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Pellegrinaggio ecumenico 2013: da Görlitz a Wurzen

Andrea e Gert Kleinsteuber camminano nel 2013 sulla Via Regia da Görlitz a Wurzen, tra Alta Lusazia ed Elba – parte 2 del loro Ökumenischer Pilgerweg.

8 ottobre 202617 min di lettura
Pellegrinaggio ecumenico 2013: da Görlitz a Wurzen

Nel 2012 Andrea e Gert Kleinsteuber hanno percorso l’Ökumenischer Pilgerweg da casa loro, vicino a Delitzsch, fino a Eisenach. Nel 2013 è seguita la seconda parte: in treno fino a Görlitz e da lì a piedi di nuovo verso casa – attraverso l’Alta Lusazia, passando per Bautzen, Kamenz, Großenhain e Strehla sull’Elba, fino a Nepperwitz vicino a Wurzen. Gert racconta dieci giorni di cammino pieni di incontri, pioggia, freddo e ospitalità sassone.

Il resoconto originale lo trovi nel blog di Gert: gertkleinsteuber.blogspot.de


Il giorno della partenza: in treno da Delitzsch a Görlitz

Prima di un viaggio si hanno sempre delle immagini in testa e si cerca di immaginare com’è il posto dove si vuole andare e come sarà. E siccome la realtà di solito è ancora più bella, o almeno diversa da quello che ci si è fantasticati, ci rimettiamo in cammino ormai per la quinta volta, per raddrizzare quelle immagini. E dopo 10 giorni vogliamo arrivare di nuovo a casa. Ma prima di tutto camminiamo fino alla stazione bassa di Delitzsch. È ancora buio, la casa è fredda e la giornata di ieri mi pesa ancora nelle ossa. Ieri infatti nel nostro paese c’era la festa regionale del raccolto. La manifestazione si è tenuta insieme alla festa in cortile, ormai ricca di tradizione, dal nostro coltivatore di patate del posto. Ed è ormai tradizione anche che noi, come associazione storica locale e vigili del fuoco volontari, diamo una mano nell’organizzazione. Così avevo steso parecchi metri di cavo, installato gli impianti audio e la sera li avevo smontati di nuovo. Anche lì si saranno sicuramente accumulati un bel po’ di chilometri, e si era fatto pure tardi.

I nostri zaini

E questo voleva dire che gli ultimi preparativi per il viaggio si sono fatti solo a tarda sera. Come sempre avevo sparso sul pavimento tutto il contenuto degli zaini, per non dimenticare niente. Al mattino poi ancora un’occhiata di controllo – c’è tutto. Lo zaino sembra pieno solo a metà, anche se abbiamo già dentro la cena e le provviste per il cammino. Forse sarebbe bastato anche il Deuter più piccolo, che però pesa 400 g in più. Pazienza, ormai è tutto pronto, gli scarponi appena ingrassati, che nei prossimi giorni mi porteranno attraverso la Sassonia, sono allacciati. La porta sbatte già nella serratura e un ultimo sguardo indietro lascia sparire la nostra casa nel buio. Qualcosa tira ancora. Ci vorrà un po’ prima che trovi la regolazione ideale degli spallacci. Camminiamo in silenzio uno accanto all’altra, ancora un po’ stanchi ma pieni di gioiosa attesa per i giorni che verranno.

La stazione bassa non è lontana. Dopo 20 minuti corriamo gli ultimi metri verso il treno, che è già fermo al binario pronto a partire. È un treno prima del nostro, che abbiamo preso proprio per un pelo – in realtà una sciocchezza, visto che a Lipsia abbiamo abbastanza tempo per la coincidenza e adesso dovremo aspettare lì più a lungo. Ma nella stazione centrale di Lipsia, moderna e vivace, il tempo dovrebbe passare più in fretta.

Sul treno per Lipsia

Andrea chiede preoccupata se possiamo davvero viaggiare su questo treno. Controllo di nuovo nella tasca e constato con sollievo che il biglietto stampato è lì. “Sì, sì, andrà bene” dico. “Per un tratto così breve le ferrovie non saranno così pignole” – anche se so che sul mio biglietto stampato c’è scritto che si possono usare solo i mezzi indicati. Lipsia arriva in fretta e scendiamo senza controllo. No, no, non in quel senso! Voglio dire che sul treno non ci hanno controllati. E così non sapremo mai se il nostro biglietto era valido o no. Bene, adesso abbiamo ancora più di tre quarti d’ora di tempo.

Stazione centrale di Lipsia

Le panchine sul binario sono dure e lisce. Con i miei pantaloni da trekking nuovi della Lidl (9,99 € !!) scivolo avanti e indietro sul legno verniciato. I tanti viaggiatori intorno a noi aspettano un altro treno. E quando questo lascia la stazione, siamo quasi soli sul binario. La cosa cambia poco anche quando mettono a disposizione l’ICE per Dresda. È la prima volta che io, dichiarato drogato di automobili, viaggerò su un ICE. Andrea è ancora in bagno mentre io sbircio curioso attraverso i vetri della carrozza bistrò. Prendo quindi i due zaini e vado un po’ più avanti, oltre la carrozza di prima classe. Andrea mi vedrà di sicuro, sul binario ancora quasi vuoto. Quando finalmente torna, posso scambiare lo scomodo sedile del binario con quello morbido dell’ICE.

ICE Torgau

Mi rallegro come un bambino per le porte a vetri degli scompartimenti, che come sull’astronave Enterprise fanno un rumore sibilante mentre, come mosse da una mano invisibile, scompaiono di lato davanti a noi. Pfffft fanno di nuovo alle nostre spalle ed è….. silenzio. È la prima cosa che noto. Scegliamo un posto con tavolino, dove ci sediamo uno di fronte all’altra. Andrea ha portato caffè e dolcetti e così possiamo fare colazione in quest’ambiente piacevolmente tranquillo. Il tutto ha qualcosa dell’interno di un aereo. Sono entusiasta. Un po’ meno entusiasta sono quando una scolaresca si mette comoda proprio nel nostro scompartimento. Andrea dice: a casa non spiccicano parola e devi cavargli ogni frase di bocca, e qui tra di loro non c’è argomento troppo stupido per non discuterne starnazzando ad alta voce. Eh sì, i cari ragazzini!

Il paesaggio scorre via

Per farla breve – in circa un’ora eravamo a Dresden Neustadt, e a una velocità vertiginosa, tranne l’ultimo tratto prima della stazione di Neustadt. Non c’è paragone con una volta, quando per due anni, ogni 14 giorni, dovevo fare quel tragitto per lo più in piedi su un diretto della Deutsche Reichsbahn. Un quarto del mio prezioso fine settimana a casa lo passavo così nelle grinfie della Deutsche Reichsbahn. Quello che si può vivere lì potrebbe riempire dei libri. È sicuramente un vantaggio del treno rispetto all’auto: si ha tempo per occuparsi delle circostanze e delle persone intorno a sé e confrontarcisi. Adesso però ci occupiamo della stazione di Neustadt. Per via dei cantieri saliamo e scendiamo scale e passiamo per corridoi bui e sporchi, per arrivare all’atrio della stazione.

Eierschecke di Dresda

E restiamo del tutto sorpresi da quello che vediamo. Perché tanto sono brutti i binari, tanto bene è venuto l’atrio. Mi sembra luminoso e accogliente, quando ci entriamo uscendo dal buio del sottopassaggio sudicio. Subito noto i due chioschi. Vecchia saggezza da pellegrino: mangia quando c’è qualcosa, non quando hai fame. Più tardi potrebbe non esserci più occasione. E subito ci ritroviamo davanti due tazzoni di caffè e due piatti di Eierschecke di Dresda. Chi non ha ancora mangiato l’Eierschecke di Dresda o addirittura non la conosce, cosa quasi inimmaginabile, non ha mai vissuto! Con l’ultimo cucchiaino però constato – troppo! Gli occhi erano di nuovo più grandi dello stomaco. Poi me la prendo sempre da morire, perché così naturalmente contribuisco a far crescere il mio corpo nella direzione sbagliata. Devo dimagrire! Con il bagaglio lesino su ogni grammo e io stesso mi porto in giro chili di peso superfluo. Ma prima bisogna vincere la propria pigrizia. E se il pellegrinare mi aiuti in questo, ormai ho opinioni contrastanti. Nel primo cammino (800 km in 5 settimane) ho perso quasi 10 kg, che però sono tornati in fretta. Negli altri cammini la perdita di peso è stata decisamente minore. Forse la colpa è della vecchia saggezza da pellegrino, di mangiare quando c’è qualcosa. Oppure ci sono semplicemente troppe occasioni. Prima che continui a rimuginarci sopra, è arrivato il momento di unirsi a chi aspetta sul binario. “Attenzione, annuncio: il treno regionale per Görlitz ha presumibilmente…” Ah finalmente, così mi sembra più familiare, la ferrovia, mi viene in mente senza sorpresa. Il ritardo però è rimasto contenuto. Un’automotrice diesel entra rombando nell’atrio della stazione e si crea un po’ di ressa prima di raggiungere il nostro posto. Quando il treno parte, mi è subito chiaro perché quasi nessuno voleva contendermi il posto. Qui devo stare seduto proprio sopra il motore diesel, ho detto ad Andrea. Che contrasto con l’ICE. Si fa fatica a sentire la propria voce. La linea per Görlitz via Bischofswerda e Bautzen non è elettrificata e così si usano queste automotrici diesel, che probabilmente impiegano una buona parte del carburante per fare baccano. Con il pensiero di dover ripercorrere a piedi tutto quello che c’è là fuori, guardo dal finestrino e scopro, accanto a cose nuove, anche molte vecchie conoscenze. Bischofswerda e il profilo di Bautzen mi sono familiari.

Stazione di Görlitz

A Görlitz però non ero mai stato. Di Görlitz avevo già sentito parlare molto. È la città più orientale della Germania, ha un centro storico conservato quasi per intero, ragion per cui Hollywood la usa volentieri come set e qui sono già stati girati molti film famosi a livello internazionale. Avevo sentito anche che ogni anno la città riceve da un nobile ma sconosciuto donatore 500 mila euro per il restauro urbano, e trovo notevole e ammirevole che il benefattore non voglia nessun monumento in città e minacci di sospendere subito i pagamenti se qualcuno svela la sua identità. Anche il tira e molla intorno al bellissimo grande magazzino Liberty lo conosco dalle notizie su giornali e televisione. L’immagine che mi faccio della città viene soprattutto da foto o dalla televisione. Questo naturalmente aumenta la mia curiosità, quando mi trovo sul piazzale della stazione e cerco di orientarmi. Guardo meglio e mi accorgo ancora una volta piuttosto in fretta: le immagini nella mia testa si discostano parecchio dalla realtà.
A casa non sopporto i quadri storti alle pareti e sono sempre lì a raddrizzarli.
Mettiamoci dunque di nuovo in cammino per raddrizzare le immagini nella testa.

La giornata a Görlitz

La strada larga in cui vanno tutti sembra quella giusta, dissi ad Andrea quando usciamo dalla stazione. Berliner Straße, suona anche molto importante. E subito seguimmo il gruppo di pedoni. Per poco non perdevo il verde, perché volevo ancora fare in fretta una foto della stazione. Attraverso la strada di corsa.

Portale Liberty nella Berliner Straße

Sì, qui dev’essere giusto. Perché la strada diventa una zona pedonale – un indizio che ci si sta avvicinando al centro. A parte qualche grigio residuo in attesa di restauro, già qui le file di case erano belle da vedere. Sul lato destro della strada noto un grande portale in stile Liberty, che sporge parecchio dalla linea delle facciate. E già ho di nuovo la macchina fotografica in mano. Ecco, un cartello! Siamo dunque in Postplatz, ben visibile l’edificio postale in quello stile in cui, all’epoca della Gründerzeit, probabilmente sono stati costruiti contemporaneamente tutti gli uffici postali della Germania.

Ci lasciamo tentare da un cartello “Theaterpassage” per una piccola deviazione, per poi finire comunque in Marienplatz. “Adesso guardo un attimo dove siamo e dove dobbiamo andare e chiamo l’ostello”, dico ad Andrea e punto verso una panchina libera. E mentre il GPS si avvia, digito il numero dell’ostello sul cellulare. Purtroppo risponde solo la segreteria. Da bravo recito la mia formula: che siamo i due pellegrini che si sono prenotati qualche giorno fa e che questo è il mio numero per essere richiamato. Ah, l’ho trovato: Langenstraße 43, è lì che dobbiamo andare. E subito ripartiamo a passo deciso. In realtà avrei avuto abbastanza tempo. Ma una foto del famoso grande magazzino con la facciata Liberty in Marienplatz purtroppo manca nella mia raccolta.

sull’Obermarkt

Passando tra le auto parcheggiate attraversiamo l’Obermarkt e io ho il GPS davanti al naso. Qui non ci sono ancora le conchiglie che ti guidano all’ostello, e le cartine di carta le detesto. Primo, la carta è maledettamente pesante, e secondo, ho sempre avuto problemi a ripiegare quegli affari nel modo giusto. Naturalmente mi guardo già intorno in cerca di soggetti da fotografare. E lì noto un campanile molto slanciato. È il campanile della Dreifaltigkeitskirche, la chiesa della Trinità, un ex convento francescano. Solo da lontano riesco a farlo entrare tutto nella foto in orizzontale. Accidenti quant’è lungo e stretto, in qualche modo completamente diverso dai campanili che conosco di solito.

Fontana di San Giorgio sull’Obermarkt

La missione cittadina evangelica in Langenstraße 43

Lì davanti una bella fontana con una guardia cittadina che porta un’alabarda. Fontane del genere finora le conoscevo solo dalla Svizzera e mi ricordo di una molto simile a Sion. Sarebbe un buon punto d’incontro con Uwe, perché secondo il GPS il nostro ostello non era più lontano. Uwe lo conosco dal forum dei pellegrini. È di Görlitz, ha già percorso anche lui l’öP e si è offerto spontaneamente di mostrarci la sua città. Già da Marienplatz gli avevo annunciato il nostro arrivo per SMS. Ma adesso via all’ostello. Si presenta in una veste molto bella. L’edificio rappresenta nella sua forma l’architettura barocca di Görlitz ed era la casa di Karl Gottlob Anton, fondatore della Società delle Scienze dell’Alta Lusazia (me lo sono andato a leggere). Oggi ospita la missione cittadina evangelica e offre alloggio ai pellegrini. All’ingresso è appeso un foglietto. È un buon segno. E sopra c’è scritto a chi dobbiamo suonare. Del tutto sorpresa, la signora ci fa entrare e dice che ci aspettava solo per domani. No, no, ci ho prenotati per oggi e ho anche già chiamato e lasciato un messaggio in segreteria. Lei dice che solo per domani si erano prenotate due persone di nome Kleinschmidt. Di sicuro intendevano noi, dico io, osservando che il nostro cognome è stato storpiato già tante volte. Solo al momento di pagare mi accorgo del nostro, o meglio del mio errore. Siamo nella casa sbagliata. Anche alla mia domanda se siamo nella Gästehaus Peregrinus, la donna risponde sì sì. Evidentemente non mi aveva capito bene.

