La via del coraggio: corpo, mente e anima sul Camino Francés
Sola, 24 anni e non religiosa: il diario di Lisa sul Camino Francés nel 2014 – da Saint-Jean per Burgos e León fino a Santiago, in tre parti.

A 24 anni, fresca di laurea magistrale in ingegneria meccanica e, per sua stessa ammissione, non religiosa, nel marzo 2014 Lisa parte da sola sul Camino Francés da Saint-Jean-Pied-de-Port verso Santiago de Compostela. Ha diviso il suo diario in tre parti: per il corpo, per la mente e per l’anima.
Con queste pagine voglio condividere con voi la mia storia.
Il Cammino di Santiago è uno dei più antichi cammini di pellegrinaggio d’Europa. Da ogni parte del mondo le persone si mettono in cammino verso Santiago de Compostela, alla tomba dell’apostolo Giacomo, per motivi religiosi, spirituali o sportivi. Anch’io, tra marzo e maggio 2014, parto per motivi spirituali da Saint-Jean-Pied-de-Port verso Santiago, Finisterre e Muxía.
Un viaggio in cui si rinuncia consapevolmente al lusso e ci si porta sempre dietro tutti i propri averi.
Un viaggio in cui ogni giorno si dorme in un letto diverso e si dipende dal calore e dall’umanità degli altri.
Un viaggio in cui si impara a fidarsi di sé stessi e degli altri.
Voglio portarti con me sul mio cammino.
Visto che il mio diario è piuttosto lungo, l’ho diviso nelle tre classiche sezioni del Cammino di Santiago: il primo terzo del cammino è per il corpo, il secondo terzo per la mente e l’ultimo terzo per l’anima. I terzi non sono divisi in parti uguali, perché per ognuno durano un tempo diverso, ma queste tre fasi le attraversano TUTTI.
Parte 1: Il corpo
Il terzo dedicato al corpo per me è stato il più duro, ma anche il più importante. Perché qui si svuota la mente senza saperlo. Prepara il corpo e l’anima a un nuovo inizio. Si potrebbe anche dire che in questa fase corpo e mente vengono resettati.
Irun – 24/03/2014
Volo con Vueling Airlines… Hostess spagnole carine. Lo spagnolo suona benissimo… Solo che è troppo veloce. Quando prendono fiato gli spagnoli mentre parlano? L’aeroporto di San Sebastián è così carino. Atterriamo su una piccola pista e in fondo facciamo inversione proprio in mezzo alla pista e rulliamo, come con il parcheggio del valet, fin davanti al terminal. La gente ha la faccia incollata ai vetri e aspetta i propri cari. Me non aspetta nessuno. Mi butto in un’avventura che comincio completamente da sola. Un po’ d’ansia ce l’ho. Tutta sola, da giovane donna, in un Paese che non conosco poi così bene. 800 km a piedi sul Camino Francés attraverso tutta la Spagna. Un pellegrinaggio. Non so lo spagnolo e spero di cavarmela con il mio buon inglese. Ma che cosa mi è passato per la testa? Non sono nemmeno religiosa. Questo piano assurdo è nato dal desiderio di scappare semplicemente da tutto dopo gli studi di ingegneria. Fare un break e staccare. Vacanza? Forse.
Due parole su di me, come mi descrivo all’inizio del viaggio: sono una ragazza tedesca, giovane, 24 anni. Ho studiato ingegneria meccanica e mi sono laureata con la magistrale. Visto che al momento la situazione sul mercato del lavoro è un po’ complicata, voglio semplicemente andare via per un periodo più lungo e staccare. Ho un ragazzo, Markus, che a 41 anni è molto più grande di me. È divorziato e ha un figlio di 9 anni. Stiamo insieme da quasi un anno e va tutto benissimo. In qualche modo ha smosso in me tanti pensieri e tante cose che mi fanno credere che un pellegrinaggio, proprio in questo momento, sia esattamente la cosa giusta per me. Ma di questo parlerò più avanti nel viaggio. Durante il viaggio di andata sono semplicemente nervosa, come spesso nella mia vita. Arriverò bene? Avrò problemi ad andare da A a B? La camera in hotel sarà davvero prenotata? Ho pianificato solo il volo di andata per San Sebastián, l’hotel a Irun per la prima notte e il volo di ritorno da Santiago il 01/05/2014. Nient’altro, il che per me è già un risultato straordinario, perché di solito pianifico sempre tutto. Tipicamente tedesca, appunto.
Il mio zaino arriva a San Sebastián sano e salvo, con qualche piccolo danno al sacco della spazzatura (per proteggere gli spallacci). Per prima cosa voglio andare all’ufficio informazioni a chiedere come arrivare all’hotel e il giorno dopo a Saint-Jean-Pied-de-Port, dove deve cominciare il mio pellegrinaggio. Informazioni? Non ci sono. Quanto è carinooo questo piccolo aeroporto di San Sebastián. Forse davanti all’edificio c’è un punto informazioni per gli autobus. Eh no, nemmeno. Visto che piove e non so in che direzione sia l’hotel, prendo un taxi. L’Ibis Hotel di Irun fa il suo dovere. Per 50 € a notte ho un bagno tutto mio, una camera semplice e una colazione mediocre. Che queste piccolezze nel corso del viaggio sarebbero diventate tesori preziosi, in questa misura non potevo ancora immaginarlo. Ma sono decisamente contenta di passare ancora una notte senza sacco a pelo. In hotel mi concedo un hamburger con patatine, perché il tempo è troppo brutto per cercare un ristorante fuori. C’è tempesta, tira vento e diluvia. I Pirenei finora li ho solo intuiti nella nebbia. Domani finalmente si parte davvero, devo solo arrivare in qualche modo a Saint-Jean-Pied-de-Port. Che emozione, che emozione, e di nuovo sono agitata e nervosa.
Di notte penso ancora al saluto con Markus. È stato difficile, perché in realtà non eravamo mai stati separati. Ma è andata bene, perché so che lui mi aspetta, mi ama ed è lì quando, tra 5 settimane, scenderò di nuovo dall’aereo. In qualche modo mi accompagnerà anche lui. Il suo angelo custode, che mi ha regalato prima della partenza, è appeso al mio zaino e il piccolo campanellino me lo ricorderà a ogni passo. Solo da pochi giorni sono consapevole che lui mi ama e che io amo lui, con tutto il cuore. Nei miei pensieri lo ringrazio per la sua pazienza e per la fiducia che ha in me.
Saint-Jean-Pied-de-Port – 25/03/2014
La giornata a Irun è cominciata alle 7. A quell’ora non riuscivo più a dormire e volevo partire il prima possibile, magari per fare persino ancora una tappa. La colazione in hotel non era proprio il massimo, ma posso portarmi via una mela e dell’acqua.
Poi la signora alla reception cerca disperatamente di spiegarmi la strada per il treno. Visto che non capisco lo spagnolo, devo affidarmi alla cartina che ha scarabocchiato lei. Che dire. Naturalmente mi sono persa prima ancora che il cammino cominciasse. A un certo punto trovo dei binari e li seguo finché arrivo a una stazione della metro. E da lì riesco almeno ad arrivare a Hendaye, in Francia. Lì mi precipito in stazione piena di slancio. Ho ancora quella sensazione di “posso fare tutto”, perché ho trovato la metro da sola! Beh. Fino a Bayonne arrivo ancora abbastanza in fretta con il TGV, che è già pronto sul binario. Poi la prima doccia fredda: in Francia le ferrovie sono in parte in sciopero e così il treno per Saint-Jean-Pied-de-Port è cancellato. C’è un unico autobus in tutta la giornata, che parte la sera alle 18.40. Quando lo scopro sono appena le 11. Così ammazzo il tempo a Bayonne tra visite, cibo e bevute. Visito la chiesa di Bayonne e lascio il mio nome in un libro in cui hanno già firmato molti pellegrini. Mi chiedo se ho qualcosa come una motivazione religiosa per fare il pellegrinaggio. Ma non ho una risposta e non ci penso nemmeno più di tanto. Perché in realtà una motivazione religiosa non ce l’ho. Sono una di quelle credenti evangeliche minimaliste. Vado in chiesa a Natale e pago la tassa ecclesiastica. E basta.
Girare, caffè, visite, mangiare, comprare provviste e passare il tempo seduta in stazione. Quello che però mi rovina i piani è il tempo. Ogni volta che ero fuori, veniva giù a catinelle. Previdente, oggi avevo già addosso i vestiti da trekking antipioggia. A un certo punto è arrivato il momento e l’autobus era già pieno zeppo di pellegrini. Spunta una scintilla di gioia. Anche gli altri sono pieni di aspettative e si possono ascoltare le prime conversazioni per rompere il ghiaccio: “In quanti giorni vuole farcela?”, “Da dove viene?”, “Cosa, fa il Camino già per la seconda volta?”. Io mi rannicchio nel mio sedile. Mi sembra già tutto troppo, non ho voglia di rendere conto anche a pellegrini pensionati tedeschi. Soprattutto perché a volte nemmeno io ho ancora le risposte a certe domande. Ha qualcosa della gita scolastica. Un pellegrino va davanti e fotografa all’indietro tutto l’autobus. Ma può farlo, con la privacy?
Più andiamo verso l’interno, più il paesaggio diventa collinare. Oh, ecco un’altra rotonda. In città ce n’erano già un sacco. Le “montagne” diventano sempre più alte e in parte si vede la neve, il resto sparisce tra le nuvole. Mer**, pensavo davvero che avrei avuto bel tempo. Rotonda. È bravissimo l’autista a guidarci per queste strade strette di campagna. Rotonda. Accidenti, avrei dovuto contarle. Rotonda. Diventa sempre più buio. Almeno così a Saint Jean non vedo più le montagne, però piove ancora. Quando scendo dall’autobus e sto ancora prendendo lo zaino, molti pellegrini sono già partiti di corsa. Visto che sono davanti alla stazione e in realtà non ho la minima idea di dove dovrei andare adesso, alle 22 di sera, seguo il gruppo. Raggiungo Stina, una pellegrina tedesca sovrappeso, e le chiedo dove stiano andando tutti. “All’ufficio del pellegrino, lì ci danno il timbro e un posto per dormire!” Suona bene, quindi dietro di lei. All’ufficio del pellegrino mi lascio cadere su una sedia e lascio passare avanti tutti gli altri tedeschi agitati. È così tipicamente tedesco: mettersi in fila e voler essere i primi. Beh, questa volta avrei fatto meglio a essere tipicamente tedesca anch’io. La credenziale del pellegrino permette di pernottare negli ostelli ed è la prova del pellegrinaggio. Alla fine, a Santiago, con questa ti rilasciano la tua Compostela personale. Qui ricevo anche la mia conchiglia di Santiago, che attacco allo zaino. Un segno dei pellegrini di Santiago. Quando tocca a me e ricevo il mio primo timbro, mi dicono che il refugio comunale è pieno. Uff… Niente paura, sarebbe arrivato Eric a sistemarci nel suo ostello privato. Va bene. Poi ancora l’avviso che tutti i sentieri sul passo di montagna sono chiusi per la neve. Strano, qui non c’è neve. Vabbè, sapranno di cosa parlano. Quando arriva Eric, un signore di mezza età e di ottimo umore, porta me e altri 6 pellegrini uomini nel suo ostello. È una casa fatiscente del XV secolo che sta facendo ristrutturare. In casa fa un freddo cane, dobbiamo toglierci le scarpe già al pianterreno e lui vuole timbrarci le credenziali. Poi ci chiede 17 €, cosa che trovo una sfacciataggine. Eric ci fa ancora una lezione sul cammino. Lo fa a fin di bene e i consigli non sono dei peggiori. Dice che prima di tutto impareremo a conoscere il nostro corpo. Dobbiamo ascoltarlo. E il Camino non è una gara. In quel momento non me ne importa niente, sono troppo arrabbiata per l’alloggio. Dentro di me, naturalmente. Si chiama shock culturale. Un primo shock culturale da Camino. La camera è la sfacciataggine successiva. 6 letti a castello in una stanza fredda, accanto un bagno in comune. Almeno c’è l’acqua calda. Mi faccio solo la doccia, mi asciugo i capelli con il phon e vado a letto senza cena. Mi resta almeno l’umorismo nero per pensare alle provviste nello zaino, che con queste temperature di sicuro non andranno a male, così si risparmia il frigorifero. Dormire quasi non riesco… Fa troppo freddo e per di più i gentili signori della mia camera russano. Alla fine però qualche ora di sonno vero e proprio la rimedio.
Roncesvalles – 26/03/2014
Argh, chi è che voleva che facessi questa cosa? Verso le 6.30 i miei compagni di pellegrinaggio si muovono e prepariamo gli zaini. Alle 7 c’è la colazione. Colazione… Mah… Caffè in una scodella da cereali, baguette secca e barattoloni di marmellata con dentro un cucchiaio. Eh, c’era da aspettarselo che la colazione non sarebbe stata migliore del pernottamento. Alle 7.30 mi carico lo zaino in spalla, esco di casa e borbotto tra me e me: “E via!”. Pochi passi dopo mi fermo, perché non ho la minima idea di quale direzione prendere.
Ritrovo Stina, che ha dormito nel refugio, e chiedendo in giro arriviamo alle prime indicazioni con la conchiglia e le frecce. Cammino con lei finché non usciamo da Saint Jean. Mi racconta che in realtà voleva partire dalla Germania e ci aveva anche provato. Dopo qualche giorno aveva interrotto il viaggio, perché i tedeschi l’avevano presa per una senzatetto e una barbona. Le era passata la voglia, perché la gente l’aveva trattata molto male. Ed è per questo che adesso cammina in Spagna, dove tutti vanno in giro così e il pellegrinaggio non è niente di straordinario. Poi accelero un po’ il passo, perché lei per me è troppo lenta. Ci salutiamo e poi sono in cammino. I primi km non hanno niente di speciale. Si incontrano tanti altri pellegrini motivati. La motivazione crolla quando comincia a piovere. Tiro fuori dallo zaino il mio poncio dell’Europa-Park e adesso sembro un sacco della spazzatura che cammina. Faccio il dito medio al cielo. Deve proprio uscire, quello che penso della situazione in generale. Anche i 5–10 km successivi si camminano bene. Si incontrano continuamente pellegrini che si conoscono già di vista, poi spariscono di nuovo per ricomparire all’improvviso da qualche parte. Non sono mai sola e le persone che incontro non mi fanno paura. Mi accorgo subito che il Camino unisce. Si attacca bottone in fretta con persone di ogni età. Sepp, svizzero, sta facendo la seconda parte del suo Camino. L’anno scorso è partito dalla Svizzera ed è arrivato fino a Saint Jean. E quest’anno da Saint Jean prosegue fino a Santiago. Perché camminano gli altri non lo so e non lo chiedo nemmeno. Mi sembra troppo personale e in questo momento non voglio ancora occuparmene, perché comincio a lottare con la mia resistenza e con il mio corpo.
Il percorso via Valcarlos corre soprattutto lungo la strada e non è particolarmente memorabile. Quando la salita si fa dura, la pioggia si trasforma in neve. Sempre più in alto e a un certo punto ai bordi della strada la neve arriva al ginocchio. I Pirenei ormai sono stupendi, collinari e pieni di neve, le cime spariscono tra le nuvole. Ma io me ne accorgo solo di sfuggita, perché sto lottando. Ho problemi all’inguine e la gamba sinistra riesco solo a trascinarla. Così i miei passi si accorciano e devo stringere i denti per riuscire ad andare avanti. Le scarpe sono fradicie e la meta non è in vista. Più volte c’è la possibilità di tagliare per sentieri nel bosco pieni di neve. Decido di no, perché non riesco ad alzare i piedi da terra e la neve mi finirebbe. Preferisco trascinarmi su per i tornanti della strada. Impreco ad alta voce tra me e me. Piangere quasi non ci riesco, non ne ho la forza.
In un tornante che sto risalendo a fatica da sola, uno spagnolo mi aspetta. Mi chiede se mi va un biscotto. Non so perché, ma questa frase mi fa venire le lacrime agli occhi. In mezzo al cammino, poco prima di disperarmi e allo stremo delle forze, arriva esattamente quello di cui ho bisogno: zucchero, compagnia e tanta umanità. E all’improvviso, in mezzo alla neve, spuntano ancora 2 venezuelani e un’ungherese. Ora siamo un gruppo e si cammina di nuovo più facilmente. Parlare non ci riesce nessuno. Ognuno lotta per conto suo. A un certo punto arriviamo a una chiesa su un’altura. Siamo arrivati in cima, al punto più alto, e siamo in Spagna. Una sensazione di sollievo e di gioia. In più mi dicono che Roncesvalles è a soli 2 km. Quindi adesso si va in discesa, il che porta nuovi problemi, perché ora si fanno sentire tutti i muscoli possibili. Ma arriviamo e veniamo accolti calorosamente in un monastero per 10 €. L’uomo all’accoglienza parla tante lingue e saluta ogni pellegrino nella sua lingua. Mi viene assegnato il letto 120. È uno dei letti in alto in un grande stanzone in cui i letti a castello erano divisi in una specie di scomparti da quattro. È abbastanza nuovo e i bagni hanno docce a sufficienza. Posso lavare e asciugare i miei vestiti. In una stanza calda per asciugare stendo tutto per la notte. Nel mio scomparto da quattro ci sono l’australiano di origine cinese Bo, il tedesco Tobias, insegnante tirocinante, e la giovane ungherese Anita. Scrivo il mio diario e annoto soprattutto i km e i passi fatti (per chi è interessato: 43.179 passi, circa 27 km in 6 h 40 min). Stare sdraiata è bellissimo. Comincio a chiacchierare con i miei compagni di scomparto. Si parla prima di tutto della cosa più importante: la cena. Si mangia in un ristorante accanto al monastero per 9 €: menù del pellegrino. Insieme a dei conoscenti degli altri organizziamo un tavolo per 9 persone.
Conosco Peter, inglese. È un ex soldato. Avrà circa 55 anni ed è in pensione, perché a causa delle ferite d’arma da fuoco riportate in Afghanistan non può più lavorare. Parla tanto e vengo a sapere che sta facendo il Camino per l’8ª volta. Vuole subito darmi consigli sugli ostelli di tutto il cammino, ma io sono come travolta e non riesco a ricordarmi niente. Mi fa la domanda che oggi voglio evitare di proposito. “Why are you walking the camino?” Rispondo: “Vacation.” Vacanza. Mi guarda dubbioso e incuriosito. Dice che nessuno fa il cammino come vacanza e basta. Nessuno fa il cammino per caso. Lascio cadere la cosa e andiamo a mangiare. Il menù è composto da zuppa, carne con patatine e una macedonia. Da bere vino rosso e acqua. Dopo il dolce avremmo potuto mangiare il menù una seconda volta, tanta era la fame. La tavolata con i venezuelani, uno spagnolo, Dylan dall’Idaho, Peter, Tobias, Anita e la sua amica ungherese Brigitta è allegra e, man mano che sale il tasso alcolico, veniamo a sapere qualcosa degli altri. Anita (27) e Brigitta (credo avesse 40 anni) hanno figli, e Brigitta sta elaborando una separazione. Tobias vuole migliorare il suo inglese per il tirocinio. Cosa ci faccia Dylan sul cammino non lo so. Peter dice che cerca una donna. Racconto della mia relazione e quando sentono la differenza d’età tra me e Markus tutti drizzano le orecchie. A forza di chiacchierare ci perdiamo la messa del pellegrino, che a quanto pare è stata bellissima. Quando finalmente sono a letto mi addormento subito e faccio il pieno di energie.
Zubiri – 27/03/2014

