ultimo lupo della Renania Settentrionale-Vestfalia. L’attuale proprietario – 3ª generazione – è membro della confraternita di San Giacomo e ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo del Cammino di Santiago. Racconta con entusiasmo dello spirito giacobeo che ha conquistato il comune di Herbern. L’attaccapanni in St. Benedikt proviene dalla locanda «letzter Wolf», e il timbro l’ha disegnato anche lui.

Oso rivolgere la parola a qualcuno!! Nel locale vuoto, oltre a me, c’è solo un tavolo occupato da un uomo. Sembra un escursionista – scarponi, pantaloni da trekking, camicia da trekking. «Anche lei è in cammino?» «Sì, ma vado da sud a nord.» Il suo sogno, dice, è attraversare una volta tutta la Germania a piedi, da Basilea a Flensburg. Ogni tanto si prende qualche giorno libero per farlo. Cerca la quiete, perché nel suo lavoro deve parlare in continuazione. Poco dopo si congeda.

Piste da birilli, in ogni locale ci sono piste da birilli. Qui così tanta gente gioca a birilli? Anche zia Gunhild e zia Ortrud sono in un club di birilli. Anche nella Germania del Sud è così diffuso?

5 ottobre 2013: Herbern – Werne an der Lippe (16 km)

Lo «Spiritletter» del giorno:

Comincia
Non disperare,
anche se la luce
oggi si mostra in ombre scure,
scopri la vita, non lamentarti,
il mistero si svela –
e tace.
Comincia!
Liberati
dall’involucro dell’essere
e della sua negazione,
perché il vuoto cela una pienezza potente
e l’inizio già conosce la fine.
(Albert Kreuzer)

Il castello di Westerwinkel

Di nuovo un castello privato, da quattro secoli appartiene ai conti von Merveldt. Nella guida leggo la parola «castello della Bella Addormentata» – non vuole essere trovato.

Il cartello dice 15 km per Werne – così tanti? Adesso devo proprio sbrigarmi, se voglio prendere il treno delle 17 a Werne! Restare tranquilla, ce la posso fare benissimo!

Il paesaggio cambia, diventa più collinare, più boscoso. Le sorgenti dello Horne – da qui sempre seguendo il ruscello che a Werne sfocia nella Lippe.

Trovare il ritmo giusto. Se vado troppo veloce, non raggiungo la meta (o ci arrivo stremata). Se vado troppo piano, perdo il treno.

Trovare la postura giusta. Né il busto né i piedi in avanti, restare dritta e in asse, spalle indietro, eretta. Deve sembrare diritto e leggero.

Pausa pranzo con vista su un campo di colza. Controllo sulla cartina come prosegue il percorso. Finora c’è stato ogni giorno il momento in cui mi sono preoccupata inutilmente.

  • 1° giorno: ce la farò a finire la tappa?
  • 2° giorno: ho dimenticato il documento dai Lohmann?
  • 3° giorno: riuscirò a prendere il treno?

Werne an der Lippe

Cerco di farmi un’idea di questa cittadina in cui è nato mio padre. Ma perché proprio qui? Per quanto tempo ci ha abitato? So troppo poco di quel periodo …

Bevo un caffè al Café Telgmann am Markt – anche questo già alla 5ª generazione, una vecchia istituzione. Quindi esisteva già nel 1934, quando nacque mio padre.

Suono alla porta del convento dei Cappuccini. «Attendere prego, arrivo», c’è scritto sul campanello. Apre un frate scontroso. «Sono in cammino e vorrei un timbro.» «Solo un timbro?» «Sì» – e cos’altro, mi chiedo. Timbra il mio cartoncino e io me ne vado.

Nella chiesa di St. Christophorus una croce particolare attira la mia attenzione. È di plexiglas, è appesa davanti alle antiche vetrate e, a seconda del punto di vista, riflette la luce e le finestre nei colori più diversi. Bellissima! Provo a fotografare la croce, ma non ci riesco. Mi colpisce lo sguardo di disapprovazione di una suora francescana. Con aria colpevole metto via la macchina fotografica. Ma non voglio andarmene con la sensazione che a Werne an der Lippe il clero sia così poco cordiale, e vado a cercare la suora. «Permesso?» «Sì?», risponde una voce dalla sacrestia. «Qual è la storia di questa bella croce?» Con gioia mi racconta di un progetto sulla croce di 3 anni prima. Una famiglia ha donato la croce dopo la mostra. La suora mi regala perfino un’immagine della croce. Con la bella sensazione che entrambe – la suora e io – siamo riuscite a cambiare le nostre reciproche impressioni negative, esco di nuovo dalla chiesa.

Il cammino su Camino Ninja

Da Rinkerode, passando per Herbern, fino a Werne l’autrice segue il Westfälischer Jakobsweg. Lo trovi con tappe, mappa e alloggi su Camino Ninja: Westfälischer Jakobsweg.