La nostra camera

Sono cascato in un errore della mia stessa tabella, tanto lodata da altri utenti. Online la tabella ha l’indirizzo giusto. Io avevo messo in valigia una versione precedente stampata. Per chi non lo sapesse ancora: una volta mi sono messo lì e ho raccolto tutte le informazioni importanti sugli ostelli per pellegrini dell’Ökumenischer Pilgerweg – indirizzo, numeri di telefono, persone di riferimento, particolarità, dotazioni, costi e cose da vedere sul posto – e le ho riunite in una tabella Excel. La guida del pellegrino è sì molto bella, ma anche piuttosto pesante. Per uno che conta i grammi come me, un no-go. Ecco, e in questa tabella il numero civico 43 della Langenstraße compare due volte. In realtà avremmo dovuto essere al 47. Lì si trova la Gästehaus Peregrinus, dove ci eravamo prenotati. Mmm, e quella costa la metà. Ma 20 euro colazione compresa è comunque molto conveniente e così, dopo uno sguardo d’intesa, ci trovammo d’accordo di restare qui e di non chiarire oltre l’equivoco. (Però poi ho chiamato il Peregrinus per scusarmi.) Del resto è complicato: due ostelli nella stessa strada, uno irraggiungibile, un nome quasi uguale a quello di altri due ospiti prenotati e per giunta l’evidente malinteso della donna che ci ha fatti entrare.

Andrea nella cucina dell’ostello

Beh, cominciamo bene, penso. Ma quando vedo la casa e la camera, mi dico: poteva andarci peggio. Nella camera doppia c’è perfino un televisore, cosa non del tutto irrilevante oggi, perché ci sono le elezioni per il Bundestag. Noi avevamo già dato il nostro voto per corrispondenza. (Un’espressione strana, trovo. Poi non ce l’hai più??) Per il resto, su un cammino di pellegrinaggio evitiamo ogni contatto con i mass media, cosa che fa un effetto molto liberatorio e rasserenante. Ma in un giorno così si vuole proprio sapere com’è andata a finire. Ci sistemiamo come a casa – cioè stendiamo i sacchi a pelo sui letti, mangiamo qualcosa e andiamo alla fontana di cui sopra, dove per SMS ci eravamo dati appuntamento con Uwe. Uwe, come dipendente comunale, era stato precettato per il servizio al seggio elettorale e si era preso qualche ora libera per noi.

Nella Dreifaltigkeitskirche

Naturalmente siamo un po’ in anticipo e usiamo il tempo per visitare la Dreifaltigkeitskirche. Chiedo un permesso per fotografare, che si ottiene per 1,50 €. “Se paga subito tre euro, le do un biglietto con cui ha il permesso di fotografare in tutte le chiese della città”, dice l’addetto al banco. Naturalmente facciamo così. Ed eccoci in mezzo all’enorme navata. E invece di descrivere tutto qui per filo e per segno, preferisco mettere un link. Naturalmente sfrutto il permesso appena acquistato e trovo tanti soggetti interessanti. Poi è ora e ci mettiamo bene in vista accanto alla fontana. Riconosco Uwe subito, anche se l’avevo visto solo una volta in un ritratto su Internet. Ci salutiamo come vecchi amici e subito comincia a raccontare della sua città. L’orgoglio per lei si sente in ogni sua parola. Mi piacerebbe tenere acceso un registratore. Perché tanto non si riesce a ricordare tutto in una volta. Mi guarderò bene dal provare a raccontare tutto qui. Andateci voi a Görlitz. Guardatela e capirete che da un centro storico medievale si può fare anche qualcos’altro che una via dello shopping anonima e intercambiabile, che da una città all’altra si distingue solo per l’ordine diverso dei templi del consumo. E anche senza quest’offerta di consumo sovradimensionata, una città così può sembrare viva.

Municipio sull’Untermarkt

Per ogni casa Uwe ha un aneddoto da raccontare e gli chiedo che lavoro fa. “Sono il capo dei vigili del fuoco della città”, risponde. Ah, ora mi è chiaro perché sa così tante cose della città. Chi altri, se non i pompieri, dovrebbe conoscere bene un tale groviglio di case antiche tutte angoli, trasformate e ampliate nel corso dei secoli. E subito mi racconta le sue pene, i problemi che comporta far rispettare la prevenzione incendi in una città così. Ci guida attraverso l’Untermarkt, racconta qualcosa sull’interessantissimo orologio del municipio e ci indica la testa che sporge e apre la bocca a ogni minuto pieno, e la scalinata del municipio, dove su una colonna sta una Giustizia, e perché questa Giustizia non porta la benda sugli occhi, come di solito.

L’arco dei sussurri in azione

Ci porta all’arco dei sussurri e ci fa provare di persona l’effetto impressionante. Entriamo in uno dei cortili interni, i cui androni erano sempre dimensionati in modo che ci passassero le carrozze cariche di merci. Ovunque si vede che nel Medioevo questa era un’importante metropoli commerciale. Lo si deve alla posizione sulla Neiße e naturalmente alla Via Regia. La forma e l’arredo delle case rivelano che in città c’erano molti soldi e i cittadini li mettevano in mostra con orgoglio. Oggi tra l’altro in città arrivano soldi da una fonte sconosciuta. Perché ogni anno c’è una donazione per il centro storico da parte di un generoso sconosciuto. Prima era un milione di marchi tedeschi e oggi cinquecentomila euro. Il donatore non desidera monumenti e solo piccole targhette di alluminio rivelano che una casa è stata restaurata con l’aiuto della donazione per il centro storico. Gli abitanti di Görlitz naturalmente sperano che il donatore o la donatrice resti ancora a lungo in ottima salute.

Cortile con oggetto di scena

In un cortile spicca un’insegna che in realtà non c’entra affatto con questo scenario medievale. È ciò che resta di un set cinematografico. Tutte le scene del film hollywoodiano Il giro del mondo in 80 giorni con Jackie Chan ambientate a Parigi sono state girate qui. Hollywood si è innamorata di Görlitz. Lo scenario è autentico e servono pochi cambiamenti. Görlitz ha fatto così da set per molti film, per questo si parla anche di Görlywood. Il suo scenario sensazionale, con edifici rinascimentali, costruzioni barocche e case della Gründerzeit, fa sembrare la città un parco a tema storico, in cui si può rimettere in scena ogni epoca. Per la gioia dei location scout – quelle persone che vanno in cerca dei luoghi delle riprese – nel centro storico non c’è architettura moderna che possa disturbare l’autenticità. Film come “The Reader”, il già citato “Il giro del mondo in 80 giorni”, “Bastardi senza gloria” o la produzione tedesca “Goethe!” sono stati girati qui interamente o in parte. Molti cittadini si guadagnano qualche euro extra come comparse. Me lo immagino molto emozionante.

Case restaurate in modo esemplare nel Karpfengrund

All’improvviso Uwe si ferma davanti a una casa in realtà poco appariscente e ci chiede che cosa ci colpisce. Fisso la casa con impegno per scoprire il dettaglio probabilmente interessantissimo. È costruita in modo un po’ asimmetrico, dico. “Guarda meglio. Cosa noti nelle finestre?” “Sono tutte nuove tranne una.” “E??” “Non è pulita.” Solo al secondo sguardo lo si riconosceva. E subito Uwe racconta la storia del Gropius (spero di aver capito bene il nome), un avaro noto in tutta la città, sul genere di Ebenezer Scrooge del Canto di Natale di Charles Dickens. Era così tirchio che perfino per il proprio funerale stabilì per che cosa e quanti soldi andassero spesi. E per controllare, il Gropius in persona guardò il proprio funerale proprio da quella finestra. Chiunque in seguito si affacciò a quella finestra morì poco tempo dopo, per cui da allora nessuno lo fece più e da allora non è più stata pulita. Una storia da brividi, a cui più tardi se ne sarebbero aggiunte altre. Ma prima proseguiamo attraverso il Karpfengrund, dove ci sono case molto simili a quelle del centro storico della nostra città, verso la Peterskirche, o anche chiesa dei SS. Pietro e Paolo. Per quella però abbiamo tempo più tardi, dico a Uwe.

La Waidhaus

Lungo la ripida strada che scende verso la Neiße spicca una casa grigia a più piani, la Waidhaus. Si chiama Waidhaus perché un tempo ci si immagazzinava il guado, una sostanza colorante. Ma è molto più antica di quanto sembri, perché dalla prima metà del XII secolo faceva parte del castello del signore del territorio e aveva anche una torre. Ma come tanti edifici nel Medioevo la casa bruciò e dopo la ricostruzione fu usata come scuola e come il già citato magazzino per il guado. Più tardi fu perfino caserma dei pompieri. E oggi ospita il Görlitzer Fortbildungszentrum für Handwerk und Denkmalpflege e.V., un centro di formazione per artigianato e tutela dei monumenti – quanto mai azzeccato.

Uwe ci mostra una pietra su cui sono applicati due segnavia, uno per lo Zittauer Jakobsweg in direzione di Praga e uno per l’Ökumenischer Pilgerweg, che ora vogliamo seguire per 10 giorni. In realtà domattina dovremmo venire esattamente qui, per partire davvero dall’origine del cammino. Ma visto che ormai ci siamo già, possiamo sicuramente farne a meno. La tappa sarà comunque una delle più lunghe, e per giunta ci sono di mezzo i Königshainer Berge. Quindi oggi lo consideriamo il segnale di partenza. E poi oggi qualche chilometro l’abbiamo già fatto. Attraversiamo ancora la Neiße ed entriamo in Polonia. È davvero poco spettacolare e quasi non ci si accorge di essere in un altro paese. È l’Europa. Ed è giusto così. Qui Uwe ci fa notare un grande pannello che spiega i vari cammini che qui si incrociano o cominciano.

“Durchhaus” barocca con due cortili sul modello di Lipsia

Tornati sul lato tedesco, purtroppo è ora di salutare Uwe. Deve tornare in municipio per lo spoglio delle schede. Ma prima ci porta, passando davanti a splendide case barocche nella Neißestraße, ancora una volta nella Brüderstraße alla fontana di San Giorgio, e ci racconta la storia del Klötzelmönch, una storia triste e raccapricciante di una fanciulla che viene uccisa da un monaco (il Klötzelmönch, appunto, chiamato così per il rumore che fanno i suoi zoccoli di legno mentre si trascina dietro per i capelli il cadavere di una donna) e sepolta nella chiesa. Il quale però viene riconosciuto da un vagabondo che si era fatto chiudere nella chiesa per trovare riparo. Il monaco malvagio fu condannato e murato vivo. Per giunta, e come se l’avessi presentito, naturalmente molto tempo dopo nel convento francescano è stato trovato uno scheletro murato. Chi vuole sentire la storia in modo molto più dettagliato, suggestivo e spaventoso, dovrebbe unirsi a una visita guidata notturna con attori, che si organizza regolarmente. Per finire andiamo ancora nella Verrätergasse, il vicolo del traditore, dove Uwe ci racconta perché l’orologio della Dreifaltigkeitskirche va avanti di 7 minuti: un tempo dei ribelli ordirono un complotto contro il consiglio cittadino e volevano rovesciarlo. Un piccolo gruppo di ribelli si trovava dentro le mura e, come concordato, doveva aprire le porte a un gruppo armato più grande. E come spesso succede in un complotto del genere, c’è un traditore che spiffera tutto al consiglio. Questo escogita un’astuzia e fa mettere avanti di 7 minuti l’orologio del campanile. Davanti alle porte quest’orologio non si sentiva. Suonano per esempio le nove, il gruppo in città esce dal nascondiglio e vuole aprire le porte, ma nella suddetta Verrätergasse viene acciuffato dai soldati della città. A quel punto, alla porta bastava aspettare il vero rintocco dell’ora, aprire le porte e catturare il resto dei furfanti. Furono tutti condannati a morte e da allora l’orologio suona 7 minuti prima degli altri della città.

Riproduzione del Santo Sepolcro

Con questa storia e il consiglio di andare assolutamente a vedere il Santo Sepolcro, salutiamo Uwe con le parole “Nella vita ci si incontra sempre due volte”. E così spero che un giorno ci rivedremo, o su uno dei tanti cammini o, meglio ancora, con lui come guida a Görlitz. Ho già anche un piano, ma non voglio coglierlo di sorpresa raccontandolo qui. Il tempo porta consiglio.
Naturalmente adesso andiamo al Santo Sepolcro, come aveva suggerito Uwe. In Europa ci sono molte riproduzioni di questo luogo di pellegrinaggio. L’unicità di quella di Görlitz è che, nella sua disposizione composta da cappella di Adamo e cappella del Golgota, pietra dell’unzione e sepolcro vero e proprio, si trova qui all’aperto e non, come per esempio a Gerusalemme dai tempi dell’imperatore Costantino, dentro un edificio. Struttura e storia del sepolcro sono spiegate piuttosto bene a questo link. Naturalmente chiedo un timbro del pellegrino del Santo Sepolcro e me lo timbrano subito.

SS. Pietro e Paolo

L’organo del sole

Poi andiamo a SS. Pietro e Paolo. Orientandoci con i punti cardinali attraversiamo vicoli che finora non avevamo ancora visto e che di sicuro vengono risparmiati anche dai flussi di turisti. Alla fine ci aspetta una scala di ferro che sale alla Ochsenbastei. Da qui si ha una bella vista sulla Neiße e sul ponte del centro storico. Anche descrivere la Peterskirche sarebbe troppo per me. Lo si fa molto meglio qui. Anche qui riceviamo un timbro sulla nostra credencial. Come ogni chiesa gotica, SS. Pietro e Paolo si distingue per le alte volte che sembrano fluttuare su colonne sottili. Qui, grazie alla pittura, si riconosce molto bene la struttura della volta a rete di costoloni. Un colpo d’occhio particolare e senza dubbio anche una delizia per le orecchie è l’organo del sole. Ha preso il nome dai 18 soli che si trovano nella facciata sui gruppi di canne. L’organo, ricostruito nel 2004 sul modello antico (quello vecchio era completamente consumato – è esposta una vecchia tastiera), trae la sua pienezza e varietà di suono da 6085 canne, 89 registri, quattro tastiere manuali e due pedaliere. La canna più grande misura 7,82 metri. Sono stati ripristinati perfino i registri barocchi, capaci di imitare il canto degli uccelli. Uno strumento davvero imponente, che mi piacerebbe proprio sentire in azione una volta. Ma adesso, dopo tanta cultura, ho sete. Lì vicino, sulla riva della Neiße, sporge nel fiume come la prua di una nave la terrazza del ristorante più orientale della Germania, la Vierradenmühle. Beh, se non è un buon motivo per cercarsi un posto lì.