Neve dopo Roncesvalles
Alle 5.30 i primi pellegrini supermotivati cominciano a preparare le loro cose. Con tutto quel fruscio non riesco più a dormire e comincio anch’io a rendermi pronta per camminare. Poco dopo le 7 parto e chissà come all’improvviso siamo un gruppo: Anita, Brigitta, Tobias e io. Continua a nevicare e la prima cosa che vediamo dopo il monastero è un cartello stradale per Santiago con l’indicazione 790 km. Beh, se questo non è motivante. Per la neve ognuno indossa il suo poncio. Un sacco della spazzatura ambulante cammina con altri sacchi della spazzatura per 790 km attraverso la Spagna. Ok, nessun problema. Continuiamo a camminare sulla strada asfaltata, perché con la neve i sentieri nel bosco non sono proprio un’opzione. All’inizio sono sorpresa di quanto bene riesca a camminare, dopo che ieri mi faceva male tutto. La nostra colazione consiste in cornetti al cioccolato confezionati che prendiamo strada facendo in un piccolo supermercato.
Dopo pochi km tornano tutti i dolori. Trascino di nuovo la gamba dietro di me e i passi diventano più piccoli e pesanti. Il nostro gruppo ora non cammina più insieme, ma uno dietro l’altro a grande distanza. Brigitta la perdiamo già dopo pochi km. Poi resto indietro io, ma tengo duro e ogni volta li raggiungo di nuovo. I miei pensieri girano soprattutto intorno alle parole speranza e fiducia. Nonostante i dolori cammino. Nonostante i problemi tengo più o meno il ritmo, perché mi piace avere compagnia. A un certo punto imbocchiamo comunque una strada sterrata, perché ora la neve diminuisce. La strada è veleno per le articolazioni. Saliamo verso l’Alto de Erro. Una salita da manuale, e io che pensavo che fosse solo discesa! Quando arriviamo a un belvedere che si raggiunge anche dalla strada, facciamo una pausa. E proprio in quel momento ricompare Brigitta, insieme a Peter e a un canadese di nome Ryan. I tre hanno camminato lungo la strada.
Con la discesa il sentiero diventava sempre più fangoso e scivoloso. A un certo punto scivolo e finisco con una mano nel fango. A quel punto la neve non c’è più. La discesa è dura e le mie ginocchia sono bollenti e pulsano come impazzite. Dopo 23 km arriviamo al paese di Zubiri. Sono felicissima e la mia giornata finisce qui. Le ungheresi hanno poco tempo e devono macinare chilometri, quindi ci salutiamo e loro proseguono. Naturalmente prima facciamo ancora una foto, per non dimenticarci. Il tempo all’improvviso è completamente cambiato. Fa caldo, è asciutto, splende il sole e alle 13.30 siamo già arrivati. Il bucato oggi lo fa la lavatrice del piccolo albergue gestito da Maria. Così ben presto siamo seduti al sole, freschi di doccia, le scarpe si asciugano appoggiate al muro della casa e ce la godiamo. L’albergue era un consiglio di Peter, che ci aveva espressamente sconsigliato l’ostello comunale del paese successivo. Visto che da un lato non avevo voglia di continuare a camminare e dall’altro non avevo voglia di un ostello orribile, sono pienamente soddisfatta della mia scelta. L’ostello ha diverse camere e la mia aveva in tutto 7 letti, quindi era piccola e accogliente. Tobias viene sistemato con me e nel corso della serata si aggiungono in camera due coreani e Judith, un’australiana di 59 anni. Judith è riservata, ma aperta e gentile. Ci mostra orgogliosa i suoi tatuaggi sul dorso del piede, una stella colorata per ogni membro della famiglia. Ryan, il giovane canadese (credo avesse 23 o 24 anni), seduto al sole ci racconta che ha problemi con le altre persone. Che non gli piace la gente, preferisce stare da solo e per questo spesso passa per arrogante. Mah. Beh, almeno conosce il suo problema. Io però in realtà lo trovo abbastanza simpatico, a parte il fatto che per il resto non parla molto. Visto che la giornata è ancora giovane, verso le 18 Peter, Tobias e io andiamo in un ristorante e cominciamo con una bottiglia di vino rosso. Parliamo e parliamo di Peter e di Tobias. Tobias a casa finge, non può essere sé stesso. Penso che questo problema, chi più chi meno, lo abbiano tutti in certe situazioni. Io mi trattengo e ascolto.
Quando Tobias va a prendere una giacca, Peter mi chiede di nuovo perché cammino. Sono brilla per il vino rosso e cerco di spiegare meglio la mia situazione. Della nostra relazione e di come il mio ragazzo Markus mi abbia spinta a trovare me stessa. Presto Peter mi interrompe e mi chiede se amo il mio ragazzo. Rispondo di sì. Senza alcun dubbio. Poi mi chiede se amo me stessa. Rispondo subito, perché la risposta la conosco da tempo, ma non l’ho mai detta ad alta voce: no. Peter dice che è questo il motivo per cui cammino. E poi mi esce tutto fuori. I momenti difficili a casa, con la pressione di trovare un lavoro, con la pressione di accontentare in qualche modo tutti. Durante la conversazione mi strappo la pelle intorno alle unghie fino a farla sanguinare, tanto sono nervosa. Che io adesso permetta a degli sconosciuti di guardare così a fondo dentro di me mi è estraneo. Così bene mi conosce in realtà solo una persona.
Mentre mangiamo il nostro menù del pellegrino, nel ristorante arrivano sempre più pellegrini. Peter e Tobias restano di stucco quando entra nel ristorante un uomo alto e allampanato in tenuta da trekking. Adrian, un irlandese di 38 anni, a quanto pare aveva camminato 5 km più avanti fino all’ostello comunale. Ma era così sporco che era tornato indietro da noi. I materassi, a quanto dice, erano macchiati e umidi. Scuoto la testa. Niente al mondo mi avrebbe convinta a tornare indietro. Avrei preferito andare ancora più avanti, ma non indietro. Bene, abbiamo un altro compagno di cammino, che presto si congeda e crolla a letto come morto. Quando torniamo dal ristorante i vestiti sono lavati, asciutti e piegati con cura. Che lusso! In questo piccolo e caldo ostello dormiamo benissimo.
Pamplona – 28/03/2014
Partiamo alle 7 senza colazione. Noi, oggi, siamo Peter, Tobias, Ryan, Adrian e io. Dopo circa un’ora passiamo davanti a un caffè bellissimo che si trova su un fiume. Beviamo un caffellatte e mangiamo un bocadillo (panino con la baguette) con tortilla (frittata di uova e patate). Qui mi faccio fare un timbro e i gestori ci mostrano tutti orgogliosi il loro timbro nuovo. Tobias e io riceviamo il primo timbro e i gestori ci fanno una foto con le nostre credenziali.
Il sentiero è facile, il tempo è bello e non devo più trascinarmi la gamba. La gioia per la mobilità ritrovata mi spinge a tenere il passo con gli altri. Siamo meravigliosamente veloci! Sembra di volare. Ci avvisiamo a vicenda delle cacche sul sentiero e ci aiutiamo nei punti impervi. Finché… poco prima di Pamplona dobbiamo proseguire sull’asfalto. L’asfalto mi ricorda con tutta la sua forza che ho male alle ginocchia e che non avrei dovuto esagerare così. A Pamplona ci fermiamo alla Casa Paderborn, un ostello gestito da volontari tedeschi. Ormai riesco a malapena a salire o scendere una scala. Qui donne e uomini sono separati.
Quando alle 12 entro in camera, a letto c’è Stina, la tedesca robusta con cui ero partita da Saint Jean. Le chiedo sorpresa come abbia fatto ad arrivare prima di noi. Mi racconta che ha avuto problemi di salute. È venuta in autobus a Pamplona e qui è andata in ospedale. In questi due giorni ha perso più di 10 kg e adesso deve camminare più piano e riposarsi più spesso. Sono colpita dalla sua forza di volontà, perché non si arrende. Il bucato lo diamo di nuovo al servizio lavanderia. Poi mi dicono che c’è un guaritore. Wolf, un tedesco anziano che ora lavora come hospitalero vicino a León, ogni tanto passa dai colleghi tedeschi, dà consigli ai pellegrini e impone le mani. Anch’io ho ricevuto un trattamento, anche se il successo dell’imposizione delle mani è stato piuttosto modesto. Però controlla come mi sta lo zaino e regola completamente da capo gli spallacci. Che differenza. Uno zaino che calza bene è molto più importante del peso che si porta. Poi visitiamo Pamplona, la città della corrida. Una città bellissima e piena di fascino. Mangiamo in un bar pieno di studenti. Non mi sento bene. I dolori sono terribili, mi sento febbricitante. All’ostello prendo un antidolorifico e dormo male, anche se nella camera da 4 letti ci sono solo altre due donne.
Puente la Reina – 29/03/2014
Alle 5 sono già sveglia. Le assi del pavimento della vecchia casa scricchiolano forte, il fiume dietro la casa scroscia e le persiane sbattono al vento. Già alle 6 sono seduta a colazione pronta per partire, e per una volta la colazione merita il suo nome. Peter, Adrian, Ryan, Tobias e io partiamo insieme alle 7, non appena c’è abbastanza luce. Non so descrivere quanto siano incredibilmente forti i miei dolori alle ginocchia. E a ogni passo il dolore aumenta ancora. Così arranco dietro al gruppo a passo di tartaruga. Lungo il cammino Peter mi racconta del film “Il cammino per Santiago”, che fino a quel giorno non conoscevo. Peter, che è letteralmente prigioniero del cammino e lo percorre già per l’ottava volta, conosce ogni scena a memoria, cita battute e ci mostra i luoghi delle riprese lungo la strada. “Look, this is where Martin Sheen meets the Canadian woman!”, dice in un idilliaco paesino spagnolo. “This is the place where the Canadian woman joins Martin Sheen and the Dutch guy!”, strilla davanti a una piccola chiesa spagnola. Faccio foto ovunque, perché più avanti, guardando il film, voglio riconoscere i posti.
Oggi si sale su una catena di monti, l’Alto del Perdón. In salita, con i dolori alle ginocchia, va abbastanza bene. In cima al monte ascolto nel lettore MP3 una canzone che per me appartiene alla vetta di una montagna: “Atlas” dei Coldplay. Sulla cima ventosa con le sagome di lamiera arrugginita ho una vista bellissima a tutto tondo sulla campagna collinare. Metto il naso al vento e ascolto la canzone. Ecco com’è la libertà, com’è la felicità. Vivere il momento. È questo che penso mentre sto lì e per un attimo dimentico i miei dolori. La felicità dura poco, perché cominciamo la discesa. Va bene, gli altri saltano giù per il sentiero sassoso come stambecchi. Io invece cerco la sequenza di movimenti che fa meno male. E così sono lenta come una lumaca. Visto che il ginocchio sinistro fa più male, scendo prima con quello senza piegarlo, così devo piegare il ginocchio destro. Fa meno male e così arranco in discesa. Il resto della tappa però lo cammino da sola, perché non riesco o non voglio stare al passo. Ho paura di chiedere troppo al mio corpo. Piango disperatamente mentre cammino così, da sola. Così in fretta un essere umano arriva ai propri limiti. Ed è “solo” un sentiero. Quasi nessun grande ostacolo lungo la strada, eppure così potente. Noi esseri umani dipendiamo dal nostro corpo. Dovremmo esserne più consapevoli e imparare ad apprezzarlo. E all’improvviso sento dentro di me una voce che mi dice che sono forte e che ce la posso fare. Sii te stessa, sii sicura di te e stringi i denti. Impreco, canto e brontolo ad alta voce tra me e me, e ce la faccio.