Il ristorante più orientale della Germania

Non dobbiamo cercare a lungo, perché il tempo sta proprio continuando nel suo impegno di rendersi antipatico. Per tutto il giorno è stato grigio. Beh, almeno è rimasto asciutto. E mentre Andrea si concede un caffè e una fetta di torta alla frutta, io mi godo una Landskron di Görlitz appena spillata. Ma stando seduti fa già un freddo pungente e così paghiamo in fretta e torniamo all’ostello. Lì stanno già arrivando le prime proiezioni delle elezioni per il Bundestag e si profila di nuovo una vittoria della CDU. Al paese avrei augurato una maggioranza assoluta, perché finalmente qualcosa si muova e perché finalmente qualcuno si assuma una vera responsabilità e non si lasci tutto in sospeso o si scarichi la colpa sul partner di coalizione. Ma basta così, televisione spenta. Torno ancora in città per portare a casa qualche foto notturna. Non è così facile, perché il centro storico di Görlitz è così autentico che è anche illuminato in modo piuttosto scarso.

Comunque riesco a fare qualche scatto. Il mio safari fotografico finisce bruscamente quando la batteria si scarica e la batteria di riserva l’ho lasciata all’ostello. Per cose così potrei mangiarmi le mani. Perché di solito, per cose molto meno importanti, ho sempre con me una batteria di riserva carica. Tornato all’ostello però non ho più voglia di uscire di nuovo. E così ci infiliamo presto nei nostri sacchi a pelo.

Domani ci aspetta una tappa lunga e anche il tempo non dovrebbe essere un granché, niente pioggia continua ma grigio e pioviggine. L’alta pressione che il servizio meteorologico tedesco ci aveva ancora promesso la settimana scorsa si farà attendere ancora per un po’.

Il giorno delle montagne: Görlitz – Buchholz

Finalmente ci siamo. Adesso si comincia sul serio. Ma prima un elogio al mio nuovo sacco a pelo: tanto spazio per il mio corpo astrale, una temperatura piacevole lì dentro, un materiale gradevole e poco ingombro nello zaino. Nella routine del mattino siamo ormai due professionisti. Bastano poche parole per organizzarci. Tanto, di mattina, chiacchieroni non lo siamo nessuno dei due. Ognuno ha la sua routine. Di solito mi alzo per primo e vado in bagno, poi piazzo il beauty-case sotto il naso di Andrea e, mentre lei si fa bella, io impacchetto i sacchi a pelo e preparo le borracce. Da solo, su un cammino così, non mi mancherebbe soltanto lei, ma anche questi gesti ormai automatici.

Colazione alla Stadtmission

Con un sibilo l’aria esce dal pratico sacco a compressione con la mia roba mentre lo arrotolo. È un rumore che di mattina non vorrei infliggere ai compagni di pellegrinaggio in un dormitorio ben pieno, come quelli che si conoscono sui cammini spagnoli. Per questo, in quei casi, lo faccio sempre già la sera prima. Qui in Germania non c’è da temere sguardi di disapprovazione da occhi di pellegrini assonnati. Siamo soli, come spesso accade, e nemmeno ieri sono riuscito a scorgere in città qualcuno che somigliasse anche solo lontanamente a un pellegrino o a un escursionista. Alla colazione, per fortuna, oggi non dobbiamo pensare noi. Un piano sotto di noi è già in tavola. Ne ero sicuro, perché già prima che ci alzassimo avevo sentito un certo movimento in casa.

E che tavola apparecchiata! «Potete pure prendervi qualcosa per il cammino.» Non ce lo facciamo ripetere due volte e metto via per noi due panini imbottiti. Lo dico subito: me li porto fino alla meta di tappa e ci fanno da cena. Mi piacciono questi panini «stagionati», che durante tutta la giornata hanno potuto assorbire l’aroma del ripieno. Era così già da bambino, quando andavo a prendere mio padre al lavoro e lui tirava fuori dalla borsa da lavoro le sue fette di pane per darmele. Avevano un sapore tutto particolare, difficile da descrivere: un misto del cuoio di quella borsa, della carta oleata e delle pratiche che si portava dietro. Difficile da immaginare? Per me, invece, un bel ricordo d’infanzia. Del resto ci sono sapori, aromi e odori che mi riportano all’istante a episodi della mia infanzia.

Sotto la pioggia verso Ebersbach

Ma torniamo a Görlitz. Un breve saluto e un ringraziamento alla padrona di casa, ed eccoci già in strada. Oh, accidenti! Piove. Nessuno dei due aveva ancora guardato fuori, o comunque non ce ne eravamo accorti. Vabbè, le giacche antipioggia le abbiamo comunque addosso, e così possiamo metterci subito in cammino. Uwe ce l’aveva descritto piuttosto bene il giorno prima e facciamo poca fatica a trovare la strada per uscire dalla città. Peccato che Görlitz ci congedi con questo tempo. Col sole anche il tratto più noioso ha i suoi lati belli. Noi invece saliamo costantemente sotto la pioggerella (o almeno così sembra, perché le gambe non ne vogliono ancora sapere), passando davanti all’ospedale fino al confine della città. Lì finalmente lasciamo la strada molto trafficata girando a sinistra su una strada sterrata, per poi ritrovarla poco dopo. Ma nessun problema, perché ben presto ci ritroviamo su una pista ciclabile solitaria, con l’asfalto grondante d’acqua. Perché adesso piove ancora più forte.

Il panorama qui promesso oggi salta

Le lenti degli occhiali mi concedono solo una vista sfocata dei dintorni. Tanto con questo tempaccio non si vede lontano. Almeno la segnaletica è buona, così non sento il bisogno di scomodare il GPS. Ho già il mio da fare a tenere la macchina fotografica più o meno all’asciutto. Perché qua e là, nonostante la scarsa vista, scatto qualche foto come promemoria e per provare il GPS. Questa fotocamera registra la traccia e sono curioso di vedere come incide sulla durata della batteria. In mancanza di altre distrazioni, camminando mi metto a pensare a cose del genere. Al senso o al nonsenso di trascinarsi in giro con uno zaino pesante sulle spalle con un tempo in cui non manderei fuori di casa nemmeno il mio cane, in questo momento non voglio proprio pensare. Mi farebbe scendere l’umore ancora più verso lo zero. Sì, lo ammetto: sono molto volentieri un pellegrino da bel tempo. E adesso sono di cattivo umore e mi arrabbio per le belle previsioni del servizio meteorologico tedesco della settimana scorsa, che non si sono avverate. Pretendono di aver calcolato l’aumento delle temperature fra cento anni, ma non sono nemmeno in grado di prevedere in modo affidabile i prossimi cinque giorni – incredibile! Proprio qui, dove un cartello a bordo del sentiero mi promette una bella vista sulla Landeskrone (la montagna di casa di Görlitz) e sui Monti Jizera lontani a sud-est, non si vede assolutamente nulla se non nuvole grigie da cui pioviggina senza sosta. Perché continuo a sottolinearlo? Perché adesso sono piagnucoloso. Ma vediamola in positivo: potrebbero anche piovere vesciche. Le brevi pause in cui per una volta non pioviggina lasciano almeno asciugare di nuovo le gambe dei miei pantaloni.

Ebersbach, comune di Vierkirchen

In tutto il mio malumore quasi non mi accorgo di quanto in fretta arriviamo a Ebersbach. Nessuna meraviglia, visto che guardo quasi sempre in basso – come ho già piagnucolato («ningeln», in sassone: lamentarsi o autocommiserarsi) – per via degli occhiali appannati. La chiesa, ben restaurata, che nel grigiore del giorno brilla di un giallo acceso, la lasciamo sulla sua collina alla nostra sinistra, e non lo dico in senso spregiativo. Il portone è semplicemente chiuso. E così, in quel paese piuttosto grazioso, attraversiamo un ponticello dal quale scopro anche qualche soggetto che vale una foto. Poco dopo, nemmeno 200 metri più avanti, ci risuona incontro un «Buen Camino». Quasi mi spavento, ma in ogni caso sono felicissimo – un compagno di sventura! Sta sotto la tettoia di un ex supermercato Konsum, che ormai può servire solo, o almeno, da riparo dalla pioggia per pellegrini bagnati. È Andreas* di Kassel (*nome e luogo di residenza cambiati), partito anche lui oggi da Görlitz. Un breve da dove e verso dove, e siamo già in argomento, e ognuno ha l’impressione di conoscere l’altro da tempo. È così su un cammino con la stessa meta. Ci racconta anche di due donne che ha incontrato a Görlitz. Una di loro l’avremmo conosciuta molto più tardi. Lui sta facendo la seconda colazione. Aspettiamo che finisca e proseguiamo insieme. Ci dirigiamo verso i Königshainer Berge. Saranno anche la catena montuosa più piccola della Germania, ma non sono affatto da sottovalutare.

Uno squarcio di sole davanti alla Landeskrone

Il sentiero verso i Königshainer Berge

Ma prima di raggiungere la catena montuosa, scorgiamo comunque qualche raggio di sole. Come un riflettore celeste, il sole disegna interessanti macchie di luce nel paesaggio. Svelto, fuori la macchina fotografica, prima che lo spettacolo finisca. Proseguendo, noto che Andreas* ha un’andatura un po’ irregolare. Porta delle scarpe da corsa blu sgargiante che evidentemente gli danno pensiero. «Se ti pizzica qualcosa ai piedi, meglio guardare subito, prima che si formi una vescica», gli dico. È d’accordo e in fretta troviamo presso una torretta da caccia un posto adatto per togliere scarpe e calze. «Io ho sempre con me del kinesio tape. Tiene bene e previene le vesciche nei punti di sfregamento.» Individuiamo rapidamente il punto a rischio. Sono i plantari nelle scarpe a causare questo dolore e gli medico la pianta del piede arrossata incollandoci sopra il mio tape blu. Spero che non sia troppo tardi. Non riesco nemmeno a trattenermi da un commento sul fatto che la scelta delle scarpe sia forse un po’ azzardata. Andreas* ha detto che voleva provarle. Lavora lui stesso in un negozio di articoli outdoor e non mi sembra nemmeno che sia la prima volta che va in giro a piedi. Tanto più incomprensibile mi risulta la scelta di queste scarpe. I sentieri diventano più fangosi a ogni goccia che cade dal cielo e l’asfalto iniziale ha da tempo lasciato il posto a sterrate sassose con tante pozzanghere infide. E adesso comincia pure la salita verso i Königshainer Berge.

La salita

Il sentiero si fa sempre più ripido e il mio respiro sempre più pesante. «Ancora un pezzetto e siamo sull’Hochstein. Lassù c’è una baita, lì possiamo mangiare e bere qualcosa», sono le mie parole d’incoraggiamento, che suonano un po’ ansimanti. Per Andrea non mi preoccupo. Ma Andreas* cammina sempre più a fatica. Tossisce anche parecchio e, quando gli chiedo come sta, risponde che ha appena superato una bronchite – non proprio le premesse migliori per percorrere un cammino di pellegrinaggio, per di più con questo tempo. «Ancora qualche centinaio di metri su una ripida strada asfaltata e dovremmo essere alla baita», lo rassicuro.

La roccia dell’Hochstein

La Hochsteinbaude

Spettrale, dalla nebbia emerge la massiccia formazione rocciosa sulla cima dell’Hochstein. Dapprima l’abbiamo scambiata per un edificio. Poi ho visto la roccia dilavata, solcata da scanalature trasversali. Solo dietro compare la Hochsteinbaude, per fortuna aperta. Di sicuro dalle rocce, su cui si sale con scale di ferro, si gode un panorama fantastico. «Si godrebbe» avrei dovuto scrivere qui, perché salire sarebbe stato del tutto inutile. Fradici e ora anche infreddoliti entriamo nella baita e veniamo accolti con gentilezza. Siamo gli unici ospiti e possiamo scegliere il tavolo che vogliamo. Per risparmiare strada alla titolare, ci sediamo non troppo lontano dal bancone. Una birra, dopo questa salita, me la sono di certo meritata, e anche Andreas* se ne ordina una. Anche se per lui sarebbe stata sicuramente meglio una tisana per la tosse. Apposta per noi, sul menù c’è una zuppa del pellegrino e siamo d’accordo che una zuppa di verdure così è proprio quello che ci vuole adesso. Qualsiasi altra cosa ci resterebbe sullo stomaco, perché non abbiamo fatto nemmeno metà del percorso di oggi. Andreas* è convinto che dopo la discesa dall’Hochstein si risalga di nuovo alla stessa altitudine. Io invece sono convinto che si sbagli.

Arnsdorf in vista

Per fortuna ho ragione io. Su sentieri bagnati e scivolosi si scende ora ripidamente attraverso il bosco gocciolante. Da lontano si sente l’autostrada A4, che passa in galleria sotto i Königshainer Berge. Poi finalmente fuori dal bosco, dove la pioggerella, raccolta in grosse gocce, ci schiaffeggia di continuo la testa. Dietro un grande campo di mais compare Arnsdorf. Qui c’è un ostello, ma per noi è decisamente troppo presto nel cammino di oggi. Tanto ormai siamo bagnati, e chissà come sarà domani. I piedi stanno ancora bene e così decidiamo, come previsto, di non fermarci qui all’ostello. Per Andreas* forse sarebbe stato meglio. La sua tosse peggiora e, a dire il vero, ho qualche timore per la notte che ci aspetta. Ai russatori mi sono abituato (so già cosa dirà Andrea a questo punto – senti chi parla!), ma la sua tosse ci toglierebbe il sonno.

Chiesa di Arnsdorf

nella chiesa di Arnsdorf

Il castello d’acqua di Döbschütz

Prima di lasciare Arnsdorf, però, visitiamo ancora la chiesa aperta, in cui saltano all’occhio soprattutto il soffitto finemente dipinto e gli antichi affreschi riportati alla luce nell’abside, che sono qualcosa di speciale. La particolarità del paese successivo, Döbschütz, è il castello d’acqua che, molto romantico, nascosto in un bosco ai margini del paese e circondato da un fossato, attende di essere restaurato. Sul sentiero lungo l’argine del Schwarzer Schöps, che serpeggia selvaggio, raggiungiamo Melaune. All’ingresso del paese colpisce una grande superficie asfaltata, incorniciata da una balaustra di legno – uno stadio del ghiaccio. Davanti c’è una pista da birilli all’aperto coperta, particolarmente interessante per Andrea, che gioca a birilli. In questo paese, in generale, sembrano essere molto attivi. Sotto la tettoia di una grande rimessa dei vigili del fuoco facciamo una breve pausa per riprendere fiato. «Non manca molto a Buchholz, forse ancora cinque, sei chilometri, e ce l’abbiamo fatta», cerco di tirarci su, perché ricomincia a piovere.

L’ostello di Melaune

Il sentiero infinito accanto alle pale eoliche

Anche a Melaune c’è un ostello per pellegrini, davanti al quale però passiamo oltre anche stavolta. Il tratto seguente è piuttosto duro. Dopo aver superato un breve pezzo di strada provinciale molto trafficata, giriamo a sinistra su una strada di campagna in cemento che, in campo aperto, passa accanto ad alcune pale eoliche. Chi ha già pellegrinato sull’ÖP prima di Freyburg / Unstrut lungo il crinale davanti alla Göhle, da una pala eolica all’altra, sa quanto sono distanti questi aggeggi l’uno dall’altro. Qualcuno sembra spostare l’ultima pala sempre più in là. Così anche qui, sulla strada di cemento battuta dal vento, che sembra non finire mai. Una grande croce di legno lungo il sentiero ci spiega che molti anni fa si voleva costruire qui una discarica di rifiuti speciali. A quanto pare le proteste hanno avuto successo, perché a parte i campi qui non si vede nulla a perdita d’occhio. Si distingue già soltanto il campanile di Buchholz. O è invece ancora quello di Tetta? Poco dopo lo capisco. Siamo solo a Tetta. Qui, così poco prima di Buchholz, dovrebbe esserci ancora un posto dove fare la spesa. Chiedo a un abitante, prima che sparisca di nuovo. Lui però mi parla solo di un negozio di bevande a Buchholz, che vende anche altri articoli di uso quotidiano. In fondo ci basta, e così ci mettiamo in marcia per lasciarci alle spalle l’ultimo pezzo fino a Buchholz. I segnavia ci portano in lungo e in largo per il paese, lungo due grandi stagni.

L’ostello di Buchholz

Adesso si distingue anche il campanile di Buchholz e so che ci siamo quasi. I due dietro di me, però, mi guardano come se li volessi prendere in giro facendo un giro in più. Proprio di fronte alla chiesa c’è una graziosa casa restaurata, l’ex scuola del paese. Scopro un cartello alla finestra accanto alla porta, che ci dà il benvenuto e ci spiega come e dove ritirare la chiave dell’ostello. Scelgo il metodo più semplice, andando due case più in là a suonare. Mmh, non c’è nessuno. Al piano di sopra però si apre una finestra, e la donna che si affaccia mi conferma che non c’è nessuno che possa farmi entrare nell’ostello. Quindi di nuovo indietro alla casa. Richiamo la signora Leubner, che avevo già sentito al telefono in mattinata. Mmmh… segreteria telefonica…. Riattacco prima che suoni il bip. Non mi piace molto parlare con le macchine. Poi scopro ancora un secondo numero, al quale raggiungo qualcuno. Poco dopo arriva una donna in bicicletta, dritta verso di noi. Cosa vogliamo lo capisce chiunque, e così ci fa entrare in casa senza tanti giri di parole.

Nell’ostello di Buchholz

E la casa è una meraviglia! Tutto nuovo e arredato in modo moderno, docce nuove e pulite, una grande cucina con frigorifero pieno, zuppe pronte e casse di bevande (acqua, gazzosa, birra). Nell’armadio ci sono perfino vino rosso e spumante. «Quello che consumate – la cassa è lì in fondo.» È incredibile, e ora non mi serve più cercare il negozio di bevande in paese. Scopro perfino una campana per dolci con la scritta «torta fatta in casa per i nostri ospiti». Anche la mia preoccupazione per la tosse di Andreas* svanisce in fretta, perché ci sono tre stanze, e noi due ne prendiamo una che evidentemente di solito si usa come ufficio. L’arredamento, il PC acceso sulla scrivania e la brandina su cui stendiamo i nostri sacchi a pelo: tutto mi fa pensare a una stanza che il figlio di casa ha appena liberato per noi. Ci sono molti oggetti, libri e documenti che però tradiscono che questo spazio è usato intensamente dalla comunità parrocchiale. Andreas* ha la stanza accanto alla nostra. Siede immobile sul letto e fissa il muro. Sembra completamente distrutto e solo la sera torna a essere in grado di parlare.

Nell’ostello di Buchholz

La nostra stanza

Una bella stufa antica nell’ostello

Una scala di legno porta a un sottotetto ben ristrutturato, dove sicuramente potrebbero trovare posto su materassi altri 6 pellegrini. Tutto è arredato con amore e attrezzato in modo moderno, proprio per sentirsi a proprio agio. Ed è quello che faccio adesso. Non vedo alcun motivo di uscire di nuovo di casa con questo tempo. Dopo la doccia, in cucina ci concediamo una birretta e mangiamo i panini imbottiti portati da stamattina, nello stato già descritto. Croccanti è un’altra cosa – ma ben impregnati e morbidi lo sono, i panini. Più tardi anche Andreas*, risvegliatosi dal suo letargo, viene in cucina a prepararsi la cena. E quello che tira fuori mi lascia di stucco. Accanto alla cucina elettrica a incasso piazza il suo fornelletto a gas da campeggio e si prepara della pasta da una specie di razione di sopravvivenza liofilizzata, quelle buste di cibo disidratato che si conoscono dai negozi outdoor. Quindi o ha un incarico di ricerca dal suo datore di lavoro, o ha un’idea completamente sbagliata della Germania dell’Est. Non oso nemmeno chiedere, ma faccio comunque una battuta un po’ scherzosa, che spero non se la prenda. È davvero un tipo simpatico, con cui prima di andare a letto facciamo ancora una conversazione vivace. Ma in qualche modo mi preoccupa, se riuscirà a superare la giornata di domani. La sua tosse è ancora piuttosto brutta. Ai piedi gli sono comunque venute le vesciche e non migliorerà certo con il tape che gli cedo dal mio. E il suo zaino contiene probabilmente il cibo per l’intero cammino attraverso il selvaggio Est e ha quindi un peso adeguato. Sì, e tutto questo con quelle scarpe: mi faccio i miei pensieri, ma non voglio metterglieli davanti e farlo vacillare. A un certo punto è ora di infilarsi nel sacco a pelo. Il vino e lo spumante li lasciamo nell’armadio. Dopo questo giorno delle montagne siamo già abbastanza stanchi così.

Buonanotte e a domani.*Il nome e il luogo di residenza del nostro compagno di questa tappa li ho cambiati per precauzione, perché non so se gli farebbe piacere che lo nomini qui.

Il giorno della senape: Buchholz – Bautzen

Perché ho scelto questo titolo? Oggi andiamo a Bautzen. E chi ama la senape vera e preferisce una buona senape con tanta tradizione, difficilmente può fare a meno della «Bautzner Senf». Lo so, sotto l’equatore del Weißwurst probabilmente la si conosce poco. Ma lì, del resto, si preferisce la senape dolce. Qui in Sassonia la si ama piuttosto piccante.

La chiesa di Buchholz

La notte è stata riposante e tranquilla. Credo anche di non aver russato. Almeno la gola non la sento secca. Quindi anche Andrea ha avuto una notte tranquilla. Dopo il solito rituale mattutino facciamo ancora colazione in cucina. Ho ancora nello zaino un paio di panini tipo baguette un po’ gommosi e, con burro e Leberwurst, inzuppati nel caffè sono piuttosto buoni e la mascella non deve lavorare troppo. Puntuale alle otto arriva anche la signora Leubner, che va con noi nella piccola chiesa di fronte per darci una benedizione del pellegrino. Ci mette in mano un libro di canti. «Questo sarà difficile», dico senza mezzi termini. Naturalmente la signora Leubner sa che su questo cammino non ci sono solo cristiani. E così stamattina ce la rende facile. Ha scelto un canto di cui perfino noi conosciamo la melodia. Su quella melodia Cat Stevens ha scritto il suo successo mondiale Morning has broken. Mentre Andreas* canta conoscendo bene il testo, noi almeno canticchiamo sottovoce e siamo molto commossi dall’atmosfera.

Con queste parole la signora Leubner ci congeda nella giornata:

Siimi vicino oggi
Un nuovo giorno è qui. Grazie per il sonno e la quiete,
e siimi vicino oggi in tutto ciò che farò.
Non so cosa verrà, se pienezza o se vuoto.
Sii tu il buon pastore nel bello e nel difficile.
La tua Parola sia pietra di paragone per l’essenziale e l’importante,
misura del grande e del piccolo, del giusto e dello sbagliato.
Aiutami, dove posso qualcosa, a osare l’opera intera,
e se mi assale la debolezza, a dire sì anche a quella.
Tu mi hai dato la forza di vivere anche questo giorno.
A sera lascia che con gioia te lo restituisca.

Bella, vero? Come mai riesco ancora a trascriverla? Il piccolo foglietto che la signora Leubner ci ha dato di nascosto me lo sono portato a casa, custodito con cura. In chiesa ci mostra ancora la graziosa mostra fotografica di una donna che dal suo balcone ha osservato e fotografato per un anno una coppia di scoiattoli. Aveva appeso una cassetta-nido, che gli animali hanno accettato. Così ha avuto uno sguardo unico nella nursery di questi abitanti degli alberi. Ha riempito due sale con foto bellissime e oggetti esposti. Ma poi è il momento di dire addio al simpatico ostello e alla signora Leubner, che naturalmente ci augura buon cammino. Subito ai margini del paese, dopo una breve salita, ci congediamo anche da Andreas*, che oggi vuole camminare un po’ più piano e forse anche non così lontano. Perché possa mantenere la possibilità di portare a termine il suo cammino, è sicuramente una buona decisione. Alla lunga non si può adattare il proprio ritmo di marcia a quello di un altro. Ognuno deve trovare il proprio. E per Andreas* oggi era semplicemente un po’ più lento del nostro. Fin dove sia arrivato sul cammino, o se sia ancora in viaggio, non lo sappiamo, perché finora non abbiamo avuto contatti con lui, anche se gli ho già scritto una mail. Gli dico comunque la mia frase, quella che uso sempre in questi casi e che non vuole essere una minaccia: «Nella vita ci si incontra sempre due volte.» A volte ci vuole più coraggio a fermarsi nel punto giusto che a continuare a tormentarsi, rischiando magari di rovinarsi la salute. Auguro ad Andreas* questo coraggio e la saggezza di prendere la decisione giusta.

Il municipio di Weißenberg

Così siamo di nuovo soli. Sullo stretto sentiero che si chiama Totenweg, il sentiero dei morti, perdiamo molto in fretta di vista il nostro compagno di finora. Anche oggi il tempo non è migliore di ieri, e così continuiamo a mettere e togliere il cappuccio. Il paese successivo è Weißenberg, una cittadina con un municipio un po’ sovradimensionato. Per via della pioggia anche qui scatto una sola foto, e poi abbiamo il nostro da fare a trovare il percorso giusto. Per la prima volta sull’ÖP ho la sensazione di essere sulla strada sbagliata. Dopo la discesa ripida e scivolosa dalla piazza del mercato, giriamo con un ampio arco intorno al centro storico, tanto che ho la sensazione di tornare indietro. Ma guardando la traccia GPS sul mio Garmin devo ricredermi. La direzione generale, ovest, è giusta.

Non perdere la deviazione!

Su una vecchia massicciata ferroviaria usciamo dalla città e non ci accorgiamo nemmeno di dove l’abbiamo lasciata. Grandi cartelli che indicano un sentiero dei mulini coprono quasi il segnavia dell’ÖP. Ma mi torna subito in mente la descrizione della guida del pellegrino, dove si dice che, se ci si trova sul viadotto, si è già andati troppo avanti. E così, prima del suddetto viadotto, scendiamo dalla massicciata su un’ampia strada di campagna. Questa ci porta dritti all’ingresso della Gröditzer Skala. È una specie di canyon fluviale, in cui il Löbauer Wasser si è scavato una gola profonda circa 15 metri. Il fiume, largo circa 10 metri, serpeggia nella valle e molti sentieri lo accompagnano lungo le sue sponde.

Gröditzer Skala – ponte sul Löbauer Wasser

Dopo la ripida discesa, la prima sfida è attraversare il fiume su un ponte dall’aria un po’ avventurosa. È fatto di un unico tronco d’albero, appiattito un po’ sulla parte superiore con la motosega. Ai lati c’è un parapetto di rami storti e grezzi. Il tutto, almeno da lontano, sembra un po’ «lawede», come diciamo noi sassoni. Solo guardando meglio mi accorgo che il costruttore ci ha pensato eccome e che evidentemente conosce il suo mestiere. Il parapetto si rivela più stabile del previsto, e così possiamo tenerci. Ed è anche necessario, perché il tronco, per la pioggia, le intemperie e le foglie che ci sono sopra, è molto viscido. Quale sentiero si scelga poi a valle è in fondo indifferente, perché corrono tutti lungo il fiume. Bisogna però guardarsi dal risalire troppo presto a destra fuori dal canyon, perché l’autostrada A4 passa molto vicino e la si sente chiaramente perfino quaggiù.

Nella Gröditzer Skala

Scegliamo un sentiero che corre proprio sulla riva del Löbauer Wasser. Così abbiamo continuamente davanti a noi belle immagini che, perfino con questo tempaccio, offrono un contrasto fra il verde rigoglioso, che qui si trova ancora in pieno autunno, e il corso tortuoso del fiume. Presto arriviamo in una grande radura. La valle si apre e vediamo, in alto al margine del bosco, il castello di Gröditz che spunta sopra le cime degli alberi. «Dobbiamo salire lassù!», grido ad Andrea, che è un po’ più avanti perché io ero di nuovo alle prese con la macchina fotografica. «Ma le conchiglie indicano di qua, giù», dice Andrea. Quindi facciamo come vollero i padri e le madri del cammino. Restiamo giù. La valle si stringe di nuovo e sulla destra compaiono perfino ripide pareti di roccia.

Il castello di Gröditz

Poi siamo definitivamente fuori e vediamo le prime case di Gröditz. La salita al castello, però, non ci viene risparmiata. Ansimando, devo perfino fermarmi una volta per riprendere fiato. No, la mia forma fisica non è ancora delle migliori. Arrivati in cima, andiamo al castello. Qui c’è anche un ostello per pellegrini. Davanti scopriamo un baldacchino di legno bianco con sotto qualche panca e un tavolo. Un bel posto per la seconda colazione, dico io, e lo zaino è già giù. In qualche modo non sono ancora del tutto contento della regolazione degli spallacci. Sotto l’arcata costale destra sento da un po’ un dolore pungente, che avevo già avuto sul cammino nel Meclemburgo.

Umgebindehaus a Gröditz (tipica dell’Alta Lusazia)

Se dipenda dallo zaino lo verificherò a casa, facendo un’escursione più lunga con il mio vecchio Deuter. Potrebbe naturalmente anche dipendere dal fatto che sono semplicemente ingrassato troppo. In ogni caso la pancia è una seccatura. Perché la cintura in vita non sa bene dove mettersi: di solito dopo qualche centinaio di metri scivola sotto la pancia ed è lì troppo larga. Così porto tutto il peso sulle spalle, il che non è proprio l’ideale. Anche se sono solo 8 o 9 chili, alla lunga si fanno sentire sul corpo. Ma anche mangiare è importante, perché il corpo riceva energia. Quindi do un altro bel morso, bevo un altro sorso dalla borraccia e si riparte.

Il sentiero verso Wurschen

Il tratto seguente fino a Wurschen non offre particolarità. Prima camminiamo su una strada agricola in cemento e poi per un po’ sulla provinciale, prima di tornare su una strada di campagna. A Wurschen è facile perdersi. Prima c’è l’accesso al parco privato del castello, un po’ nascosto dietro un passo carraio, e poi un percorso a zig-zag: prima a destra sulla strada e subito di nuovo a sinistra, dapprima su una strada secondaria che poi diventa una strada di campagna e porta fuori dal paese.

Parco e castello d’acqua di Wurschen

Il sentiero passa a destra del castello d’acqua. Con un ampio arco attraversiamo l’enorme parco ben curato del castello, dove si incontrano di continuo cartelli che avvertono che il terreno è proprietà privata e che non si possono calpestare i prati. Dopo il suddetto zig-zag si sale un po’. Arrivati in cima, ci si trova circa un chilometro dopo Wurschen sotto un grande albero con una panchina. Di nuovo un’occasione benvenuta per togliersi lo zaino per qualche minuto. Dopo, per alcuni chilometri, il dolore pungente sparisce di nuovo. Solo un paio di foto indietro verso Wurschen e avanti verso Drehsa, e si riparte.