Alto del Perdón
Il gruppo ogni tanto mi aspetta. La sensazione di essere attesa è bellissima. Quasi mi rimetto a piangere quando li ritrovo tutti in un bar davanti a un bicchiere di Coca-Cola. Più tardi Peter mi racconta che mi hanno lasciata da sola così a lungo apposta. Perché dovevo lottare. A tratti avevano persino temuto che mi sarei fermata un paese prima. Beh, ci ho pensato. Ma i miei dolori non sarebbero migliorati e avrei perso il gruppo. Senza sapere bene come e perché, ce l’ho fatta con gli altri fino a Puente la Reina. Una volta arrivata, per me è decisamente finita. Era la meta del giorno e l’ho raggiunta. I due ragazzi, Ryan e Tobias, vogliono continuare a macinare chilometri e oggi ci lasciano. Salutarli non è difficile, ma mi dispiace lo stesso, perché mi sarebbe piaciuto conoscerli meglio. Il piccolo albergue del paese non è granché elegante, piuttosto funzionale. Come se non bastasse, mi accorgo di aver dimenticato a Pamplona il mio grande asciugamano in microfibra. Argh… L’unico lusso che possiedo, oltre al mio phon. Farsi la doccia diventa così sempre più difficile e cerco di asciugarmi con i vestiti puzzolenti da lavare. Per fortuna funziona più o meno e poi la lavatrice lava tutto.
Ora si uniscono al Cammino di Santiago sempre più spagnoli provenienti da altri percorsi. I pellegrini che sono partiti con me da Saint Jean ormai sono sparpagliati lungo tutto il cammino, immagino. Oggi abbiamo incontrato solo altri due pellegrini. Devo pensare a Stina. Oggi Peter mi ha raccontato che in Germania si è fatta del male tagliandosi. Ieri a Pamplona gli ha mostrato le sue cicatrici. Io non lo sapevo né lo immaginavo. E di nuovo mi accorgo che tutte le persone che sono in cammino qui hanno un buon motivo per camminare. Spero che stia bene. Oggi ho la sensazione di poter fare tutto. Camminare sei ore con dolori del genere è già una follia. Ciononostante oggi mi concedo tanto vino rosso per anestetizzare i dolori, visto che l’ibuprofene in compresse non aiuta. Quello che mi tranquillizza è che camminano tutti come storpi. Ognuno ha i suoi acciacchi e di solito si tratta di tendini, vesciche, crampi o ginocchia. A quanto pare è normale e devo semplicemente continuare a camminare…
Prima di cena Peter e io, all’ostello, davanti a una bottiglia di vino rosso, parliamo ancora dei miei “problemi”. È bello che lui ci sia. Che ci sia proprio adesso. Per me. Mi mette, per così dire, sulla strada. Mi sta formando come pellegrina, sarebbe la definizione giusta. La conversazione è emozionante e posso riassumerla solo a fatica. Ma in sostanza è questo: ho un guscio duro intorno a me. Mi proteggo da qualsiasi cosa. Non lascio che niente mi tocchi, così non può farmi male. Non lascio spazio ai sentimenti, perché sono, come so da esperienze recenti, forti e violenti. Sono una gran fifona. Sono in cammino per liberarmi del mio atteggiamento interiore negativo. Per aprirmi. Per sapere chi sono e perché merito di essere amata. Lotterò, camminerò e mi aprirò. Solo così questo viaggio sarà speciale per me! E ce la farò.
A cena andiamo in un bar che Peter conosce già dai pellegrinaggi precedenti. Il proprietario si ricorda di Peter quando lui gli parla del suo albero di arance. A quanto pare Peter all’epoca aveva chiesto se le arance per la spremuta fossero fresche. Il proprietario si era molto indignato e aveva detto che le sue arance erano le più fresche in assoluto, perché aveva un albero di arance tutto suo. Peter non gli aveva creduto e così aveva potuto ispezionare l’albero e cogliere un’arancia. Il proprietario ci sorride raggiante ed è entusiasta che Peter lo onori di nuovo della sua visita e per di più gli porti dei clienti. Così ci fa cenno di seguirlo tutti in giardino fino all’albero di arance e ognuno riceve un’arancia fresca colta dall’albero. Un’esperienza indimenticabile.
La cena è buonissima. Qui mangio la paella più buona in assoluto e anche il mio pesce è squisito. Un bambino nel locale fa scoppiare un petardo e Peter sobbalza. Lo riporta in un mondo completamente diverso (militare). Poveretto. Sulla via del ritorno visitiamo ancora la piccola chiesa del paese. Come in tutte le chiese spagnole, qui è stato usato tanto oro. C’è una quiete meravigliosa. Adrian prega, probabilmente ricorda sua madre, per la quale sta facendo il pellegrinaggio.
Beviamo ancora anche all’ostello, e Peter è un vero bevitore. Parlo con Christa, una tedesca il cui marito viene dal Gambia, in Africa. Anche loro due hanno una differenza d’età piuttosto grande. Lei vuole semplicemente fare qualcosa per sé, visto che il marito va spesso a trovare la sua famiglia o è in viaggio per lavoro. Probabilmente c’è sotto qualcosa di più. Poi vado presto a letto anch’io, dopotutto in qualche modo devo ancora riprendermi. La notte in camera con sei uomini per me è molto agitata, perché tra loro ci sono dei russatori. Ma che importa, almeno ho un letto. E a quanto pare io russo esattamente come loro.
Estella – 30/03/2014
La mattina dopo mi sento come investita da un camion per via dei dolori, e i postumi del vino rosso fanno il resto. Di fare colazione non se ne parla, e la prospettiva della camminata che mi aspetta non migliora le cose. Adrian parte senza di noi. Peter fa colazione, ma anche lui ha i postumi della sbornia. La prima metà della tappa (ieri Peter aveva ancora detto: “There will be no climbs the next day!”) comincia con una salita ripida… Grazie, Peter, per l’avvertimento. Almeno non ho quasi dolori. Dopo le prime discese, brevi ma sassose, le ginocchia tornano a farsi sentire, e in più anche la caviglia destra. Da lì in poi i km tornano a essere lunghi. Ma fino a Estella ho comunque resistito bene.
Nell’ostello della gioventù ognuno può prendersi per 14 € una camera da 4 letti tutta per sé, chiudibile a chiave, e siccome in quel momento sono l’unica donna nell’ostello, ho addirittura il bagno tutto per me. Così mi faccio una doccia lunghissima e mi spalmo di crema, visto che ho spazio e tempo. Spazio, luce, acqua calda, una camera tutta mia. Lusso allo stato puro. Dopo il programma benessere mi metto a letto e per la prima volta mi addormento di pomeriggio prima di cena, e mi sveglio solo quando qualcuno bussa alla mia porta come se dovesse buttarla giù. Peter, Adrian, un altro Peter della Cornovaglia e io andiamo in città per procurarci qualcosa da mangiare. In un locale tipo pub ci danno spaghetti e olive. Oggi resto all’acqua invece del vino rosso. Dopo cena nell’ostello c’è qualche persona in più, ma io torno subito a letto. La camera va pur sfruttata. Mi addormento all’istante e il sonno è profondo, pesante e molto ristoratore.
Torres del Río – 31/03/2014
La colazione all’ostello della gioventù è meravigliosamente abbondante. Café con leche, pane tostato, dolci, frutta fresca e così via. Ne prendo un po’ come provviste. Al mattino in molti discutono la tappa di oggi. Ci sono due possibilità: Los Arcos con circa 21 km o Torres del Río con quasi 30 km. Io sono già quasi decisa per Los Arcos, di più non me la sento. Inoltre Peter-il-militare vorrebbe proseguire da solo e do per scontato che quel giorno lascerà indietro me e gli altri. Parto con Peter-il-militare, gli altri fanno colazione all’infinito. Mi aspetto da un momento all’altro che parta a tutta velocità con il suo passo di marcia militare e mi semini. Ma come per miracolo quel giorno riesco a camminare. Cammino quasi senza dolori e con una grande resistenza. Riesco a tenere il ritmo di Peter. Che effetto può fare una notte di buon sonno!