Vista su Drehsa

Guardando Drehsa, salta all’occhio un’alta torre che spunta dal paese. È una torre dell’acqua che appartiene al castello di Drehsa. Questa torre sta accanto alla casa padronale, simile a un castello e ben restaurata; dietro, i resti della tenuta agricola, non ancora restaurati. Ai tempi della DDR la tenuta ospitava un orfanotrofio. La famiglia von Salza zu Lichtenau ha acquistato la tenuta e il castello e sta restaurando il complesso con grande impegno. Sulla torre si può salire, ma oggi non ne abbiamo motivo. Perché il tempo continua a rovinarci il panorama. Dopo Drehsa, di nuovo un tratto molto bello su un’antichissima strada di campagna che, su un dosso, attraversa un boschetto.

Rifugio dopo Drehsa

In mezzo al bosco, già in discesa, qualcuno ha costruito un rifugio in cui, in caso di necessità, si può anche passare la notte. Qui aspettiamo che finisca l’acquazzone e mettiamo le gambe in alto. Quando più tardi usciamo dal bosco, vediamo per la prima volta le torri di Bautzen. Ancora parecchio lontane, e dalla cartina so che il percorso non è il più diretto. Prima di Waditz incontriamo la linea ferroviaria su cui domenica eravamo ancora andati in treno a Görlitz. Per un bel pezzo la costeggiamo, senza che passi un solo treno. Passando per Kubschütz, Baschütz e Jenkwitz, si ha spesso l’impressione di allontanarsi da Bautzen.

Sosta a Kubschütz

A Kubschütz una panchina ben fatta invita a una sosta, e non me lo faccio dire due volte. Ora solo un ultimo sforzo. Quando presso Auritz arriviamo sulla B6, siamo proprio contenti di non aver dovuto camminarci accanto già prima. E così le piccole deviazioni, così poco prima della città, sono state davvero utili. Entriamo a Bautzen camminando sempre lungo la statale molto trafficata, un tormento quando si è stati tutto il giorno nella natura. Abbiamo intenzione di andare alla St. Petri Pfarrheim e di dormire nella stanza dei pellegrini. La chiave la ritiriamo nella panetteria che si trova, andando verso il centro, dietro la casa parrocchiale. Per arrivare alla casa parrocchiale bisogna passare sotto l’arco della Töpferstraße 23 e proseguire fino al cortile interno.

Alloggio per pellegrini nella St. Petri Pfarrheim di Bautzen

Qui la grande casa bianca e gialla non si può non vedere. Solo dopo aver salito le scale fino al secondo piano ci accorgiamo che c’è anche un ascensore. Dopo il giro di oggi l’avrei usato senza scrupoli. Nel caso qualcuno dopo di noi voglia perdere anche lui i suoi scrupoli: l’accesso all’ascensore è sul lato sinistro della casa. La chiave ricevuta in panetteria apre l’ingresso a vetri. Nella stanza dei pellegrini ci sono 6 letti a castello. Prenotando, probabilmente sono anche rifatti con le lenzuola. Perché un letto era preparato così. Noi però usiamo i nostri nuovi sacchi a pelo morbidi e caldi. Un bagno, una doccia e una piccola cucina fanno parte dell’alloggio per pellegrini. Stiamo appena sistemandoci quando bussano alla porta. Entra Christoph di Berlino. Il suo accento però tradisce che una volta era di casa da qualche altra parte. Ma non voglio tempestarlo di domande.

L’antica Wasserkunst sulla riva della Sprea

La Schlossstraße e le sue osterie

Non andiamo molto oltre il solito da dove e verso dove, anche perché ben presto usciamo di casa per fare un giro della città. Ero stato a Bautzen l’ultima volta nel 1976 e quasi non la riconosco. Una casa restaurata con amore dopo l’altra. E che Bautzen avesse così tante torri, non riesco proprio a ricordarlo. Attraversiamo la piazza del mercato fino alla Wasserkunst, da dove si ha una bella vista sulla valle della Sprea, e poi passiamo ancora per la Mühltor fino all’Ortenburg, per tornare da lì in centro lungo la Schlossstraße. Il Duomo di San Pietro purtroppo è chiuso. Ci sarebbe piaciuto vederlo. Alcuni ristoranti hanno immortalato la senape nel nome. Negli altri c’è almeno un piatto in cui la senape ha un ruolo da protagonista. È quello che ci si aspetta da Bautzen. Secchi di senape bianchi e blu stanno in strada non perché si pensi a una consegna di merce, ma come pubblicità per un negozio di senape. Qui molto ruota intorno a questa pasta gialla e piccante. Ma che cos’è, in fondo, la senape: una spezia, un condimento in pasta? In ogni caso, per me la senape dovrebbe pizzicare un po’ il naso quando la si mangia pura. Per noi in cucina è irrinunciabile.

Il primo ristorante della senape di Bautzen e, dietro, il Duomo di San Pietro

Fra le tante varietà che ormai offre anche la «Bautzner», la mia preferita è quella mediamente piccante. E così ci cerchiamo un ristorante con piatti alla senape sul menù. Non dobbiamo cercare a lungo. Proprio sulla piazza del mercato c’è il Surprise, un miscuglio di caffè, pizzeria, birreria, bar e ristorante. Qui troveremo sicuramente qualcosa. E quello che abbiamo trovato è stata una padella di straccetti in salsa al miele e senape – una meraviglia!! Ma gli occhi, ancora una volta, erano più grandi dello stomaco. E così faccio una bella fatica a finire tutto. Eppure: «Alza il bicchiere e sorbisce il resto, perché non gli piace lasciare avanzi», per citare Wilhelm Busch in «Hans Huckebein der Unglücksrabe». Di sicuro ho troppa ciccia addosso perché finisco sempre tutto per bene. Fuori nel frattempo si è fatto buio e, quando usciamo dal locale, naturalmente piove di nuovo.

La Reichsturm di sera

Ciononostante scatto in fretta ancora qualche foto notturna della città. Tornati all’alloggio per pellegrini, poco dopo rientra anche Christoph dal suo giro in città: anche lui ha cenato al «Surprise». Peccato non esserci incontrati. Così resta un breve incontro. Perché il giorno dopo sparisce a una velocità infernale. Anche le lunghezze di tappa che ha in programma non corrispondono alle nostre idee. Nella speranza di un tempo migliore andiamo a dormire presto.

Domani, per la prima volta, ci discostiamo dai nostri piani. Perché non andiamo, come previsto, fino a Panschwitz-Kuckau, dove tanto tempo fa ho vissuto per due anni nel convitto per apprendisti. Concludiamo invece la tappa già 3 chilometri prima, a Crostwitz, nella Pilgeroase di Monika Gerdes. È un consiglio di Uwe, che seguiamo volentieri. E si sarebbe rivelato giustissimo: trascorriamo una serata che non dimenticheremo tanto presto.

(*) Nome cambiato

Il giorno degli incontri: Bautzen – Crostwitz

Uno spiraglio di luce al mattino: squarci tra le nuvole

Stamattina la prima cosa che faccio è andare alla finestra. Un altro giorno di pioggia sarebbe difficile da sopportare. E invece spunta la speranza. Tra qualche banco di nebbia, qua e là fa capolino un po’ di azzurro. Questo fa ben sperare, e dopo questi due giorni si è grati anche per un pochino di sole. In un attimo abbiamo preparato tutto e salutiamo Christoph. La nostra colazione, di solito piuttosto improvvisata, oggi possiamo risparmiarcela. In una città relativamente grande come Bautzen ci sarà pure un forno dove fare colazione. Oggi abbiamo un sacco di tempo, perché accorciamo un po’ la tappa. Come ho già scritto nel post precedente, Uwe di Görlitz ci ha consigliato di fermarci a Crostwitz, nella Pilgeroase di Monika Gerdes, e di non proseguire come previsto per altri 3 chilometri fino a Panschwitz-Kuckau.

Il mattino a Bautzen

Lasciamo quindi la nostra chiave al forno. Ma qui è impossibile bere un caffè e mangiare qualcosa. Se oltre a noi entrano altri due clienti, il negozio è pieno. E allora i nostri zaini dovrebbero uscire. Così cerchiamo qualcos’altro. Nella Reichstraße vediamo un forno in cui prima di tutto dobbiamo orientarci. Perché qui è tutto self-service. C’è solo una dipendente alla cassa, che viene avanti soltanto quando ti sei messo insieme qualcosa sul vassoio e entri nella zona cassa. Manca solo un drive-in per le auto come alla «Schachtelwirtschaft», l’osteria delle scatole, come di recente un amico, con mio grande divertimento, ha chiamato il ristorante con la grande «M». Me ne andrei volentieri a cercare un bel forno vecchio stile, dove alla commessa resta ancora la farina attaccata alle dita e si vede che è in laboratorio almeno dalle 4. Ma vince la comodità, e si sa che il pellegrino è pigro di gambe. Può sembrare un paradosso. Ma ogni passo fuori dal cammino va evitato. Non si sa mai cosa ti aspetta ancora. E così restiamo qui, vinciamo la battaglia con la macchina del caffè e troviamo anche qualcosa da mangiare.

Bella vista mattutina sulla valle della Sprea

Fuori la strada si riempie di chiazze chiarissime. Al sole, in alcuni punti, si asciuga. Evvai, il sole si fa vedere, anche se sarebbe stato solo un breve intermezzo. Così però abbiamo la possibilità di rivedere sotto un’altra luce quello che ieri abbiamo visitato con un tempo triste. Attraversiamo quindi di nuovo il mercato fino alla Wasserkunst e giriamo intorno al centro storico davanti alle vecchie fortificazioni sopra la Sprea, prima di scendere dietro il castello per una ripida scalinata fino al fiume. Camminiamo sul ponte della Sprea, passiamo sotto la B96 e sotto l’autostrada A4 e usciamo dalla città.

La città è già lontana alle nostre spalle

Presto vediamo la città con le sue tante torri come una sagoma grigia dietro di noi. L’autostrada vicina e i tanti veicoli sulla provinciale danno un po’ fastidio e disturbano l’idillio mattutino. Però veniamo perfino salutati da una piccola utilitaria che ci viene incontro. Come si scoprì la sera, era Monika Gerdes che salutava i suoi ospiti della sera. Sapeva già che saremmo arrivati, perché ci avevo prenotati. Il paese di Salzenforst, che ora attraversiamo e all’ingresso del quale si trova un grande impianto di riciclaggio, si rivela un bel paese residenziale per benestanti che fuori Bautzen possono permettersi una grande casa su un terreno ancora più grande – tutto molto carino e molto fantasioso.

Sosta alla fermata dell’autobus di Oberuhna

Qua e là c’è chi armeggia, e sembra che sia stata indetta una gara a chi ha il prato e il giardinetto più belli. Quello che vedo è un campionario di perbenismo. Per una solitaria strada di campagna andiamo ora verso Oberuhna. Ma poi così soli non siamo, perché ci vengono incontro due giovani che sono inconfondibilmente in cammino come pellegrini. La mia battuta superflua, che stanno andando nella direzione sbagliata, avrei dovuto risparmiarmela. Non è né originale né spiritosa, e me ne pento subito dopo averla detta. Ma quello che ormai è uscito di bocca…? Anche se di sicuro l’avranno già sentita più volte, il primo dei due reagisce con calma.

Bivio dopo Oberuhna

Il secondo arriva un bel pezzo dietro di lui, un po’ strascicando i piedi. Vengono da Erfurt e hanno scelto proprio questa direzione. Visto che sono in due, la solitudine che si prova quando si è in cammino su una via di pellegrinaggio nella direzione sbagliata non è di sicuro poi così terribile. Chiunque si conosca lungo il cammino o negli ostelli, al più tardi il giorno dopo è sparito, e così anche questa volta. Ci salutiamo e loro ci affidano i saluti per Monika, nel cui ostello avevano passato la notte precedente. Gli avevamo detto dove eravamo diretti e così prometto di portare i saluti. Nel paese successivo, Oberuhna, facciamo una pausa in una fermata dell’autobus (– no, non piove ancora!) e guardiamo il viavai operoso in una vecchia fattoria a tre lati, il cui portone è spalancato.

Il cammino dopo Oberuhna

Poco dopo Oberuhna lasciamo la provinciale e svoltiamo a sinistra su una strada sterrata, una scorciatoia, come si scopre. Quindi a volte su una via di pellegrinaggio si taglia anche. Le nostre esperienze finora però dicono altro. Perché per lo più si accettano delle deviazioni a favore di un percorso lontano dal traffico infernale, oppure lungo una bella natura o passando accanto a luoghi di devozione o chiese. Uno di questi luoghi di devozione lo vediamo già da lontano: il monumento del Millennio. Cito dal sito viaregia-sachsen.de:

Il monumento del Millennio

«Il monumento simboleggia la diffusione del messaggio cristiano. Vi sono raffigurati Cirillo e Metodio, che dall’863 all’885 svolsero opera missionaria nell’Impero della Grande Moravia. Come segno del loro lieto annuncio e della diffusione della fede in Lusazia, sull’area “germogliano” dalla terra delle croci. Il complesso invita a soffermarsi ed è stato creato per momenti di preghiera, feste e funzioni religiose.»

Mentre ci avviciniamo, vediamo un’auto parcheggiata accanto al monumento e su una panchina è seduto un uomo un po’ corpulento in abiti da lavoro, che evidentemente sta facendo una pausa. All’inizio penso a qualcuno incaricato della manutenzione del monumento. Ma, come emerge dalla chiacchierata, è un cercatore di funghi che qui ha allestito la sua «centrale» per travasare i cestini pieni nei secchi che lo aspettano nella station wagon. Però oggi il bottino non è ancora così grande.

Un bel viale alberato

Perché alla mia curiosa domanda sul risultato, mi mostra solo pochi porcinelli rossi e un porcino. Ma non sembra prenderla troppo sul serio, un cercatore per piacere, per così dire. La solita conversazione segue il suo corso: da dove, per dove e da dove in origine – cioè il nostro luogo di residenza. Quando diciamo Delitzsch, l’uomo si alza di scatto, mi dà la mano e dice: benvenuto, compaesano. Ha passato l’infanzia a Delitzsch, nella Karl-Liebknecht-Straße (oggi di nuovo Bismarckstraße). E così all’improvviso abbiamo tanto da raccontarci. Perché confronta con noi quello che sa su tutto ciò che è cambiato a Delitzsch nel corso del tempo. Molte cose le sa già, il che mi dimostra che ha ancora un grande interesse per la sua vecchia città natale.

Pietra miliare sulla Via Regia

Nel frattempo scatto ancora qualche foto del monumento. Sulle targhe apposte scopro anche perché un complesso così grande sia stato realizzato proprio qui, lontano da grandi centri abitati e lontano da grandi strade di collegamento. È la Via Regia, strada commerciale che univa i popoli, ad aver fatto sembrare questo luogo adatto a erigere qui il monumento nel 2000. Da secoli questa via è sinonimo di commercio pacifico. E oggi sono pellegrini ed escursionisti a portare nel mondo la loro fede e la loro storia, e passano di qui per soffermarsi in raccoglimento o solo per riposare. Un antichissimo cartello indicatore restaurato testimonia la lunga storia di questa via.