Vecchio scarpone
Lungo la strada Peter-della-Cornovaglia e Adrian ci raggiungono di nuovo. A Los Arcos ci sistemiamo in un bar sulla piazza davanti alla chiesa e ci concediamo una tazza di caffè, dopo che Adrian e io abbiamo comprato in farmacia un gel all’ibuprofene. Ci sentiamo tutti abbastanza bene, quindi proseguiamo tutti insieme. A mezzogiorno fa già davvero molto caldo e gli ultimi km non finiscono mai e sono duri. Ma teniamo duro e quando arriviamo alla Casa Mariela, il giovane proprietario ci accoglie calorosamente. Lui naturalmente conosce Peter-il-militare-di-Londra. Quando cammini 30 km ti senti invincibile. È una sensazione meravigliosa. Oggi vediamo un sacco di gatti e cani. Il tempo è splendido e il cammino è meravigliosamente facile. Camminare senza cappellino sotto un sole che spacca le pietre, però, non è consigliabile.
Dopo la doccia mi guardo i piedi: dove finiscono i calzini ci sono dei puntini rossi e gonfi che prudono. Peter-il-militare li vede e dice che sono sicuramente morsi di cimici dei letti e che non devo farli vedere a nessuno, altrimenti non mi faranno dormire da nessuna parte. Questa notizia mi lascia inorridita. Bestioline che strisciano, cimici dei letti già dopo così poco tempo?? Che schifo… Per prima cosa vado al bar e mi prendo una birra, che dopo un tragitto del genere è semplicemente deliziosa. Ovvio che dopo questa notizia adesso mi prude dappertutto. Anche solo per suggestione. In quel momento do per scontato di essermi portata dietro le bestioline dalla prima notte a Saint Jean. Mentre sono seduta al bar a bere la mia birra e a scrivere il diario, nell’ostello arriva una famiglia tedesca. Hanno con sé un grande carretto a mano con i bagagli. Tre bambine accompagnano i genitori: Finja, 1 anno, portata sulla schiena dal papà; quella di mezzo (il nome purtroppo l’ho dimenticato :/), di circa 3 anni, che in parte cammina e in parte viene tirata nel carretto, e la grande, Ronja, 6 anni, che fa tutto il cammino a piedi. Tanto di cappello per quest’impresa con le bimbe, che la affrontano con totale disinvoltura e senza problemi. Parole testuali del padre: “Il problema non è camminare, i problemi cominciano sempre la sera negli ostelli.” Conosco anche una coppia di Chicago che ha tutto il tempo del mondo per il cammino e di solito percorre solo mezze tappe. Ma ehi, il mio massimo rispetto anche per il fatto che dei giovani americani della mia età finiscano in Europa e sul Cammino di Santiago. Anche qui il film “The Way” ha avuto una grande influenza; credo che altrimenti laggiù il fenomeno del Cammino sarebbe praticamente sconosciuto.
A cena siamo tutti seduti insieme a un tavolo. Si unisce a noi anche un austriaco. Proprio per via delle bambine la cena è piuttosto rumorosa e poco rilassante, ma mette addosso una vitalità meravigliosa… Mi riempio troppo in fretta, saluto presto la compagnia e vado a letto. Che la notte sarebbe stata una catastrofe, in quel momento non lo immaginavo ancora. Si comincia con dei malintesi con il mio ragazzo a casa. Mi tormenta un pizzico di gelosia e di incomprensione. Anche da lontano ho bisogno del suo pieno sostegno. Poi arrivano dalla cena gli altri compagni di stanza e sento già quanto è ubriaco Peter-il-militare, che a quanto pare ha con sé anche una o due bottiglie di vino che svuota sul balcone. Poi comincia il russare degli altri compagni di stanza. Non riesco ad addormentarmi e all’improvviso Peter, nel letto di fronte, comincia a tossire, a sputare, a vomitare sul balcone e così via.
Sono disgustata, mi prude dappertutto e fino alle 3 di notte circa non riesco ad addormentarmi.
Logroño – 01/04/2014
Quel giorno mi sveglio furiosa e stanchissima. Sono arrabbiata con me stessa, con il mio ragazzo, con Peter-il-militare, che beve senza alcun riguardo per gli altri, e per il sonno rubato, di cui avrei avuto così tanto bisogno. Faccio colazione in fretta (la spremuta d’arancia fresca aiuta un po’) e mi metto lo zaino in spalla. Cammino con gli altri, ma per la prima volta ascolto consapevolmente musica con il lettore MP3, per non dover chiacchierare. E ascolto musica che corrisponde al mio umore, cioè rabbia. No, non ascolto metal o roba simile, ma qualcosa di più forte, di combattivo.
Il tratto di oggi era facile, ma sembrava incredibilmente pesante e duro. La testa era piena e il corpo, per la mancanza di sonno, non era in forma. Peter cerca di tirarmi su. Mi chiede che cosa mi piaccia di me. Mi piace che tengo duro e lotto. Così come porterò a termine anche il Cammino di Santiago. Molte cose di me non mi piacciono. In primo luogo la mia insicurezza. Peter mette in risalto i miei lati positivi e dà una spinta alla mia autostima. In molte cose non ha torto, e so che anche il mio ragazzo la pensa come lui. Allora perché non riesco semplicemente a vederla allo stesso modo e ad apprezzare quello che ho? Mi racconta che il canadese Ryan, che fino a qualche giorno fa era con noi, gli ha chiesto se fossi single. Un’informazione del genere fa naturalmente benissimo all’autostima di una donna. Essere desiderate è una sensazione bellissima, soprattutto quando non devi fingere, ma vieni apprezzata per quello che sei davvero. E sul Cammino nessuno finge, almeno nessuno di quelli che fanno seriamente i conti con i propri problemi.
Poco prima di Logroño passiamo davanti alla bancarella di Maria, la figlia di Felisa, che ci mette un timbro. Le compro una collana con una conchiglia, che da allora mi accompagna ininterrottamente. A Logroño mi concedo una camera singola in una pensione per 20 €. Stanotte ne ho proprio bisogno. Stare ancora una volta da sola, e per giunta con asciugamani e coperta… Lusso. Compro uno spray anti-insetti e ci spruzzo tutta la mia attrezzatura e me stessa. Mangio la spesa fatta al supermercato. Le vesciche da calore sul naso, che mi porto dietro da ieri, peggiorano. Alcune si aprono e diventano ferite aperte. Sono praticamente sfigurata.
Quella sera non esco più dalla mia camera, scrivo cartoline e vado a dormire presto.
Nájera – 02/04/2014
Di prima mattina mi arrabbio subito perché non tutti i miei vestiti si sono asciugati. Parto già alle 7 e vorrei fare colazione da qualche parte, ma non trovo ancora nessun bar aperto. La cosa mi fa arrabbiare da morire e continuo a camminare. Riempio la borraccia d’acqua a una fontana e mangio una mela. È ancora buio, ma siccome mi ci vuole mezz’ora per attraversare Logroño, dove è tutto illuminato, non è poi così grave. Do per scontato che gli altri mi raggiungeranno comunque. I primi 10 km, come nei giorni scorsi, non sono un problema. Il cammino passa accanto a un bel lago e nella mia solitudine comincio persino a canticchiare un po’ di “Tanz der Vampire”. Sempre più forte, finché alcuni pellegrini in bici mi superano salutando allegramente. Allora mi vergogno di nuovo.

Sulla strada per Nájera
Prendo una scorciatoia e così salto il paesino di Ventosa. La regione della Rioja è di un marrone rossiccio, le viti sono ancora rami rachitici e nodosi e il tempo è opprimente. E così cammino e cammino e non incontro anima viva. Gli altri non si vedono e io lotto e lotto, e sola come sono, gli ultimi km diventano una tortura. Mi fa male tutto e mi trascino fino a Nájera. Oggi lungo la strada ho pensato solo a tenere duro. Volevo dimostrare qualcosa a me stessa e anche agli altri. A Nájera punto all’ostello indicato da Peter e sono la prima ad arrivarci oggi, dopo 28 km. Almeno me la sono cavata da sola e non mi sono persa. Eppure camminare da sola è stato opprimente. Faccio la doccia nell’ostello, che è davvero molto bello, e mi sto sistemando quando sento arrivare di sotto Peter-il-militare, Peter-della-Cornovaglia e Adrian. I tre sono sollevati quando mi vedono. Pensavano che me ne fossi andata a casa. In realtà erano soltanto 20 minuti dietro di me. Una pausa più lunga e mi avrebbero raggiunta. Ma a quanto pare oggi era il mio destino camminare da sola.
Nell’ostello incontro Richard, un giovane tedesco sui 20 anni. Mi chiede se voglio parlare con lui. Dico di sì, perché è per questo che siamo tutti qui. Ma poi arriva un discorso che, vista la mia scarsa esperienza con le droghe, non sono riuscita a seguire… “Ho avuto una vera illuminazione mentre camminavo con due ungheresi! Siamo tutti individui. Eppure siamo tutti qui. E siamo tutti Uno.” Mentre filosofeggia così tra sé e sé, si rolla le sue canne. Sono contenta solo perché con le due ungheresi intendeva Anita e Brigitta, e mi fa piacere che camminino ancora insieme e che a quanto pare stiano bene. Quando dopo 10 minuti arriva di nuovo al Big Bang e si mette a parlare dell’universo, stacco definitivamente la spina e penso: “L’importante è che lui sia felice!” Ormai tutta la stanza puzza d’erba. Quando Peter-il-militare se ne accorge, fa a Richard una sfuriata coi fiocchi. Che è vietato, soprattutto negli ostelli, e che per questo lo cacceranno fuori, o meglio finirà in galera. Richard allora si congeda con le parole “Allora vado sulla montagna.” … Per un attimo resto senza parole e mi chiedo: “Quale montagna????”.
Ora ho una gran voglia di un pasto caldo e, dopo aver spedito le mie 12 cartoline, Peter-il-militare, Peter-della-Cornovaglia, Adrian e io andiamo in un ristorante molto moderno. Lì incontriamo la coppia neozelandese di cui avevo già sentito parlare. I due sono in luna di miele sul Cammino. Dopo che la metà maschile della coppia ha avuto problemi al tendine d’Achille, si sono comprati l’equipaggiamento completo da ciclisti, bici e borse comprese, e ora fanno il Cammino in bicicletta. Ognuno a modo suo. Spesso, a proposito di questa storia, ho sentito il commento: “Be’, quei due vogliono proprio scoprire se il matrimonio regge!”. Al ristorante mi danno insalata di pasta, polpette e gelato. Anche i piedi mi fanno parecchio male e dopo cena e una bella birra fresca alle 20 sono già a letto, per recuperare le forze per il giorno dopo.
Grañón – 03/04/2014
Quando la mattina dopo partiamo insieme (Peter-il-militare, Peter-l’insegnante, Adrian e io), Richard dorme ancora. Ieri mi aveva detto che non vuole affrettare niente: fa circa 2 o 3 giorni di pausa a settimana e cammina circa 15 km al giorno. Va be’, buon divertimento e buona vita. La strada per Grañón è facile.
Comincio a camminare in modo consapevole. Metto consapevolmente un piede davanti all’altro. Comincio a spingere il corpo in avanti con il piede posteriore, invece di trascinarmi dietro al piede anteriore. È un modo di camminare completamente diverso. Percepisco consapevolmente il mio respiro e trovo un ritmo che non mi lascia senza fiato. Anche se molte cose fanno male, riesco a camminare ed è piacevole. Se dimentichi i dolori e il camminare, cominci a concentrarti su te stessa e a goderti te stessa. Il mio corpo comincia a cambiare. È come se mi fossi pian piano rodata. Peter-il-militare dice che il grasso intorno agli organi si brucia per primo. Credo che questo processo sia ben avviato. Mi sento bene. Scoperta importante: allungare i passi mantenendo lo stesso ritmo. Così fai automaticamente meno passi e la distanza non è più un problema.

scorciatoia attraverso i campi
E così per la prima volta i miei pensieri cominciano a girare intorno alla mia vita e non più intorno ai miei dolori. In fondo sto proprio bene. Un ambiente sano a casa, un ragazzo affettuoso, buone amiche, la salute, bei momenti. Cosa si può volere di più? Questa è la vita. E se ne ha una sola. A Grañón puntiamo verso la chiesa. Qui c’è un alloggio a offerta libera, gestito da hospitaleras volontarie. Sono scettica mentre, ormai sotto la pioggia, ci dirigiamo verso il campanile e saliamo infreddoliti. Quando entriamo, il mio umore cambia di colpo. La scena che ti si presenta davanti ti dà immediatamente la sensazione di essere il benvenuto. Nella stufa arde il fuoco, il calore è molto piacevole e riempie tutta la stanza. Patrizia, l’hospitalera spagnola, ci accoglie con le parole: “Benvenuti, vi stavamo aspettando. Ho appena messo uno stufato sul fuoco!” Ci sistemiamo sui materassi nella parte alta della stanza. Ovviamente qui non ci aspetta nessun lusso. Ma l’acqua calda della doccia fa bene.
Poi mi danno un tè mentre scrivo il diario e ascolto la conversazione dei Peter con l’hospitalera Patrizia. Peter-il-militare racconta di aver già dormito in un altro ostello di Grañón e che il gestore è matto. Patrizia, una donna molto diretta e risoluta, dice di conoscere quell’uomo, che è un suo amico e che non le piace come Peter parla di lui. La conversazione degenera per motivi che non riesco a spiegarmi. Io non trovavo la discussione poi così grave, due persone che difendono il proprio punto di vista. Ma Peter-il-militare, furioso, raccoglie le sue cose e lascia l’ostello senza dire una parola. Sono scioccata, ma Peter-l’insegnante mi racconta che Peter-il-militare semplicemente non sopporta le critiche, e soprattutto non da parte delle donne. Non riesco a capire quest’uscita di scena, ma mi rassegno alla sua decisione.
Chiamo il mio ragazzo a casa, visto che il Wi-Fi in chiesa non è ancora stato davvero installato. È felicissimo e io ho le lacrime agli occhi. È la prima volta dalla mia partenza che sento la sua voce. Ha buone notizie: è stato ammesso a un corso di qualificazione. E anch’io gli racconto della leggerezza che ho conquistato oggi. Dopo la telefonata aiuto la giovane hospitalera ungherese con la spesa per la sera (pane e biscotti). Mentre siamo seduti intorno alla stufa conosco altre persone meravigliose, che diventeranno ancora molto importanti per me. L’americana Ellen di Seattle (51 anni), che vuole dare una svolta alla sua vita professionale e privata, al momento lavora per Microsoft. Ma vorrebbe semplicemente ritrovare la bussola e, nel lavoro, andare più in una direzione spirituale. Conosco Antonio (sui 35 anni), un conduttore radiofonico italiano di Bergamo. Intrattiene tutta la compagnia. Gioia di vivere allo stato puro. C’è poi uno spagnolo che viene dai dintorni di Santiago. Insomma, sta camminando verso casa. Be’, ha con sé una bicicletta, ma per lo più la spinge, perché gli piace semplicemente chiacchierare con i pellegrini. Un tipo spassoso. Si uniscono a noi due signore anziane della Norvegia. Fanno il pellegrinaggio con calma e in parte in autobus. Sono colpita. E quando racconto dei miei dolori alle ginocchia, una delle signore mi dà una crema. Me la spalmo sulle ginocchia e non so bene se diventino calde o fredde, ma qualcosa succede. Penultimo arriva Phillipe, un uomo anziano che è partito a piedi dal nord della Francia. Ha un carrello su cui è legato lo zaino e che tira con i fianchi. Parla un po’ di tedesco ed è la cordialità fatta persona.
Andiamo tutti insieme alla messa del pellegrino (tranne l’italiano, che deve cucinare). Anche se non capisco una parola, mi sento toccata e accetto volentieri la benedizione del pellegrino. Ultimo si unisce a noi un basco, e durante la cena siedo tra il basco e Patrizia, che è catalana. Imparo molto sui conflitti tra baschi, catalani e spagnoli. La serata è così armoniosa. Dopo cena andiamo nel coro della sontuosa chiesa e accendiamo una candela. La candela passa di pellegrino in pellegrino e ognuno racconta i motivi del proprio pellegrinaggio. È un momento di grandissima emozione e, profondamente commossa e sincera, racconto che non accetto me stessa e che vorrei trovarmi e imparare ad amarmi. Sul Cammino non vieni giudicato, questa è la cosa bella, e per questo puoi essere chi sei. Leggiamo ancora una volta la benedizione del pellegrino, che in italiano dice così:
Signore Gesù Cristo, che hai chiamato il tuo servo Abramo dalla città di Ur dei Caldei e lo hai protetto in tutto il suo peregrinare, e che hai guidato il popolo ebreo attraverso il deserto, ti preghiamo di benedire questi tuoi figli che, per amore tuo, nel loro pellegrinaggio verso Compostela attraversano qui le strade e le piazze di Grañón. Sii tu per questi pellegrini: compagno nel cammino, guida sicura a ogni bivio, rifugio lungo la strada, ombra nella calura e luce nell’oscurità, conforto nello scoraggiamento, costanza nei loro propositi, fiducia e presenza nei loro dubbi. Perché, sotto la tua guida, giungano rinvigoriti alla meta del loro cammino e, arricchiti di grazia e di virtù, possano tornare illesi alle loro case, colmi di salvezza e di gioia. Andate nel nome di Cristo, che è la Via, e pregate per noi a Compostela.
Nel nostro minuto di silenzio siamo tutti molto commossi. Ma siamo tutti felici di questa esperienza che ci unisce. Poi, uno dopo l’altro, vanno tutti a dormire. Il materasso sottile sul pavimento di legno non è proprio comodo e di notte faceva sempre più freddo, tanto che ho dormito piuttosto male. Ma la serata ne è valsa la pena.
Villafranca Montes de Oca – 04/04/2014
La mattina dopo le hospitaleras preparano come per magia una colazione per tutti. La giovane ungherese mi prende da parte e mi dice di aver fatto il suo Camino per i miei stessi motivi. Dice che Dio l’ha aiutata e che devo avere fiducia. Siccome non sono molto religiosa, trovo carino il suo incoraggiamento, ma non ho davvero la sensazione che queste parole mi aiuteranno. Quanto ci si possa sbagliare, in quel momento ancora non lo so.
Partiamo di buon umore e l’unico argomento di conversazione è Peter-il-militare. Mi occupo solo di lui e rifletto su cosa mi dia fastidio di lui. Ha troppi problemi. Problemi che non riesce a risolvere da solo. E scappa dai suoi problemi, per questo fa il Camino per l’ottava volta. Aiuta molti altri pellegrini per rimuovere i suoi problemi e il suo vero io. Lo incontriamo nel paese successivo, dove a quanto pare ha passato la notte in un parco giochi. Sembra confuso, dice anche cose piuttosto sconclusionate, che la sua notte è stata terribile. Poi cammina un tratto con noi e io gli racconto i miei pensieri. E cosa fa Peter-il-militare? Si mette a piangere, accelera il passo e scappa via da me. Già è brutto che debba essere io (una ventiquattrenne) a mostrargli i suoi problemi. Supera di corsa Peter-della-Cornovaglia con un commento sgradevole. Adrian e Peter-della-Cornovaglia non sono esattamente ansiosi di rivedere Peter-il-militare. Ma a me tutta la faccenda non esce dalla testa. È il mio cammino, d’accordo, ma forse si può anche aiutare qualcun altro.
Dopo il trattamento con la crema della norvegese i dolori alle ginocchia sono quasi spariti e si cammina magnificamente. Rifletto anche sull’umanità che ho ricevuto nella vita e sul Camino. E sull’amore che posso dare e, spero, anche ricevere. E sono semplicemente grata e felice di tutto e piango lacrime di gioia. Negli ultimi km si alza un vento terribile contro cui dobbiamo camminare. Scherziamo dicendo che bisogna camminare come Superman. Ti toglie le forze e siamo contenti di essere arrivati all’Hotel Villafranca con ostello. Peter-il-militare non c’è, il che ha un effetto positivo sull’umore di tutti. Lì ritroviamo Ellen, cosa che mi fa davvero piacere. Svuotiamo insieme qualche bottiglia di vino e andiamo a cena eleganti nel ristorante dell’hotel a tre stelle. Ci sono spaghetti, un hamburger e riso al latte. La serata è semplicemente ciò che si può chiamare un bel momento. Verso le 22 poi andiamo a letto. Nonostante il bell’alloggio la notte è agitata. Un americano, che dorme sotto Peter e accanto ad Adrian (sotto) e a me (sopra nel letto a castello), russa così forte che tutti emettiamo versi esasperati… A un certo punto sento qualcosa sbattere, ma non ci faccio più caso.
Atapuerca – 05/04/2014
La mattina dopo vengo a sapere che Peter-della-Cornovaglia ha lanciato i suoi occhiali contro quello che russava. Ahah, rido così forte che mi fa male. Mentre usciamo dal giardino dell’hotel, Peter-il-militare incrocia la nostra strada. Non ci degna di uno sguardo. Gli auguro buongiorno, ma ricevo a malapena una risposta. E così camminiamo uno dietro e davanti all’altro e io comincio pian piano ad arrabbiarmi. Arrabbiata perché lui influisce in modo così negativo sui miei pensieri e sul mio umore. Questo doveva essere davvero il MIO cammino. E così quel giorno prendo io la guida, cammino in testa, piena di forza ed energia, e ho la sensazione di dover badare ai miei compagni di pellegrinaggio Peter-della-Cornovaglia e Adrian e di dover essere forte per tutti. Per la prima volta assumo un ruolo da leader.
Il lungo tratto fino al paese successivo (alias la mia colazione) è di circa 13 km e richiede la mia barretta energetica d’emergenza. Camminiamo attraverso il bosco, dove c’è un fango tremendo. Verso Peter-il-militare non faccio nemmeno un passo, perché ci ho provato. Anche lui deve lasciarsi aiutare, e a quanto pare non vuole. La strada fino ad Atapuerca non è particolarmente lunga e così ci arriviamo già a mezzogiorno. Mi sento benissimo, ma non voglio lasciare il mio gruppo e quindi resto con Adrian e Peter-della-Cornovaglia in un ostello tipo bungalow. Peter-il-militare incrocia ancora una volta la nostra strada e si scusa per il suo comportamento. Lo abbraccio; lui all’inizio si ritrae, ma poi lo lascia fare. Poveraccio. Si ferma in un altro paese e noi passiamo il resto della giornata di nuovo in tranquillità e armonia.
Nel piccolo negozio del paese beviamo un sacco di caffè, e Peter-della-Cornovaglia e io osserviamo Antonio, l’italiano di Grañón, mentre con due amici pellegrini fa la spesa per una cena cucinata da loro… Guardare degli italiani che fanno la spesa ha un livello di intrattenimento incredibilmente alto. Antonio: “Ah, I forgot something! Il formaggio! Queso! The cheese! No dinner without cheese!” Il lungo pomeriggio libero lo passiamo poi a poltrire nei nostri letti. L’eruzione, ovvero le vesciche da calore, peggiora sempre di più. Eppure, nonostante questi difetti estetici, mi sento amata e semplicemente bene. Il menù del pellegrino ad Atapuerca è stato il più buono in assoluto. Pasta all’olio con verdure saltate, poi pollo thai con riso e fragole fresche per 12 €. Dato che Peter, Adrian e io occupiamo in tre una camera da 6 letti, ognuno si è preso il letto di sotto dei letti a castello e ci facciamo tutti una gran bella scorpacciata di sonno tranquillo. L’americano che russa è nello stesso ostello, ma nella camera di fronte, e ci separano due porte e un corridoio. Dormiamo profondamente.
Burgos – 06/04/2014

Alba dopo Atapuerca
Il mattino arriva troppo in fretta. Nessuno di noi tre voleva alzarsi. Eppure, come ogni mattina, ci facciamo forza per infilare le nostre cose nello zaino e continuare a camminare verso ovest. Sulla strada verso Burgos assistiamo a un’alba meravigliosa in mezzo a un gregge di pecore. La seconda metà del percorso è su strade asfaltate e il cammino attraversa per chilometri la zona industriale di Burgos. Tutto questo camminare sull’asfalto è una fatica tremenda e siamo felicissimi di arrivare al moderno ostello municipale.

Soffitto di una cappella laterale nella cattedrale di Burgos
A poco a poco arrivano facce conosciute: Peter-il-militare, Ellen, uno spagnolo anziano che da qualche giorno continuo a incontrare e che mi riempie sempre di chiacchiere in spagnolo, pur sapendo che non capisco una parola, Antonio e il suo amico pellegrino. Ancora una volta dormo sopra nel letto a castello, ma non è un problema. Il problema è la mia faccia. Sono gonfia, rossa e ho ferite aperte dappertutto su naso e guance. Per un attimo ho un crollo e vorrei tornare a casa. Burgos ha un aeroporto, il che è allettante. Ma mi faccio forza e con gli altri visito Burgos, in particolare la cattedrale più bella che abbia mai visto in tutta la mia vita.
Nella cattedrale mi sento per la prima volta una vera pellegrina, piena di reverenza davanti all’arte architettonica e ai dipinti. Quanto tempo deve essere servito per creare una cosa del genere. Quanta perseveranza hanno avuto coloro che hanno realizzato quest’opera. Ringrazio Dio per le esperienze vissute finora e per le persone che ho avuto la fortuna di conoscere. Il tempo è perfetto e ci godiamo il tempo insieme. Come ciliegina sulla torta, qui ci becchiamo il menù del pellegrino peggiore e più caro dell’intero viaggio. Paella scongelata e fredda, agnello annegato nel grasso con patatine che nuotano nel grasso e riso al latte con cannella. La barista del ristorante era barista, cameriera e cuoca in una sola persona… Il che dice tutto. Nell’ostello incrocio Antonio, che mi chiede della mia faccia. Gli dico che non ho idea di cosa sia. Lui, con il suo fantastico accento da italiano sempre di buon umore, dice: “It’s the sun!” Allora mi giuro che da domani metterò la crema solare e porterò il cappellino. Sono contenta del sonno che riesco di nuovo a fare e non vedo l’ora di scoprire come proseguirà il viaggio. Peter-il-militare una volta ha detto che da Burgos in poi le cose cambiano. Tanto per cominciare, Peter-il-militare si sarebbe fermato un giorno in più a Burgos. Cioè non lo incontreremo più. Cos’altro mi aspetta, non lo so.
Parte 2: La testa
Proprio quando comincio a sentirmi bene, inizia il lavoro per la testa. L’ampiezza dei campi di grano, il paesaggio senza colline e le strade dritte all’infinito fanno sì che ci si occupi di se stessi. E si notano molti più dettagli: lucertole, serpenti, rane… Tutto ciò che altrimenti forse non vedresti, qui è come un grido nella desolazione del paesaggio. Da qui in poi comincio pian piano a ritrovare me stessa.
Hontanas – 07/04/2014