Salici piangenti a Dreikretscham

Salutiamo il cercatore di funghi di Delitzsch e proseguiamo lungo un bel viale alberato in direzione di Dreikretscham. Qui mi colpisce un lungo, imponente filare di salici piangenti piantato lungo l’Hoyerswerdaer Schwarzwasser. Una cosa così si vede davvero di rado. Ciò che purtroppo è altrettanto raro qui sono le osterie aperte. Quella di Dreikretscham ha un’aria molto invitante, ma anche molto chiusa. Beh, quando il numero di pellegrini sulla Via Regia raggiungerà livelli tali da rendere conveniente non aprire solo la sera, le cose cambieranno di sicuro. Così dobbiamo continuare a vivere delle nostre riserve di ferro, cioè dello zaino. Per ora però resta chiuso, perché andiamo avanti fino a Storcha.

Nella chiesa parrocchiale di Storcha

A Storcha si trova la chiesa parrocchiale neogotica del Sacro Cuore, visibile da lontano. La chiesa fu costruita nel 1870 su iniziativa della Cyrill-Methodius-Verein, l’associazione cattolica sorba dei santi Cirillo e Metodio. Cirillo e Metodio li abbiamo già conosciuti al monumento del Millennio, immortalati come statue. La chiesa è aperta e così entriamo nella quiete di questa casa di Dio, molto grande per un paese così piccolo. Per noi è ancora come entrare in un altro mondo. Si diventa silenziosissimi e piccolissimi, all’improvviso ci si muove più lentamente e si parla solo sottovoce.

La chiesa parrocchiale di Storcha

Che sia rispetto reverenziale per la destinazione di questo luogo o riguardo per i fedeli che qui cercano, e di sicuro trovano, la vicinanza a Dio, tutti e due in questo ambiente diventiamo diversi. Anche senza un accesso spirituale alla fede, un edificio sacro fa dunque effetto anche su di noi, un effetto molto bello e buono, secondo me. Ma oggi abbiamo fatto solo 12 chilometri e vogliamo approfittare del tempo eccezionalmente bello per continuare a goderci il cammino. È mezzogiorno e, mentre usciamo dal paese, le campane della parrocchiale suonano come per salutarci e spronarci. Però oggi non manca più molto, e così ci prendiamo il tempo per fare un’altra breve sosta in una pensilina dell’autobus poco prima di Prautitz. All’uscita di Prautitz vediamo già il campanile della chiesa parrocchiale dei Santi Simone e Giuda a Crostwitz. Conosco Crostwitz dai tempi in cui passai due anni nel convitto per apprendisti della vicina Panschwitz-Kuckau. Allora Crostwitz aveva una piscina all’aperto (oggi purtroppo non più) e d’estate ci facevamo volentieri i 3 chilometri a piedi per arrivarci. Soprattutto i fine settimana in cui non tornavamo a casa diventavano così un po’ più sopportabili.

Cartello per la Pilgeroase di Crostwitz

Poco prima del paese il cammino lascia la strada e svolta a sinistra, cosa per me un po’ incomprensibile, perché così non si passa direttamente per il paese e davanti alla chiesa. Su una strada di campagna si costeggia Crostwitz a sud, il che in fondo è un gran peccato. Perché non ci si perde solo il bellissimo paese e l’imponente chiesa parrocchiale, ma anche la Pilgeroase di Monika Gerdes. Per fortuna c’è un piccolo cartello di legno che attira il pellegrino fuori dal cammino. Ci si legge «Caffè, tè, torta, biscotti, frutta». Se non fosse già stata la nostra meta, avremmo svoltato qui comunque. Perché un cartello così incuriosisce, soprattutto sulle persone che qui si prendono cura dei pellegrini in modo così commovente e organizzano qualcosa che in realtà esce dalla norma. Attraversiamo un pascolo e andiamo verso il paese.

Andrea nella Pilgeroase di Monika

Passando davanti alla chiesa e alla casa parrocchiale, guidati dai cartelli dell’ostello troviamo molto in fretta la casa che cerchiamo. Il cancello del giardino, con il cartello su cui si legge «Pilgeroase», è spalancato. Sotto una tettoia di legno ci sono panche e un tavolo con sopra due thermos, scatole di latta, tazze, piatti e una campana per dolci. Proprio così – un’oasi. Dell’ideatrice nessuna traccia, in lungo e in largo. In compenso alla portafinestra della terrazza è appeso un cartello che dice di spingerla pure per riempire le borracce, prendere da bere o usare il bagno. Purtroppo i giovani che avevamo incontrato, contrariamente alle istruzioni di Monika, avevano chiuso la porta dall’interno prima di lasciare l’ostello, così dobbiamo aspettare Monika. Ci mettiamo comodi, approfittiamo del caffè e della torta, leggiamo il diario dei pellegrini e io gironzolo un po’ intorno alla casa.

L’ostello di Crostwitz

Ed ecco che all’ingresso principale vedo un grande foglio. C’è scritta tutta una lista di contatti «nel caso improbabile» che l’ostello sia chiuso. Proprio di fronte c’è un orologiaio, che esce dalla porta con i suoi occhiali a lente d’ingrandimento dopo che ho suonato da lui. «Da Monika è chiuso e sul cartello…» dico io. L’orologiaio sbircia da sopra il bordo degli occhiali, mi squadra e dice: «Però non sembri un pellegrino». Non so se intende la mia stazza o il fatto che gli sto davanti in sandali da spiaggia. «Ho già cambiato le scarpe» dico, convinto che intenda la seconda. Di buon grado mi consegna la chiave, con l’istruzione di imbucarla nella sua cassetta delle lettere domattina prima di partire. «Certo» dico e torno a passo pesante all’ostello per aprire la portafinestra dall’interno. Andrea sale al piano di sopra, mentre io prendo una birra dalla cassa lì pronta per godermi il «riposo serale» con le gambe in alto.

Da oggi la nostra simpatica compagna (non la gatta, ma Betina!)

All’improvviso mi trovo davanti una donna snella e alta, con una giacca rossa e un grande zaino blu. Il suo viso aperto e cordiale letteralmente risplende. «Finalmente un pellegrino!» esclama. «Non avrei resistito ancora a lungo così da sola» dice. Betina (sì, con una t sola), che viene dai dintorni di Darmstadt, non è spuntata del tutto a sorpresa. Monika, al telefono quando ci avevo prenotati, ci aveva già parlato di lei. E aveva detto che la pellegrina prenotata sarebbe stata di sicuro contenta di non essere più sola. «Siamo addirittura in due» dissi io, e presto nacque una piacevole conversazione. Credo che ci siamo stati simpatici fin dall’inizio.

Nell’ostello di Crostwitz

Andrea scende con questa osservazione: «Credo di aver appena usato la cucina e il bagno della padrona di casa». Ma lì c’è scritto chiaramente «dietro la porta a vetri». Lassù c’è solo una porta a vetri. Abbiamo a disposizione un appartamento intero – pazzesco! Tanta fiducia, tanta disponibilità, tanto amore – siamo sopraffatti e molto curiosi di conoscere questa donna. Nel frattempo ci intrattiene una gattina che si è messa comoda nello zaino di Betina e ora non vuole lasciarlo per nessuna ragione al mondo. Anche Betina vuole fermarsi qui oggi. Qualsiasi altra cosa mi avrebbe stupito, visto quanto era contenta della nostra compagnia. Sparisce con Andrea per sistemare le sue cose nell’ostello. Per festeggiare la giornata mi bevo un’altra birra. Più tardi Andrea e io facciamo ancora un giro per il paese.

Nella chiesa parrocchiale di Crostwitz

Visitiamo la chiesa parrocchiale e proviamo a rifornirci di viveri per il giorno dopo nel piccolo supermercato. Perché scrivo «proviamo»? Già quando sfilo dalla fila il minuscolo carrello della spesa, mi sento catapultato in tempi lontanissimi. L’assortimento e il modo in cui è esposto mi ricordano tantissimo una «Kaufhalle» dei tempi della DDR. Cinque sacchetti di zucchero uno accanto all’altro, di fianco i barattoli di senape anch’essi in fila ordinata, dietro il vuoto sullo scaffale. E così si va avanti in ogni corsia. L’importante è che dappertutto ci sia qualcosa. Più tardi anche Betina, che a sua volta trova il negozio, lo ritiene degno di una foto, cosa che stupisce molto il proprietario.

Un supermercato nostalgico – purtroppo presto chiuderà

La spiegazione arriva subito: il proprietario vuole smettere per motivi di età e non vuole accumulare inutilmente merce che poi non riuscirebbe a vendere. Non c’è nessuno che voglia rilevare il negozio. Nessuna meraviglia: chi lavora fuori fa la spesa per strada con la macchina, e i pochi anziani che dipendono dal negozio del paese non portano abbastanza incasso per coprire i costi. Non servono nemmeno gli acquisti di solidarietà, come ci racconta più tardi Monika, visibilmente sorpresa da questa notizia per lei nuova. Per la sera prendiamo ancora una bottiglia di vino rosso e torniamo all’ostello. Poi arriva Monika, e quando dice che oggi ci ha già visti, mi ricordo subito dell’automobilista che poco dopo Bautzen ci aveva salutati con la mano. Monika ci conquista all’istante. Come un turbine, con grande simpatia, cattura l’attenzione e ci arruola, per così dire, nella sua organizzazione. La seguiamo ben volentieri nella sua cucina. Ci invita a cena, a condizione che la aiutiamo a prepararla. Quello che ancora non sappiamo è che non prepariamo la nostra cena, ma il pasto per i prossimi pellegrini. Perché per domani si sono annunciati 11 pellegrini, persone con disabilità con i loro accompagnatori. E questo richiede non solo qualche preparativo per il cibo, ma anche alcuni cambiamenti logistici nella casa. Normalmente c’è molto spazio al pianterreno. Ma l’anno scorso è stato gravemente danneggiato da un’alluvione, così l’ostello si è dovuto ritirare al piano di sopra.

Lasciamo il nostro segno nel libro dei pellegrini

Ma dove la prende questa donna tutta questa energia? Ha un lavoro molto impegnativo come redattrice presso lo studio radiofonico MDR di Bautzen. Lì è responsabile del programma in lingua sorba. Quando fa il turno del mattino, la sua notte spesso finisce già prima delle quattro. Nel frattempo sparisce un attimo al suo PC per valutare e approvare un servizio. In qualche modo sembra riuscire a conciliare tutto senza sforzo e, nonostante ciò, mi dà l’impressione di una persona molto tranquilla ed equilibrata. Siamo seduti in cucina e tagliuzziamo le verdure per la zuppa. «Questa non è per voi, è per domani. Per voi facciamo patate e quark» dice, e quasi quasi mi dispiace un po’. Anche Betina non riesce a trattenere un «Ohhh, peccato». Non che io abbia qualcosa contro le patate col quark, ma la zuppa che sobbolle sparge per la cucina un profumo che mi fa venire l’acquolina in bocca. Intanto c’è tanto tempo per chiacchierare, mentre il mio coltellino tascabile sminuzza carote e cavoli rapa. Gli argomenti sono i più vari, dal cammino alla storia della casa fino alle esperienze e alle convinzioni personali. Tutto suscita il suo interesse. Prima di metterci a tavola nella cucina abitabile di Monika, però, bisogna ancora trascinare materassi, tavoli e sedie. In qualche modo dobbiamo arrivare a 11 posti letto. Per questo bisogna portare su i materassi dal pianterreno e aggiungere in cucina un secondo tavolo e altre sedie. L’unione fa la forza. E così presto siamo seduti a tavola a gustare la nostra cena.
Tra piacevoli chiacchiere lasciamo spegnersi questa giornata ricca di avvenimenti. E adesso si spiega anche il titolo di questo post: il giorno degli incontri. Oggi abbiamo incontrato alcune persone che hanno lasciato in noi un’impressione duratura. Sono incontri come questi da cui possono nascere amicizie. Così come lo abbiamo già vissuto su tutti i nostri cammini.

Il giorno della pioggia: Crostwitz – Kamenz

Il titolo in fondo dice già tutto. Il miglioramento del tempo di ieri purtroppo è durato poco. Il primo sguardo appena alzati ci culla ancora in una falsa sicurezza. Ma nel momento in cui mettiamo il primo piede in strada, comincia a piovere. E per tutto il giorno non smette più.

Colazione da Monika

Ci siamo accordati con Monika per la colazione alle sette. Lei deve andare al lavoro e naturalmente non vogliamo disturbare troppo la sua giornata. Quando scendiamo dal piano di sopra, sta già apparecchiando la tavola e preparando tutto anche per la Pilgeroase, versando il caffè e il tè nei thermos. Ha anche già trascinato di nuovo un po’ di materassi. Ora ci sono materassi anche in una stanza vuota al pianterreno. «E se poi arrivano dei pellegrini e da me, con le 11 persone che si sono già annunciate, è tutto pieno? Non posso mica lasciarli davanti alla porta…». Credo che questo dica tutto sull’atteggiamento e sull’impegno di Monika. Ora siamo seduti alla tavola della colazione riccamente imbandita e cerchiamo di esprimere a Monika la nostra gratitudine, cosa che di sicuro ci riesce solo in parte. Alla radio stanno dando il notiziario e dopo c’è musica. Che il notiziario venisse trasmesso in lingua sorba, questo lo sapevo già. Ma che esistesse anche musica pop moderna prodotta in lingua sorba, per me è una novità. Alle nostre orecchie suona un po’ estranea. La melodia della lingua ha qualcosa di completamente suo e, pur essendo tutte lingue slave, non suona né polacca né ceca. Da ragazzo, al convitto per apprendisti, una volta in una specie di coro abbiamo dovuto imparare una canzone sorba. Per noi era uno scioglilingua e di sicuro suonava strana. È anche l’unica cosa che ricordo ancora. Il testo è svanito da tempo. Eppure, se si vive qui così a lungo, inevitabilmente si ha a che fare con la cultura sorba. Monika, sul suo posto di lavoro, fa in modo che la lingua e la cultura non vengano schiacciate da quella tedesca. Sarebbe davvero un gran peccato. Anche per il resto si fa di tutto per mantenere viva la cultura dei Sorbi. Ci sono scuole sorbe in cui il sorbo è la lingua d’insegnamento. Ci sono scuole tedesche in cui il sorbo si insegna come lingua straniera. Le tradizioni vengono curate da associazioni e comunità di paese. Questa esperienza l’ho già fatta tanti anni fa, quando eravamo ancora cittadini della DDR. Questo è solo uno degli argomenti di cui parliamo a colazione.