Sulla strada per Hontanas
Oggi Ellen, Peter-della-Cornovaglia, Adrian e io camminiamo insieme. Ora la regione cambia. Ci aspetta la temuta Meseta. Campi di grano infiniti, vastità, nessun dislivello, noia per il corpo e lavoro per la testa. Accettiamo volentieri la sfida. Lungo la strada ci spingiamo a vicenda. A volte chiacchieriamo, a volte camminiamo semplicemente uno accanto all’altro. Penso poco, perché voglio soltanto farcela fino a Hontanas (32 km). Mi godo me stessa e il mio corpo. Sono felice che il mio corpo si sobbarchi queste fatiche. Gli ultimi km, come sempre, sono i peggiori. Soprattutto perché questo paese non lo vedi finché non ci sei, dato che si trova in una conca. Ma arrivare all’albergue è come una rimpatriata di classe. Antonio e il suo amico di cui ancora non so il nome, la coppia neozelandese con le bici… Conosco una coppia che parla italiano ma non inglese, il che impedisce la comunicazione e ogni ulteriore avvicinamento. In compenso incontro una coppia di Inzell che lavora nella ristorazione e Jürgen, uno svevo che ha camminato il suo primo giorno e si lamenta dei dolori. Niente di spettacolare, semplicemente un bel momento, e decido per me di accettare questo tempo così com’è, senza voler interpretare chissà cosa in ogni cosa. La cena con Ellen, Peter e Adrian è stata armoniosa. Parliamo tanto, ridiamo tanto, tutto va bene, tutto è leggero e allegro. È come se adesso l’anima andasse in vacanza. Si riposasse. Alle 21 tutti a letto. Non c’è molto altro da dire su questa giornata, se non forse che la mia faccia tira di meno. Antonio aveva ragione, è l’allergia al sole…
Boadilla del Camino – 08/04/2014

Traffico in senso contrario sul Cammino di Santiago
Alle 7 ci alziamo, facciamo colazione e partiamo. Ogni 8-10 km facciamo una pausa, perché incontriamo gli italiani. Parole testuali di Antonio: “The breaks are the camino! Espresso and bocadillo!” È divertente e ci godiamo le pause, il caffè, la birra, il cibo, il tempo … All’inizio ci aspetta una salita ripida e ho così tanta forza che la faccio quasi di corsa. È un’ebbrezza. È proprio di questo che si tratta. Godersi i bei momenti, vivere! Verso mezzogiorno fa un caldo soffocante e i km nella Meseta senz’ombra diventano duri, anche perché ci sono tantissime mosche. Adrian e io ci stacchiamo dal resto del gruppo a passo di marcia, vogliamo solo arrivare. Ci viene incontro un gregge di pecore: davanti cammina un asino, e il pastore e due cani fanno la guardia. Che carino! A Boadilla arriviamo in un alloggio con un giardino curato in modo splendido. Dopo la doccia mi guardo allo specchio in reggiseno sportivo e mi godo la mia immagine. Qualcosa di simile agli addominali torna a farsi vedere. Nonostante la faccia sfigurata mi sento sexy. Mi stendo al sole con una birra, il che suscita sorrisetti e invidia in Antonio e nel suo amico Felipe (sì, finalmente so il suo nome e che è brasiliano!). La mia faccia migliora pian piano, il gonfiore diminuisce. Si potrebbe persino pensare che i due ragazzi abbiano voglia di flirtare. E ehi, perché no, anche questo contribuisce al buon umore. C’è una cena comune e sono seduta accanto a un’australiana e a Ellen. Quando si arriva al tema del lavoro, che per me è ancora un grosso problema, divento piccola piccola. Tutte e due mi dicono che non importa cosa faccio, ma che devo essere aggressiva, devo mostrare determinazione, e allora posso ottenere tutto. Devo parlare in prima persona singolare invece che al plurale (“Noi donne”, “Noi tedeschi”, “Noi …”), per farmi notare come individuo. Prenderò a cuore questo consiglio e spero di riuscire a metterlo in pratica a casa. La notte è stata di nuovo molto fredda e dormo poco, ma almeno nella stanza non c’è nessuno che russa.
Carrión de los Condes – 09.04.2014

Chiesa a ?? Chi lo sa? Doveva essere tra Boadilla del Camino e Carrión de los Condes.
La mattina dopo comincia con il “mio” gruppo (Ellen, Adrian e Peter della Cornovaglia) che vuole partire senza colazione. Peter ha perso il cellulare a Logroño e spera di riuscire a comprarne uno nuovo nella prossima città. L’ostello offre la colazione e io non amo camminare senza aver fatto colazione. Così decido di camminare con Antonio, Felipe e la coppia di italiani e di ritrovare gli altri lungo il cammino. È un periodo magnifico. Federica e Christien (la coppia) non li capisco, ma mi piacciono entrambi. Sono così simpatici e, da veri italiani, pieni di buonumore. Scopro che Federica è una triatleta e fa tutto questo per motivi sportivi. Ed è vegetariana, ma non le piacciono le fragole. Il suo ragazzo vorrebbe tanto tenerle testa, ma combatte con i polpacci.
Il tempo del cammino ora non è più raccolto e tranquillo, ma pieno di vita. Antonio parla volentieri e tanto, ma canta altrettanto, e chiacchiero molto anche con Felipe, che almeno parla bene l’inglese. Anche lui, già dal primo giorno, mi incoraggia a essere me stessa. In ogni paese si fa una pausa per bere un caffè. Non so perché, ma quel giorno mi si scioglie un piccolo nodo in gola e per la prima volta dalla festa di maturità canto davanti ai miei compagni di cammino. Suona incredibilmente male, ma qui contano soprattutto il coraggio e l’esperienza. Perché questa sono io: amo la musica, mi piace cantare. E penso che Peter-il-militare abbia ragione: dopo Burgos le cose cambiano. E soprattutto grazie a tutta l’energia positiva delle persone che ora incontro.
Puntiamo all’ostello Santa Maria, gestito da suore. Un ostello bello e semplice con cucina, dove gli italiani vogliono di nuovo scatenarsi. Quel giorno conosco anche il coreano Youn. L’avevo già visto a Burgos, ma non avevamo ancora avuto un contatto vero e proprio. Parla male l’inglese e così, alla fine di tutto il viaggio, non so dire perché fosse lì. So solo che ci ha regalato tantissimi momenti divertenti. Perché da quel momento lo incontriamo ogni giorno, ed è sempre arrivato prima di noi negli ostelli. So che anche lui è stato nell’esercito. E chi incontro naturalmente anche nell’ostello? Lo spagnolo anziano, che mi racconta di nuovo in spagnolo dei suoi problemi di piedi e di scarponi. Dopo una doccia vado da sola in città e in farmacia compro qualcosa per le ferite sul viso, che ormai stanno guarendo. Prelevo dei soldi al bancomat. E mentre passeggio così per Carrión, all’improvviso qualcuno urla: Lisa, come here! E lì vedo tutti i miei cari seduti in piazza davanti a una birra. Mi unisco a loro e ricevo una birra, che con il caldo svuoto in fretta. Conosco altre persone (sul Camino, del resto, non si fa altro): Pascal dal Lussemburgo e Pauline dall’Olanda. Pauline ha appena cominciato. Mi racconta di conflitti con gli amici e di come a casa finga di essere un’altra. Cerco di darle dei consigli, per quanto sono già riuscita ad aiutare me stessa. In quel momento non so ancora dare un nome a tutto quello che mi è già successo, a ciò che è cambiato. Solo ripensandoci dopo capisco che quello era l’inizio del mio nuovo io. Gli italiani, Felipe e io andiamo a fare la spesa per la cena. Alla fine quella sera si cucinano pasta all’amatriciana per 12 persone, più insalata, vino e bruschette. A testa questo menu costa 3 €. Parliamo anche della tappa del giorno dopo, che è bella tosta. Ci aspetta la tappa più lunga senza paesi in mezzo. Domattina, fino al prossimo paese, sono 17 km. Il percorso è senza ombra e va semplicemente dritto. Decidiamo quindi di partire presto, per non finire sotto il sole di mezzogiorno.
Terradillos de los Templarios – 10.04.2014

I messaggi su foglietti non sono rari lungo il cammino.
Partiamo alle 7 e, dopo caffè e dolcetti, ci mettiamo in cammino. Sto vicino a Felipe, con cui mi trovo sorprendentemente bene. È una delle poche persone di cui si dice che siano sulla stessa lunghezza d’onda, in qualche modo anime gemelle. Sa di cosa ho bisogno in certi momenti, come motivarmi. Così parliamo molto durante i 17 km, che per me volano. Mi dà semplicemente la sensazione di essere normale, anche se spesso io non ne sono convinta. Si impara a valutare le persone e a fidarsi, e Felipe è una di queste persone. Arrivo alla convinzione che bisogna accettare se stessi e le proprie inclinazioni. Tutto il resto non rende felici.
Arrivata al bar mi si presenta una scena buffa. Tutti gli altri, soprattutto Peter della Cornovaglia, sono distrutti dalla marcia forzata sotto il caldo, gli scarponi sono tutti tolti. Ormai anch’io cammino in pantaloncini corti e maglietta, ma sempre con cappellino e crema solare. Gli italiani con i loro bastoncini sono naturalmente partiti davanti a noi a velocità supersonica. Ognuno al suo ritmo. Finalmente scopro anche cosa vedo spesso scritto su pietre e muri: A Passo Lento. Cammina piano. Non vale certo per molti italiani, per questo probabilmente si frenano da soli. Anche il resto del cammino vola. A Terradillos ci dividiamo. Felipe e io restiamo in un bell’ostello con un grande giardino. Gli italiani proseguono. Youn e gli altri sono in un ostello più vecchio in paese. Nel nostro ostello stiamo in una camera da 8 letti, dove oltre a noi due c’è solo un altro pellegrino. Lo spagnolo anziano. Siccome Felipe sa conversare in spagnolo, gli faccio chiedere il nome del signore: Alfonso. Finalmente quell’uomo ha un nome. E di nuovo mi racconta in spagnolo dei problemi con gli scarponi. Felipe prova a tradurre, ma Alfonso parla veloce e in modo poco chiaro. Vengo a sapere che d’ora in poi farà trasportare lo zaino e porterà con sé solo lo stretto necessario per camminare, per alleggerire la schiena. Il resto della giornata è poco spettacolare: doccia, poltrire, mangiare qualcosa e dormire. Mi trovo sexy da morire, ormai i pantaloni hanno bisogno della cintura e anche il naso va decisamente meglio. Mi sento benissimo.
El Burgo Ranero – 11.04.2014

Sahagún – metà del Cammino di Santiago
Oggi partiamo alle 7.30 e lungo la strada raggiungiamo gli italiani e anche gli altri. Andiamo spediti, la testa è vuota e ci si sente benissimo. Come un nuovo inizio. Camminando penso a quello che gli altri pensano di me e al fatto che forse parlano di me. E all’improvviso mi viene il pensiero: “Ehi, e allora?!” Percorriamo un tratto che per ore non cambia. Un sentiero di ghiaia, a sinistra alberi a formare un viale, a destra la strada. Si va dritti così per ore e penso: “Sono a così tanti km da casa e là si parla e si spettegola di me.” E invece di farmi pensieri e preoccupazioni, penso: “Wow, che successo! Che parlino pure! Può essere invidia, ammirazione o qualsiasi altra cosa, ma non indifferenza!”
E mentre osservo le belle nuvole nel cielo e mi preoccupo di meno, all’improvviso fa CLIC. In mezzo a questo paesaggio monotono la mia voce interiore positiva dice: “Eccomi. Questa sei tu. E tu sei positiva!” Cerco dentro di me la voce cinica e sarcastica che commentava tutto e tutti in modo negativo. Ma non la trovo. E ne sono felicissima. Con “I Lived” degli OneRepublic nelle orecchie, entro a El Burgo Ranero camminando veloce, euforica e senza segni di stanchezza. I ragazzi fanno fatica a starmi dietro. Arriviamo in un ostello gestito da due volontari degli Stati Uniti, Trish e Stef. Peter della Cornovaglia deve averci già annunciati, perché ci aspettano. Youn è già lì e naturalmente Alfonso, i soliti sospetti. Più tardi arrivano anche Ellen e Adrian. Prima di tutto ci concediamo di nuovo una birra e poi facciamo la spesa per il risotto in programma. Una spagnola cucina la tortilla e ancora una volta facciamo un pasto grande e buonissimo. Felipe si è ritirato: ha portato in giro il suo salame al caldo un giorno di troppo. Poveretto. La sera nasce ancora una conversazione interessante tra Stef ed Ellen. Stef è insegnante di yoga ed Ellen, durante il suo viaggio, ha pensato anche lei di lasciare Microsoft per tenere corsi di yoga. E così anche questo incontro è una strana coincidenza del destino.
Arcahueja – 12.04.2014

Alba dopo El Burgo Ranero
Oggi sono piena di forza ed energia e voglio solo partire. Camminare mi viene facile e oggi cammino con Ellen e Adrian, che tengono un ritmo altrettanto veloce. Felipe, un po’ acciaccato, resta con Antonio, che oggi se la prende altrettanto comoda. Dopo 12 km arriviamo a un bar dove mi concedo una spremuta d’arancia fresca. Le vitamine fanno semplicemente bene a me e al mio corpo. Lungo il resto del cammino parlo con Ellen. Le racconto del mio momento speciale e la ringrazio per l’energia positiva che irradia. Mi dice che vede in me un’enorme riserva di energia che aspetta solo di esplodere. Che mi trova molto forte e che anch’io comincio piano piano a trasmetterlo. Poi parliamo di quanto siano importanti i buoni amici e lei comincia a piangere. Ma di gioia, perché tiene così tanto ai suoi amici. Sono commossa di poter condividere con lei questo momento emozionante, come già a Grañón.
Camminiamo ancora per altri km e il caldo di mezzogiorno ci stanca in fretta. Quando arriviamo ad Arcahueja, ci aspetta: Youn! Alfonso si è fermato prima, purtroppo non lo vedrò più. A quanto mi dicono, ho visto per l’ultima volta anche Peter-l’insegnante, perché anche lui si ferma un paese prima. Antonio ha un po’ fretta, perché il suo volo è prenotato fra pochi giorni, e prende l’autobus per León. Felipe almeno ci raggiunge un po’ più tardi. Il caldo fa vittime e spacca il nostro gruppo. Peccato, ma questo è il Camino. Dopo un bicchiere di sangria con Ellen scrivo il diario, mi siedo al sole e ripercorro la giornata:
- Amo me stessa e la mia vita.
- Amo gli hobby che ho abbandonato per via dell’università. Qualcosa dovrò riprendermelo con il tempo, probabilmente l’equitazione.
- Comincio a sentirmi in contatto con la natura, che mi fa bene. Per me questo significa trasferirmi fuori dalla città, che mi opprime e mi dà sui nervi.
- Amo il mio corpo, a cui in futuro voglio fare più del bene. Per me questo significa più sport, andare in bicicletta.
- Forse imparerò un’altra lingua, l’italiano è così bello e io me la cavo nel mondo “solo” con il mio inglese. È davvero un peccato.
Il menu che ci servono nell’unico ostello del paese è di quelli “si è sempre impegnato”. Spaghetti, pesce fritto con patate a spicchi, insalata e budino. Poi rotoliamo a letto e mi assale un sentimento malinconico. Siamo poco prima di León, poco prima dell’ultimo terzo del cammino, e mi chiedo che fine abbia fatto il tempo. Fin qui ho avuto intuizioni importanti, ma non sono ancora pronta a finire il cammino. Triste, ma con l’anima piena, quella sera mi addormento.
Villar de Mazarife – 13.04.2014
Ci alziamo alle 6.30 e divoriamo la colazione che ci hanno già preparato la sera prima. Partiamo per León, che dista appena 7 km. Ci arriviamo anche in tempi piuttosto rapidi e ci godiamo l’atmosfera mattutina della città la Domenica delle Palme. Sulla grande piazza davanti alla cattedrale provo, come già a Burgos, una sorta di timore reverenziale. E mentre sorseggiamo lì il nostro caffè, viviamo di nuovo qualcosa di simile a una rimpatriata di classe: la coppia neozelandese, la coppia di Inzell, Youn… Qui arrivano tutti e anche di Antonio veniamo almeno a sapere che è partito solo poche ore prima di noi. Osservo il portale d’ingresso della cattedrale. Uno splendido rosone troneggia sopra le porte. Bellissimo. Ma poi noto le due creature brutte ai lati del rosone. Mi chiedo perché queste creature orribili siano state messe su un’opera d’arte così bella. E lì mi colpisce per la seconda volta lungo il cammino. È proprio la bruttezza di quelle figure, e il coraggio di chi le ha messe esattamente lì, a rendere quel rosone così bello. Senza saperlo, quel rosone viene percepito così solo perché ci sono quelle figure brutte. E questa è arte. Fa riflettere. Non è sempre bella. Se ne discute. E capisco cosa devo fare a casa. La mia attività di modella amatoriale l’avevo appesa al chiodo, perché le foto erano sempre uguali. Alla fine era diventato solo un lavoro. E ora so che dovrei assolutamente continuare a lavorare come modella amatoriale. Ma devo farne arte. Almeno per me. Magari si possono condividere le foto, lasciare che la gente ne discuta, suscitare gradimento e rifiuto. Allora se ne parla, ed è proprio questo che voglio. L’idea di vedermi come un’artista mi piace e nella mia testa prende forma.

La cattedrale di León la Domenica delle Palme
E all’improvviso le idee per gli shooting cominciano a piovere e scoppio di una creatività che prima non avevo mai percepito. Qui a León, sulla piazza davanti alla cattedrale, si mette in moto qualcosa. Voglio continuare a camminare e lasciarmi ora ispirare dal cammino. Salutiamo Ellen, che vuole passare la giornata a León. È un peccato che non venga con noi, ma questo è il Camino. Da qualche giorno, poi, ho l’idea di farmi un tatuaggio. Non mi esce dalla testa il nome La Peregrina, la pellegrina. Ma ora so che è il nome con cui voglio portare avanti i miei nuovi progetti. La Peregrina è nata a León. Mi accorgo di come la natura, i paesaggi, le persone e anche la musica che ascolto mi ispirino.
A Virgen del Camino c’è una delle chiese più moderne del cammino. Proprio ora la gente sta uscendo dalla chiesa e ci mettiamo a parlare con una hospitalera. Ci racconta che l’artista delle statue della chiesa è morto da poco. Sono toccata da queste figure spettrali e mi viene una delle mie prime idee per una foto.
Proseguiamo e mi vengono altre idee. Alla nostra meta mi compro un quadernino in cui le annoto tutte, per non dimenticarne nessuna. Incontriamo un gruppo di americani (Lindsay, Christy, Cary e Ian), che quella sera cenano con noi. Vengono dal Tennessee e sono quella che si chiama good company. Sono un po’ travolta da tutte le mie idee e per il resto della serata stacco la spina.
Parte 3: L’anima
Nell’ultimo terzo si ricostruiscono la fiducia in sé stessi e la propria forza e si consolida ciò che si è scoperto di sé nel tratto precedente. Questo tempo è fatto per godersela e per rendersi conto di quale meravigliosa esperienza si è potuta vivere. Si impara ad apprezzare molte cose e i pezzi del puzzle si ricompongono in un grande insieme. E si trova ancora qualcosa di meraviglioso: la propria fede.
Astorga – 14.04.2014
Ora che mi lascio ispirare consapevolmente, presto molta attenzione alla natura e a ciò che mi circonda. Ci dirigiamo verso le montagne e già pregusto un po’ di varietà nel paesaggio. I 33 km si camminano con relativa facilità. E mi accorgo che l’acqua sembra felice di poter scorrere. Mi sento come se fossi legata all’acqua. Forse la religione della natura e la dottrina degli elementi sono qualcosa in cui posso identificarmi e in cui posso credere. Non lo so, ma l’acqua che scorre mi piace. Mi piace guardarla. Astorga è in una posizione idilliaca, ma mi accorgo che le piante dei piedi cominciano a bruciare. Sono contenta quando arriviamo all’ostello, e chi incontriamo lì? Antonio! La gioia è enorme e si riparte a fare la spesa. Perché c’è di nuovo un grande banchetto per 15 persone. Questa volta posso preparare io il sugo di pomodoro. Una sfida, ma con l’aiuto degli italiani nessun problema.