All’uscita di Crostwitz

In realtà ci sarebbe ancora molto da raccontare e molto da scoprire. Ma a un certo punto per Monika arriva l’ora di andare al lavoro e per noi l’ora di prendere lo zaino e fare posto ai prossimi pellegrini a Crostwitz. Monika diventa molto solenne e pronuncia ancora per noi la benedizione del pellegrino, prima che ci congediamo pieni di gratitudine. A dire il vero pensavamo che Betina si sarebbe unita a noi. Ma lei se la prende un po’ comoda e tutto lascia pensare che oggi preferisca camminare da sola. Più tardi ho avuto l’impressione che temesse di disturbarci. Quando poi il giorno dopo continuava a chiedere se poteva davvero camminare con noi, le dissi: «Se lo chiedi ancora una volta, ti lasciamo sola sul serio, quindi basta. Te lo diremo noi, se diventi una seccatura» dissi sorridendo. Oggi però usciamo di casa un bel po’ prima di lei. Betina lungo la strada vuole ancora visitare una filiale della sua ditta e conoscere le persone che altrimenti conosce solo al telefono. Beh, quelli faranno una faccia! Per sicurezza ci siamo scambiati numeri di telefono e indirizzi. Riporto quindi la nostra chiave all’orologiaio ed eccoci di nuovo in marcia. E… piove. La strada di campagna tra Crostwitz e Panschwitz-Kuckau me la ricordo ancora vagamente. Si chiama Trebenja e in molti punti somiglia ai sentieri incassati della Galizia. Poco prima di Panschwitz il cammino dei pellegrini svolta a sinistra. È una deviazione, ma passa per un tratto della Via Regia originale nel parco del monastero di St. Marienstern. Siccome lo so e con questo tempo non ho nessuna voglia di deviazioni, proseguiamo dritti e ci risparmiamo quasi un chilometro. All’ingresso del paese però devo prendermi il tempo per una foto. Andrea mi fotografa così come già nel 1976 mi ero appoggiato a questo cartello all’ingresso del paese. Quella foto dev’essere pur da qualche parte…? Ah, eccola:

L’ingresso di Panschwitz-Kuckau ieri

E oggi

In discesa camminiamo ora lungo le alte mura del monastero fino al portale d’ingresso del cortile. Già allora qui si gestiva la tenuta del monastero, e come in altri villaggi i contadini lavoravano nella LPG, la cooperativa agricola, qui i braccianti andavano a lavorare alla tenuta del monastero. Da allora il complesso ha preso molto colore e, a differenza di un tempo, sembra molto invitante con le sue facciate chiare bordate di rosso.

Il monastero di St. Marienstern

Seguiamo il sentiero fino alla chiesa del monastero ed entriamo nel grande spazio della chiesa, già mezzo pieno. Il monastero cistercense di St. Marienstern gestisce da decenni una casa per persone con disabilità mentale. Mi ricordo molto bene le suore che facevano passeggiate in paese o nel parco del monastero con i casi meno gravi. Per il resto le cistercensi non si vedevano quasi mai. Per noi ragazzi le mura del monastero erano qualcosa di molto misterioso ed estraneo. Ed eravamo davvero curiosi di sapere cosa ci fosse dietro. Ma della vita del rigido ordine si riusciva a vedere poco. Solo a volte vedevamo la madre superiora andare a Kamenz con la sua Wartburg Tourist per prendere alla stazione una ragazza giovane, probabilmente una novizia. Ora siamo seduti in fondo in fondo alla chiesa e ascoltiamo le parole del sacerdote che celebra una messa per gli ospiti della casa. Allora, 36 anni fa, non mi sarebbe mai venuto in mente di andare a messa, anche se qui si teneva regolarmente. La Sassonia in realtà è protestante, ma i Sorbi dell’Alta Lusazia sono cattolici. Allora non sapevo che farmene, e la Chiesa e la fede, di qualunque religione o confessione, mi erano estranee e un po’ inquietanti. La mia educazione, come quella di molti tedeschi dell’Est, è di impronta atea. La mia curiosità però sono riuscito a conservarla. E anche se con l’istituzione Chiesa continuo ad avere poco a che fare, il cristianesimo mi interessa per il suo atteggiamento di fondo umanistico, che sostiene dopo aver superato i disordini e gli errori del Medioevo (intendo l’Inquisizione o le Crociate). Con molte cose però non riesco a identificarmi, il che ha a che fare con la mia educazione e con la mia visione del mondo scientifica e molto laica.

Prima della messa

Questo però non mi vieta di guardare oltre lo steccato (o qui oltre il muro del monastero), per smontare pregiudizi accumulati e incomprensione. Così eccomi seduto qui, in un posto in cui tanti anni fa non mi sarei mai immaginato in futuro, ad ascoltare un prete cattolico. E quello che dice lo dice in modo che gli ospiti della casa lo capiscano. Si vede sui volti quanta gioia c’è nella sala. E assistiamo a un piccolo coro di ragazzi con disabilità mentale che intona alcuni canti con gioia e fervore. E mezza chiesa canta con loro. Poi il parroco comincia la sua predica. Crediamo di aver sentito male e ci guardiamo un po’ stupiti. Perché parla sul tema «La meta è il cammino». Riferiamo ogni parola a noi stessi. Eppure siamo sicuri che lui non potesse accorgersi di noi, lontanissimi nelle ultime file. Non è la prima volta che a noi, o meglio che qualcosa di così difficile da spiegare ci succede su un cammino, ed è una di quelle cose che il mio cervello molto razionale non sa spiegare. Allora lascio che accada e me ne rallegro. Meno allegri siamo invece quando usciamo di nuovo dalla chiesa. Sotto l’arco del cortile del monastero posiamo ancora una volta gli zaini per infilare i coprizaino che la mattina avevamo dimenticato. Per fortuna gli zaini sono piuttosto impermeabili anche senza protezione, così il contenuto non ha ancora subito danni. Peccato che con questo tempo non avessi più voglia di fare un giro più lungo nel paese a me così familiare. Però qualche foto davanti all’ex trattoria del Konsum, che ora si chiama «Karstens Bierstube» e «Restaurant» e dove passavamo tante sere su tovaglie macchiate con Klosterbräu o birra di Bautzen e salsicce di Kamenz con senape di Bautzen, ci vuole proprio.

la trattoria del Konsum ieri

Oggi Karstens Bierstube

E anche del Klosterwasser, un fiumiciattolo che separa le frazioni di Panschwitz e Kuckau, e della strada che abbiamo percorso così spesso su e giù per andare all’osteria. Detta così sembra che allora fossi un beone. La birra ai tempi della DDR costava davvero poco, e nelle osterie addirittura meno che in negozio. Ma la magra paga da apprendista (64 marchi della DDR!) non permetteva affatto di ubriacarsi regolarmente. Da quei soldi bisognava anche togliere 32 marchi per il convitto e il vitto. Un viaggio in treno fino a casa costava 16,10 marchi andata e ritorno, e l’autobus per Kamenz, per la scuola professionale, 3,60 marchi a settimana. Non restava molto, se i genitori non ci avessero aggiunto qualcosa. – Mio Dio, quante cose ti tornano in mente quando scrivi.

Il Klosterwasser e l’osteria di Bloch, ormai chiusa

Ti tornano in mente anche tutte le bravate. Come questa (ma non ditelo in giro!!): era la prima domenica di Avvento ed eravamo tutti soli nel convitto. E per l’Avvento, si sa, in camera ci vuole un albero di Natale. Ma da dove prenderlo? E soprattutto, comprarlo così e basta sarebbe stato noioso. Così si escogitò una scommessa. Si fece una colletta nel convitto e si misero insieme quasi 20 marchi. E poi si trovò in fretta anche una vittima volenterosa, abbastanza matta da stare al gioco. Chi riesce a correre nudo come un verme (c’erano -7 gradi!!) attraverso il paese fino da Juri (cioè l’osteria in questione) e a rubare un alberello di Natale davanti al suo locale, si prende i 20 marchi. Non ci crederete, ma ha funzionato davvero.

La strada principale di Panschwitz

Penso che una vecchietta avvolta nel suo costume tradizionale sorbo, come spesso ne vedevamo andare o tornare dalla chiesa, sarebbe svenuta in piedi se avesse visto il giovanotto nudo, vestito solo di un albero di Natale, correre per il paese invernale. E un po’ ce lo eravamo anche augurato. Ma a quell’ora a Panschwitz dopo le 19 si chiudevano i marciapiedi, e oggi il paese mi dà l’impressione che sia ancora così. Insomma: la scommessa era vinta, noi eravamo senza soldi, ma avevamo il nostro albero di Natale, e credo che il piccolo furto sia ormai prescritto. Un alberello così allora costava circa 3 marchi. Al massimo ci avrebbero potuto incastrare per atti contrari alla pubblica decenza o per schiamazzi. L’ABV (l’agente di quartiere) era comunque ospite fisso al convitto. Se in paese succedeva qualche stupidaggine, si indagava sempre prima tra gli apprendisti. Spesso però non eravamo affatto noi, come per esempio quando tutti i vuoti dell’osteria finivano nel Klosterwasser. Questo naturalmente creava tensioni tra i giovani del paese e noi apprendisti, che si risolvevano in qualche zuffa. Non ne sono sicuro, ma c’è la possibilità che allora ci fosse anche l’attuale presidente del nostro Land. Ha la mia età e vive ancora oggi a Panschwitz. Mi accorgo che qui mi sto giocando la testa a forza di scrivere. E si potrebbero riempire ancora pagine con queste avventure. Ma qui si parla di pellegrinaggio, e così passiamo accanto al campo sportivo (dove ho segnato più di un gol) e usciamo dalla «tomba della mia giovinezza», come la chiamavamo allora. Con gli anni molte cose si trasfigurano e per fortuna nei pensieri resta solo il positivo.

Riparo alla fermata dell’autobus

Ora i sentieri diventano sempre più fangosi e sempre più spesso dobbiamo schivare grandi pozzanghere. Si aggiunge un vento tagliente e molto freddo. A Nebelschütz ci sediamo per un po’ nella pensilina dell’autobus, fino alla quale abbiamo dovuto letteralmente farci strada combattendo. Sull’asfalto intanto si formano bolle per i grossi goccioloni che ci scrosciano addosso. Durante la seconda colazione prendiamo una decisione. Siamo fradici, abbiamo freddo e oggi non andiamo assolutamente fino a Reichenau, la nostra vera meta di oggi. Ci cerchiamo un ostello o una pensione a Kamenz e per oggi basta così. E così ce ne infischiamo della pioggia, abbassiamo la testa e andiamo avanti.

Kamenz è raggiunta

Solo all’ingresso di Kamenz la rialziamo, per chiamare Betina e comunicarle la nostra decisione. Lei è subito d’accordo e ci promettiamo di risentirci quando avremo trovato qualcosa. Le ripide scalinate verso il centro storico sfiancano parecchio. Proprio vicino alla Marienkirche troviamo l’ufficio parrocchiale della città, convinti di poter trovare lì un alloggio. Ma ci siamo sbagliati di grosso, perché qui ci rimandano solo all’ufficio informazioni turistiche. Quando poi mi lamento un po’ del tempo, veniamo a sapere che l’unico ostello è sullo Hutberg. Dovremmo assolutamente prendere la stanza sul retro. Perché lì c’è un problema con il tiraggio del camino. E un po’ umido sarebbe anche. Basta così. Ci mancava solo questo oggi: un ostello umido e ammuffito, e per giunta la scalata dello Hutberg. Nella mia tabella trovo ancora la Pension Wendländer. È proprio dietro l’angolo.

Nella Pension Wendländer

Ringraziamo, riceviamo il nostro timbro e tentiamo alla pensione nella Pulsnitzer Straße. Siamo fortunati e la signora Wendländer ci apre. Subito ci fa presente che tutto è diventato più caro e che non è riuscita a mantenere i 18,50 € pubblicati, e ha alzato il prezzo a 20 €. Riceviamo una bella camera doppia e troviamo il prezzo del tutto adeguato e molto a misura di pellegrino, tanto più che la colazione è inclusa. Oggi sono importantissimi il riscaldamento, per far asciugare i vestiti, e una doccia calda. Chiamiamo subito Betina, dopo esserci assicurati che ci sia un letto anche per lei. Poco dopo anche lei è davanti alla porta. Solo la sera la pioggia si attenua e ci azzardiamo di nuovo a uscire.

La piazza del mercato di Kamenz

Kamenz non è molto grande e, a parte la chiesa di St. Marien, la piazza del mercato con il grazioso municipio, il museo Lessing e la chiesa di St. Annen, dove si trova anche un museo, non ha molto da offrire come per esempio Bautzen o Görlitz. Non abbiamo proprio voglia di musei, e così finiamo in fretta il giro della città. Per di più la Marienkirche purtroppo è chiusa. «Avete fame?» chiedo, sperando di sentire almeno un sì. Perché io ce l’ho, e soprattutto ho voglia di una vera salsiccia di Kamenz. Durante il mio apprendistato era uno dei nostri alimenti base. Era veloce, costava poco ed era davvero buona, diversa dalla solita Bockwurst. Allora c’era al mercato una specie di tavola calda dove prima ordinavi, ricevevi un numero e poi da uno sportello spuntava una faccia grossa e rossissima che urlava il numero nella sala. Se eri svelto e nessuno ti soffiava la salsiccia sotto il naso, dopo poco eri di nuovo fuori da quel locale pieno di fumo. Di divieto di fumo nei locali allora non si parlava ancora. Questa salsiccia esiste solo nei dintorni di Kamenz, e le copie che a volte si trovano nei grandi discount non hanno niente a che vedere con l’originale.

Simpatica commessa nella Klosterstraße

Manca poco alla chiusura dei negozi. Di un grande menù al ristorante non abbiamo voglia. E così, senza pensarci troppo, entriamo nella macelleria al numero 5 della Klosterstraße. Cauto, sapendo che ore sono, chiedo se possiamo ancora avere tre salsicce di Kamenz calde. «Eh, allora bisogna che ve le scaldo. Intanto mettetevi a sedere là di là un momentino. Ve le porto io» dice nel più bel sassone. Betina ride sempre del nostro dialetto e cerca di imitarlo. Dev’essere però un dialetto molto difficile, perché fa una gran fatica a parlare in sassone. Noi l’abbiamo succhiato col latte materno e il dialetto lo tratteniamo a fatica – e perché poi dovremmo? Poi le salsicce sono pronte. Ordino anche della birra ed è quasi come una volta. La commessa non ha fretta di chiudere e noi restiamo seduti ancora un po’ a chiacchierare. Diventa una serata divertente. Poi abbiamo pietà della simpatica commessa e ci congediamo, uscendo nella città immersa nel crepuscolo – senza pioggia dall’alto.

Il giorno dei funghi: Kamenz – Königsbrück – Stenz

Pur senza conoscere le previsioni del tempo, stamattina mi accorgo che qualcosa è diverso. Non solo fuori è asciutto: il vento è girato. E questo è un ottimo segno.

Colazione a Kamenz

Ma prima di metterci in cammino ci sediamo alla tavola riccamente apparecchiata per la colazione. La signora Wendländer si è data davvero molto da fare e noi non abbiamo particolare fretta di partire. Oggi camminiamo insieme, e Betina non osa più chiedere se può unirsi a noi. Salutiamo dunque la signora Wendländer e attraversiamo Kamenz, inondata dal sole del mattino. Facciamo ancora un salto in macelleria e ritroviamo la simpatica commessa, che è già di nuovo al banco. A Kamenz il cammino è ben segnalato e decidiamo di non salire sullo Hutberg, ma di aggirarlo sulla destra: non è una deviazione, ma ci evita di mettere alla prova la nostra forma fisica già di prima mattina.