La cattedrale di Astorga
Rivedo Maxime, un francese che era già con me sull’autobus per Saint Jean. Anche lui è una di quelle conoscenze che compaiono e poi scompaiono di nuovo. Oggi chiacchiero un po’ con lui. Anche con lui mi trovo benissimo fin dall’inizio. Si fida di me molto in fretta e mi racconta che a casa ha un ragazzo. Mi ricorda un amore di gioventù che avevo conosciuto durante uno scambio in Francia, Sebastien. Ci siamo conosciuti, presi una cotta e poi sono dovuta ripartire. Ci siamo sentiti ancora un po’, ma piano piano il contatto si è interrotto. Mi intristisco pensandoci, ma, buffo, non riesco più a ricordare che aspetto avesse. Solo la sua collana. Una triskele, un simbolo importante per me. La portava sempre e me lo ricordo benissimo. E di nuovo un pezzo del puzzle va al suo posto. Perché mi è rimasto in testa questo simbolo e non l’uomo in sé? Si annuncia già da giovani ciò che più tardi non si può fermare? Quella sera vado a letto per ultima, perché la conversazione con Maxime si è un po’ allungata. Piena di pensieri e di stupore, mi addormento.
Foncebadón – 15.04.2014
La mattina dopo visitiamo ancora la cattedrale e il palazzo vescovile di Astorga. Mangiamo churros a colazione e partiamo per una tappa che per me è una delle più belle del Camino. Il paesaggio, i fiori, le montagne che si avvicinano, i cespugli spinosi e una salita bella tosta. Ho sbloccato la mia riserva di energia e volo su per la montagna con la musica. Supero gli americani, mi lascio alle spalle Felipe e lo svevo Jürgen. Sento la montagna e il terreno. Oggi mi unisco all’elemento terra. So esattamente dove mettere i piedi per non inciampare. Foncebadón è un minuscolo paesino in montagna. Troviamo posto in un alloggio gestito da hippie e guru dello yoga. L’alloggio è pieno da scoppiare, ma facciamo una doccia calda e la sera ci servono una grande padella di paella. Offro un giro di birra ai miei amici, ai quali si è aggiunta un’altra italiana, Cristina.
La serata è allegra e rilassata e non vediamo l’ora che arrivi il giorno dopo, quando già nelle prime ore del mattino raggiungeremo la Cruz de Ferro, dove ogni pellegrino può deporre una pietra portata da casa. La pietra è un segno delle fatiche del pellegrino, e le preoccupazioni e le fatiche vengono letteralmente deposte alla Cruz de Ferro. Per Antonio sarà la fine del viaggio, perché deve tornare in aereo in Italia.
Ponferrada – 16.04.2014
La tappa di oggi supera tutte quelle precedenti. Il sentiero verso la Cruz de Ferro è stupendo. Mistico nella luce del sole che sorge. Sento un legame fortissimo con la natura, le piante, la terra e l’aria. Così in alto sulle montagne mi unisco all’elemento aria. Sento qualcosa che somiglia a una forte femminilità e ho la sensazione di essere ormai diventata definitivamente una donna. Piango, perché queste emozioni semplicemente mi travolgono. Così il cammino verso la Cruz de Ferro è per me unico e speciale. Quando ci arrivo, in realtà la magia è finita. Ma l’atmosfera e l’emozione degli altri pellegrini sono travolgenti. Assorbo tutto e depongo la mia pietra. L’atmosfera probabilmente si capisce meglio dalle foto. Incantevole. Antonio resta lì per un po’. Noi proseguiamo tra montagne e colline, dove in lontananza c’è ancora la neve. Il tempo è splendido e il panorama fantastico. La discesa è come un sogno. Una valle da Bella Addormentata, paesini incredibilmente romantici. In realtà nessuna descrizione sarebbe abbastanza bella, quindi lascio perdere. Ci fermiamo nella bella Molinaseca, dove facciamo una pausa al fiume fresco e lasciamo penzolare i piedi nell’acqua fredda. Dopo questo sogno, purtroppo, torna l’ambiente urbano, mentre camminiamo verso Ponferrada. Oggi, durante la discesa, ho avuto un’intuizione importante. I buoni amici sono come le pietre ben ancorate nel terreno. Ti danno sostegno in discesa, ma bisogna saperle distinguere dal mucchio di pietre smosse. Per scendere non servono molte pietre salde, ma sempre una a un passo di distanza! Oggi Antonio dice: “This is my Camino, YOU are my Camino my friends. Being here with you is my own personal Santiago.” E ha proprio ragione.
Villafranca del Bierzo – 17.04.2014
La mattina salutiamo Antonio e usciamo dalla città passando davanti al castello dei cavalieri di Ponferrada. Con un tempo bellissimo camminiamo attraverso il paesaggio collinare. Entriamo di nuovo in una regione vinicola. Si cammina benissimo e dopo 24 km arriviamo nella pittoresca Villafranca. Decido di separarmi qui dagli altri. Il cammino ora si divide nel Camino Duro, che con 500 metri di dislivello in 11 km passa sopra una montagna, e nel percorso senza dislivello lungo la strada. Siccome gli altri vogliono macinare chilometri, scelgono il percorso lungo la strada. Io però voglio passare sulla montagna e voglio godermela, per questo voglio percorrerla solo la mattina dopo. Beviamo ancora una birra insieme e poi ci salutiamo.
Ora sono completamente sola e questa sensazione è terribile. Mi cerco un ostello e sono contenta di essere arrivata così presto, perché Villafranca è piena di pellegrini e la sera gli ostelli sono completamente pieni. Nell’ostello, che somiglia piuttosto a una catapecchia, ci sono decisamente troppi tedeschi, austriaci e svizzeri. C’è anche Jürgen, lo svevo sulla quarantina, e decido di attaccarmi un po’ a lui. Con lui e con un danese, anche lui sulla quarantina (credo), sono andata a mangiare tapas. Sono scioccata da come va la serata. Jürgen è quello che si chiama un uomo in piena crisi di mezza età. Almeno per come me lo immagino. Si comporta in modo incredibilmente immaturo e probabilmente cerca di fare il figo, è ovunque e da nessuna parte, per non perdersi niente. Voglio dire, io stessa sono diventata adulta solo stamattina. E in qualche modo per me non è una buona compagnia. Incontriamo Christiane con suo figlio Anton, che da León vediamo camminare ogni giorno. Anton ha 9 anni ed è un concentrato di energia. Adora fare nuove conoscenze. I due vivono a Barcellona, ma vengono originariamente da Mühlheim. Con i bambini non ho mai avuto un buon feeling, ma con Anton vado d’accordo. Mi racconta così tante cose che io quasi non riesco a dire una parola. Penso al figlio del mio ragazzo, che ha anche lui 9 anni. E penso che in qualche modo la femminilità che ho conquistato e il mio diventare adulta abbiano contribuito al fatto che questo bambino si fidi di me. Spero che questo mi aiuterà anche a casa ad andare d’accordo con il piccolo. Poi arriva un altro tedesco. Thomas. Probabilmente anche lui sulla quarantina. Comincia subito, in modo tipicamente tedesco, con domande profonde e analitiche e mi dà parecchio sui nervi. Soprattutto, analizza tutte le risposte che riceve. Rilassati. Goditi la dolce vita. E mi manca il mio vecchio gruppo. Torno nell’ostello malandato, dove nel letto di sopra non ho quasi spazio. Riesco a malapena a girarmi. Sto sdraiata con la faccia rivolta proprio verso la porta che dà all’esterno e che di fatto non c’è. Anche questa notte, quindi, sarà fredda. E prendo la decisione di raggiungere in qualche modo, prima o poi, il mio vecchio gruppo.
O Cebreiro – 18.04.2014 (Venerdì Santo)
Ho dormito così male che sono contenta di poter partire da sola. Dopo una colazione veloce mi incammino verso il Camino Duro, la cui salita è bella tosta. Si sale ripidi e mi ci vuole un’ora buona per arrivare in cima. Ma l’alba e il panorama ne valgono la pena. E almeno qui sono completamente sola. Dopo la discesa cammino anch’io lungo la strada, finché alla fine si sale ancora una volta. Sto così bene che affronto anche questa salita fino in cima e arrivo a O Cebreiro già alle 14. Siccome è Venerdì Santo, il paese è pieno di turisti spagnoli e pellegrini spagnoli. Lì ritrovo Maxime e sono felicissima di vederlo. Sta lavando le sue cose e gli chiedo come abbia fatto ad arrivare così in fretta. Mi mostra le braccia, piene di morsi da cima a fondo. I morsi di cimici dei letti li avrebbe presi nell’ultimo albergue, dove ero stata anch’io, e avrebbe sentito di altre quattro persone con i morsi. Sotto sotto sono contenta di non essere stata colpita. Più tardi, la sera, vado a cena con Maxime. Il menu è mediocre, ma sono felice della sua compagnia. Per il resto si può solo dire che oggi, da sola, ho camminato troppo veloce. Devo frenarmi di più. Mi rendo conto che il mio gruppo non solo mi manca, ma che ne ho bisogno. Non perché gli italiani mi spronino e siano troppo veloci. No, perché mi frenano e mi calmano. Vado a dormire già alle 19, perché mi annoio e qui non cerco né voglio compagnia. Ma è difficile, perché c’è luce, nella stanza ci sono 50 persone, c’è movimento e l’aria è soffocante.
Sarria – 19.04.2014
È successo il peggio. Mi sveglio alle 5:20 e mi sento a disagio. Mi tocco il collo e sento morsi dappertutto. Di dormire non se ne parla più. Raccolgo subito tutte le mie cose e lascio il dormitorio come in fuga. Fuori cerco di calmarmi e in bagno mi preparo come posso. Tutto il collo è pieno di puntini rossi. Sono sicuramente morsi di cimici dei letti. Che orrore. E ieri ero ancora contenta. Siccome alle 6 in Spagna nessun bar è ancora aperto, mi metto in marcia al buio. La cosa buona è che anche altri matti amano camminare di notte con la torcia, e mi unisco ai pellegrini con la torcia. Per me vanno troppo piano, perché sono agitata e furiosa per i morsi e voglio sfogarmi. Ma resto con loro finché non c’è abbastanza luce. E poi sparisco. Il lato positivo: vivo di nuovo un’alba meravigliosa. Si sale ancora per qualche metro e alla prima occasione mi concedo una colazione. Cammino e cammino e, come già ieri, da sola vado semplicemente troppo veloce. Al secondo bar che vedo passo oltre al mio passo di corsa e saluto in fretta un pellegrino seduto fuori all’aperto. Ci penso un attimo, valuto di fermarmi e torno indietro. Antonio diceva che le pause sono il cammino, e chissà quando ci sarà la prossima occasione per una sosta. Dentro sono seduti due austriaci e l’uomo che era fuori si unisce a noi.
L’uomo che era fuori è Boris, un austriaco che vive a Monaco. Beviamo un caffè e nella mia testa continua a prendere forma l’idea di raggiungere il mio gruppo, che dovrebbe avere circa 10 km di vantaggio. Adrian e Felipe mi scrivono via WIFI che puntano a Sarria. Visto che sono partita presto, oggi posso farcela, ma i 42 km bisogna prima camminarli. Proseguo insieme a Boris. Parliamo di problemi di salute da pellegrini e di tutto un po’. È tutto leggero e spontaneo, è diventato un compagno di cammino e un amico, e in pochissimo tempo. Naturalmente il discorso cade ancora una volta sul mio lavoro che non c’è… E ricevo da lui un paio di buoni consigli. Viene fuori che lui stesso è amministratore delegato di aziende rinomate nel settore del turismo. Mi cade la mascella e per un po’ non riesco a dire più niente. È una sensazione del tipo “quest’uomo mi è totalmente superiore”. Di solito però ce l’ho solo con i colleghi uomini in giacca e cravatta. Poi però comincio a riflettere: è una persona del tutto normale e simpatica, in abiti da escursione. E finora abbiamo parlato benissimo. E di nuovo mi è chiaro: non ho incontrato questa persona per caso. Era la prova definitiva per vedere se riesco a restare me stessa e a non farmi subito mettere sotto. E poi all’improvviso va di nuovo. Sono contenta di quello che ho appena imparato. E con tutte queste cose strane ho dimenticato quanto ho effettivamente camminato. Arriviamo insieme a Sarria verso le 16 e mi metto a cercare Felipe e Adrian. Ci salutiamo e sono felice di averlo incontrato e di essermi concessa il caffè e la pausa del mattino. Senza quella pausa gli sarei solo passata accanto salutando. Come si incastrano bene le cose, penso.
Felipe e Adrian mi aspettano già con una birra fresca. Non so descrivere quanto io sia sollevata e felice. È come arrivare a casa. E questo in piena Spagna. Faccio la doccia e andiamo a fare la spesa. Siccome sono arrivata così “tardi”, in realtà non ho tempo per sdraiarmi. Quella sera Felipe e io beviamo moltissimo. Adrian, del resto, non beve. Mangiamo la pizza e la gente del posto ci offre diversi drink. L’ospitalità e il calore degli spagnoli sono semplicemente fantastici. Verso le 22 torniamo all’ostello. Come ci arriviamo di preciso, non lo so più.
Portomarín – 20.04.2014
WOW, che postumi della sbornia… Sto malissimo e si fa sentire anche la mancata pausa di riposo del pomeriggio. Dopo la marcia forzata mi fa male tutto e ho una nausea tremenda. È la domenica di Pasqua e sono a pezzi. Ma domenica o no, è un giorno di cammino come tutti gli altri e una pausa non è un’opzione, ora che ho ritrovato i miei amici. Partiamo presto per raggiungere gli italiani, che sono andati un paese più avanti. Tendine d’Achille, spalle, stomaco, piedi. Mi fa male tutto. Con gli italiani, che sono proprio felici della mia marcia forzata e di rivederci, camminiamo attraverso la bella Galizia. Io però non riesco a godermela. Oggi non faccio foto, perché camminare mi richiede già tutte le forze. Federica mi presta uno dei suoi bastoncini, con cui mi trascino avanti. Riesco comunque a fare 24 km fino a Portomarín. Lì c’è una festa e mangiamo il piatto tipico, il pulpo (sì, ormai riesco di nuovo a mandare giù del cibo!). Resto a Portomarín, e anche Felipe (pure a lui la serata pesa ancora un po’), e ci concediamo una camera doppia con letti separati in un ostello. Semplicemente per farci una bella dose di sonno tranquillo. Per 15 € a testa si può fare e la camera è stupenda. Abbiamo perfino un balcone e per prima cosa facciamo un bel sonnellino pomeridiano. La sera facciamo ancora un salto alla festa per procurarci qualcosa da mangiare. Andiamo a letto presto e cadiamo in un sonno comatoso.
Melide – 21.04.2014
Wow, che notte buona e ristoratrice. Prendiamo la colazione e partiamo per una lunga giornata. La nostra meta, Melide, è a 40 km, ma siamo in forma e camminare funziona di nuovo alla perfezione. Camminare, caffè, camminare, pranzo, camminare, caffè, camminare. Il paesaggio della Galizia è stupendo. Per la maggior parte del tempo camminiamo in silenzio uno accanto all’altra, a volte ascolto musica, a volte ci godiamo semplicemente la quiete mistica dei boschi. Proprio quando arriviamo alla periferia della città, comincia a diluviare. Visto che siamo proprio davanti a una trattoria, entriamo, mangiamo pulpo e chiediamo di una pensione. Il riposo notturno ristoratore in una camera doppia è semplicemente troppo bello e ci concediamo di nuovo il lusso. Nel bagno privato mi prendo tutto il tempo per la doccia e per rilassarmi. Beviamo ancora insieme una bottiglia di vino al bar. Sto bene e mi sento come se stessi consolidando e rafforzando il mio nuovo IO. Ballo e mi godo il paesaggio. Lo assorbo come una spugna. Voglio nutrirmi di queste esperienze il più a lungo possibile. I boschi mi ispirano nuove idee per le foto e penso molto al mio amore a casa e al nostro futuro. Comunque sarà, sarà bello, positivo e pieno di energia.
O Pedrouzo – 22.04.2014

In Galizia
Il lusso finisce così in fretta. C’è davvero da piangere. Alzarsi ormai è difficile e la sveglia viene puntata solo alle 7:15. Camminare di continuo è ormai routine, ma comincia a diventare dura tirarsi su ogni giorno da capo. Facciamo colazione al bar, poi si parte. L’obiettivo di oggi è raggiungere di nuovo gli altri per arrivare insieme a Santiago. I 35 km di oggi sono di nuovo incantevoli, ma anche duri. Divento sentimentale pensando che a Muxía dovrò salire su un autobus. Mi sono così abituata alla terra sotto i miei scarponi. Sono contenta quando vedo Federica davanti all’ostello. Felipe e io facciamo il check-in ed ecco che i nostri amici ci hanno perfino tenuto i letti nella stessa parte della camera. La gioia è grande e di nuovo cuciniamo insieme. L’umore è diviso. Alcuni sono felici di arrivare finalmente. Altri (come me) si chiedono perché sia passato tutto così in fretta. Beh, questa notte dormo di nuovo piuttosto male, ma almeno la banda è di nuovo al completo.
Santiago – 23.04.2014

Giochi di luce e di colori lungo il cammino verso Santiago
Il cammino è la meta e oggi si chiude un grande cerchio, come non avrei mai creduto possibile. A una rotonda…
Chi se lo ricorda: sulla strada per Saint Jean mi avevano colpito le tante rotonde… Che ironia del destino. Ma alle coincidenze non credo più. Oggi sento TUTTI gli elementi. L’acqua che mi piove addosso. La terra su cui cammino. L’aria che pompo nei polmoni. E vedo il fuoco, la sfera del sole, che posso guardare direttamente attraverso la nebbia galiziana. Questo gioco degli elementi dà vita a un fenomeno: un arcobaleno. E mi manca il fiato, mentre mi diventano chiare così tante cose. Questo arcobaleno è luce. Il quinto elemento. La luce, la forma più pura di energia. E questa energia deve essere Dio. Mi sento toccata nel profondo dell’anima.

La cattedrale di Santiago
Piango e piango. Sono sopraffatta. Sul cammino ora ci sono molti altri pellegrini, ma non ne noto nemmeno uno. Così cammino piangendo, km dopo km. Gli altri vogliono fare una pausa caffè. Io faccio cenno di no e proseguo, perché non riesco a staccarmi da questa natura. Lo so: QUESTO, e solo questo MOMENTO, era la meta del mio pellegrinaggio. E che questo momento accada sul cammino verso Santiago è meraviglioso.
Di nuovo calma, entro a Santiago con Felipe e mi siedo sulla grande piazza davanti alla cattedrale. Lì sono sdraiati molti pellegrini felici. Fissiamo la cattedrale. Senza parole e felici. Ma anche tristi, perché questa è la fine del viaggio.
Ritiriamo la nostra Compostela all’ufficio del pellegrino, dove già a mezzogiorno dobbiamo fare 40 min di fila. Ritrovo Boris, vedo un viso felice. Forse anche lui ha avuto un momento bello come il mio di oggi. La burocrazia è poco emozionante. La visita alla cattedrale però la tengo per il mio ritorno da Muxía. Facciamo il check-in in un hotel elegante e ci godiamo l’ultima sera insieme. Domani continuerò a camminare verso il mare. Ho davanti a me tre giorni di pioggia galiziana. Ma ne varrà la pena. Ora che non ho trovato solo me stessa e la mia femminilità… No, ho trovato molto di più.
Qualcosa che non sapevo di stare cercando:
La mia fede.
Il cammino in Camino Ninja
Lisa ha percorso il Camino Francés; la prima tappa attraverso i Pirenei l’ha fatta, a causa della neve, lungo l’itinerario invernale via Valcarlos. Trovi entrambi i cammini con le loro tappe in Camino Ninja.