La nebbia sale dal bosco

Controluce, l’umidità degli ultimi giorni si alza dal bosco e crea un interessante gioco di ombre. Alcune latifoglie cominciano già a tingersi di colori, cosa che col sole è naturalmente molto più bella che con la pioggia. Per un po’ camminiamo ancora su una stradina asfaltata secondaria, prima di immergerci nel bosco su una strada sterrata. È tutta un’altra cosa quando non devi preoccuparti di come riuscirai ad asciugare di nuovo i vestiti. E naturalmente è anche molto più divertente partire per la giornata senza pensieri.

Panorama dopo Kamenz

Nel bosco prima di Schwosdorf

E così camminiamo, ora immersi nella conversazione, ora in silenzio, ma in ogni caso di ottimo umore e rilassati, attraverso il bosco verde e rigoglioso verso Schwosdorf. Schwosdorf si presenta dapprima come un villaggio piuttosto sparpagliato, con fattorie molto distanti l’una dall’altra. Qui c’è un ostello per pellegrini, come ci rivela la guida. A gestirlo è l’associazione PRO Wal- und Wüsteberg e.V.; ora ci troviamo davanti all’ostello e nel giardino osserviamo un uomo che, guidato dalle istruzioni di una giovane donna lì davanti, sta lavorando a un muretto a secco. Lui non dice molto, anzi non dice proprio niente. Lei, in compenso, parla per due.

Ostello di Schwosdorf

Non abbiamo scampo. Ci invita subito a entrare e faccio appena in tempo a dire che non vogliamo pernottare da lei. Ci sarebbe arrivata sicuramente anche da sola, a quell’ora del mattino. Un caffè non sarebbe male, dice Betina. Ed eccoci già nell’ufficio dell’ostello a guardare la padrona di casa che mette in funzione la macchina del caffè. Nel piccolo ufficio, dove si possono anche comprare un po’ di cose, possiamo solo guardare. Tanto la parola non ce la danno comunque. Con dovizia di parole riceviamo tutte le informazioni sulla casa e su come sia diventata ciò che è.

Invito al caffè

L’associazione era nata a suo tempo perché un cosiddetto investitore voleva aprire una cava nelle vicinanze, cioè sul Walberg e sul Wüsteberg. Gli abitanti si unirono nella protesta e vinsero. Le montagne ci sono ancora, ma l’associazione aveva perso il suo contenuto e il suo scopo. Così si decise di trasformare la casa in un ostello per pellegrini. E da allora qui si costruisce. Che venga mai finito, ne dubito. L’impegno però è intatto e c’è in abbondanza. Il caffè è presto pronto e in tavola c’è anche un po’ di torta. Il monologo, però, non è ancora finito. Il costruttore del muretto a secco finora non ha detto nulla – e come potrebbe. Mi fischiano le orecchie e cerco un modo per congedarmi educatamente e scappare. Continuo a pensare a cosa sarebbe successo se avessimo dormito qui. Non fraintendetemi: la donna era davvero molto gentile e ha le migliori intenzioni, solo con qualche parola di troppo. Anche Andrea ogni tanto mi fa un sorrisetto. Probabilmente pensa la stessa cosa. Betina intanto si «occupa» del costruttore di muretti, che è tornato al suo lavoro. Più tardi vengo a sapere il contenuto della conversazione. Interpellato sul suo silenzio e sull’osservazione di Betina che aveva pur sempre un buon aiuto, lui ha risposto soltanto: «Sì, ma lei parla e basta.» Il brav’uomo si era rassegnato al suo destino. Tra l’altro, contrariamente a quanto avevo pensato all’inizio, non era il compagno della donna, ma una specie di operaio comunale del paese.

La vecchia strada postale verso Reichenau

Molto più tardi troviamo finalmente il coraggio di interrompere il fiume di parole e di congedarci, cosa che sulle prime fa poca impressione alla nostra ospite. Solo quando abbiamo di nuovo lo zaino in spalla riusciamo a dire grazie e ad andarcene. «Be’, quella non era proprio una di poche parole», dico dopo qualche minuto. Le mie due compagne commentano sorridendo, ma senza parole. Di sicuro non vogliono peggiorare il mio ronzio nelle orecchie. Prima di diffondere un’impressione sbagliata: scrivo tutto questo con il sorriso sulle labbra e strizzando l’occhio. Non voglio davvero scoraggiare nessuno e questa descrizione non è assolutamente cattiva. È stato però un incontro piuttosto divertente con una donna lungo il cammino che non riesce a tenere a freno il suo entusiasmo.

Finalmente a Reichenau

Ora si entra di nuovo nel bosco su un’ampia strada sabbiosa. È la vecchia strada postale e camminiamo sul tracciato originale della Via Regia. Sono parecchi chilometri fino a Reichenau, durante i quali ci godiamo la quiete del bosco, interrotta solo da qualche cercatore di funghi. Già dal sentiero si vedono molti funghi, alcuni dei quali giudico commestibili. Ma oggi i funghi non ci servono. Abbiamo la meta sbagliata. Vogliamo infatti andare all’Armenhaus, la casa dei poveri di Stenz, una frazione di Königsbrück. Se lì potremo cucinare i funghi non lo sappiamo. E così preferiamo lasciarli nel bosco.

Ostello di Reichenau

Già molto prima di Reichenau sento un bisogno naturale che non tollera lunghi rinvii. Sapendo che a Reichenau c’è un ostello, stringo un po’ le chiappe e faccio passi più piccoli, sperando di non dover finire dietro un cespuglio. Con le gocce di sudore sulla fronte arrivo fino a Reichenau. All’ostello è appeso un foglio con indirizzi e numeri di telefono, e sono felice che uno degli indirizzi sia proprio dall’altra parte della strada e che al mio suono di campanello qualcuno apra. «Non vogliamo pernottare qui. Ma sarebbe possibile usare un attimo il bagno dell’ostello?», chiedo un po’ contratto. «Ma certo», dice la donna, e mi mette in mano la chiave dell’ostello. Accidenti, che sollievo!

Davanti all’ostello di Reichenau

Ogni cosa ha però un senso più profondo, verrebbe da pensare, sapendo cosa succede dopo. Solo perché dovevo andare al gabinetto, non solo abbiamo potuto visitare il bellissimo ostello, ma veniamo anche indirizzati su un altro sentiero, che, come si scoprirà, sarà uno dei tratti più belli del nostro giro. «Se qui proseguite a sinistra e non seguite più i cartelli, dopo circa 600 metri arrivate a un cartello di legno che indica a destra il “Tiefetal”», ci ha detto la gentile signora. «Il sentiero corre proprio lungo la Pulsnitz attraverso una valle romantica.»

La Pulsnitz nel Tiefetal

Veniamo a sapere che inizialmente si voleva far passare il cammino di pellegrinaggio per la valle, ma l’autorità per la tutela della natura lo ha vietato a causa dei danni che i pellegrini avrebbero causato. «Certo, ogni giorno arrivano 100 pellegrini che calpestano il paesaggio, strappano tutto e lasciano in giro i loro rifiuti», dico sarcastico. La gente di Reichenau però manda per la valle ogni pellegrino che vede. E che sia giusto così lo sperimentiamo poco dopo, dopo 600 metri. Passato un piccolo ponte sul fiume Pulsnitz, ci immergiamo in un bosco da fiaba. Come in una foresta vergine, qui tutto cresce come vuole, e anche ciò che non cresce più e giace a terra viene lasciato così com’è. Nel mezzo scorre la Pulsnitz con la sua acqua limpida, in curve selvagge, spesso sbarrata da massi o da alberi caduti. Ecco, e perché chiamo questo tratto «il giorno dei funghi» lo si vede nelle foto che seguono.

In realtà vorrei che questo sentiero non finisse mai. E camminiamo molto più lentamente del solito. Ma le prime case di Königsbrück annunciano che abbiamo raggiunto la meta di oggi.

La piazza del mercato di Königsbrück

Alla fine siamo piuttosto contenti di essere arrivati, perché nello stomaco si fa strada una sensazione di vuoto. E così cerchiamo invano, nella piazza del mercato di Königsbrück, un posto dove mangiare qualcosa. Ma non abbiamo più voglia di cercare a lungo. Decidiamo quindi di entrare nel negozio di kebab, che a quest’ora sembra l’unica possibilità di mangiare qualcosa qui. Ed è meglio di quanto temessimo. Ci portiamo via perfino un paio di pani all’aglio per la sera. Sulla strada per Stenz passiamo davanti alla Marienkirche ed entriamo.

Marienkirche di Königsbrück

Ci vengono incontro le note dell’organo ed entriamo in punta di piedi. In alto, sulla cantoria, scorgiamo un giovane che si sta esercitando all’organo. Ogni tanto qualche stonatura si infila nella sua esecuzione. Solo quando si accorge di noi attacca un nuovo pezzo, che poi suona dall’inizio alla fine senza errori. Quando si entra in un edificio sacro si cambia comunque comportamento, come ho già scritto. L’impressione che suscita un ambiente così, pieno fino all’ultimo angolo del suono dell’organo, è indescrivibile. Un brivido da pelle d’oca segue l’altro. Colpiti, ascoltiamo la musica, alla fine ringraziamo l’organista e lasciamo la chiesa. La curiosità per la tanto lodata casa dei poveri mi fa allungare un po’ il passo. Nella guida c’è scritto più o meno: chi è abituato alla vita semplice si troverà bene qui. Chi è abituato al lusso scoprirà qui di quanto poco si abbia bisogno per stare bene. E sono curioso di vedere questo poco. Poi la vedo già: una minuscola casa a graticcio proprio sulla strada. La porta è chiusa con un lucchetto antichissimo. Dietro una finestrella scorrevole c’è il timbro per i pellegrini di passaggio, e alla finestra è appeso un foglio con gli indirizzi delle persone di contatto. Mi metto subito a cercare la casa di Werner Lindner, mentre Andrea e Betina si mettono comode al sole sulla panchina davanti all’Armenhaus. Lo trovo in fretta. Un uomo anziano in abiti da lavoro mi viene incontro e mi dà il benvenuto a Stenz con una certa solennità.

L’Armenhaus, la casa dei poveri di Stenz

Mantiene quell’aria solenne anche quando siamo tutti seduti insieme in casa al tavolo rustico e ci spiega la differenza tra gli altri ostelli lungo il cammino e questa casa. «Negli altri ostelli siete ospiti. Questa, per oggi, è casa vostra.» Betina continua a ricadere nel «Lei», cosa che Werner corregge con decisione. Qui molte cose sono davvero diverse. Non c’è corrente elettrica, e quindi niente luce elettrica. Non c’è acqua corrente. Non c’è doccia né lavandino. C’è però una latrina dietro la casa, una stufa in muratura con forno e, nel sottotetto, letti imbottiti di paglia.

I nostri giacigli in soffitta

Seguiamo Werner in soffitta e vediamo una cassapanca-letto e un letto matrimoniale, imbottiti di paglia e coperti da enormi piumoni. «Cambiamo la biancheria ogni 14 giorni. A chi non va bene, prenda il suo sacco a pelo.» Messaggio chiaro, e direi che noi non siamo così schizzinosi. Sotto uno sgabello c’è il vaso da notte. Mi viene da sorridere a quella vista e sono curioso di vedere come la lunga Betina stasera si accartoccerà nella piccola cassapanca. Per noi due, naturalmente, è riservato il letto matrimoniale. Di nuovo giù nel «soggiorno», Werner ci accende ancora la stufa e dice che probabilmente non sarà lui, ma Sigmar, a portarci l’acqua.

Werner accende il fuoco

L’acqua arriva in un grande bidone del latte e con quella bisogna fare tutto: i piatti, il caffè e la toilette della sera e del mattino. Werner ci spiega ancora come usare la stufa e le fiamme libere, cosa non del tutto irrilevante per la prevenzione degli incendi. E poi ci lascia soli. Abbiamo però ancora un piccolo problema. Per la sera ci serve ancora qualcosa da bere e per il giorno dopo le provviste per il cammino. Le donne rendono quindi la casa accogliente, mentre io torno ancora una volta in centro a Königsbrück a cercare un supermercato. Che naturalmente si trova proprio all’altro capo del paese. E così mi viene quasi un crampo al braccio. Siccome ho paura che le bottiglie strappino il sacchetto di plastica, me lo stringo sotto il braccio. Sarebbe stato un vero peccato per le bottiglie di vino rosso.

La sera nel «soggiorno»

Quando torno, Andrea e Betina sono già di nuovo sedute al sole. A parte non lasciar spegnere il fuoco e scaldare l’acqua per il caffè, non c’è poi molto da fare. La sera arriva Sigmar con il bidone dell’acqua e una bottiglia di vino e ci racconta l’avvincente storia dell’Armenhaus di Stenz. I due amici Werner e Sigmar hanno, credo, un merito decisivo nell’aver salvato questo gioiellino dalla demolizione. Siamo molto colpiti dalla storia e dall’impegno dei due uomini. E avremmo potuto ascoltare Sigmar ancora a lungo. Ma presto si congeda, dicendo che domattina tornerà a portarci la colazione. Naturalmente ci fa molto piacere sentirlo. Ci augura la buonanotte e ora siamo curiosi di vedere se sarà davvero così buona.

Cosa serve di più?

Beviamo il resto del nostro vino e quello portato da Sigmar alla luce delle candele di cera. L’atmosfera è bella e passiamo una serata accogliente accanto alla stufa che scoppietta. Solo andare alla latrina richiede un po’ di abitudine. Conosco una struttura del genere da tempi ormai lontani. I miei nonni avevano un gabinetto così nel cortile, e anche durante il servizio militare, al campo, dovevamo usare una latrina di questo tipo. Trovo divertente il cestino con la carta delle riviste strappata a pezzi rettangolari. È carta patinata! Pulisce malissimo! A un certo punto, non ho guardato l’orologio, è ora di salire. Betina striscia sotto il grosso piumone nella sua cassa e noi ci infiliamo nella nostra. Il fondo di paglia è piacevolmente duro e il grosso piumone sembra schiacciarti. Ma si sta ben caldi, senza che diventi sgradevole e sudaticcio. Unico problema: la mia parte pende leggermente verso il centro e continuo a rotolare là dove Andrea difende il suo posto. Ecco, e ora intuisco perché non era solo la mancanza della televisione il motivo per cui una volta la gente aveva più figli….

Il giorno del freddo: Stenz – Schönfeld

Credo di non aver dormito così bene da molto tempo come stanotte. È vero che ogni tanto rotolavo verso Andrea per via del fondo un po’ inclinato, e una volta durante la notte sono anche dovuto andare al gabinetto, cosa non proprio entusiasmante al buio, perché quassù le travi sono molto basse e avevo dimenticato la torcia giù nello zaino. Per il resto, però, è stata una notte molto piacevole all’Armenhaus.

Il nostro vaso da notte

Per una o due notti è un’esperienza rinfrescante, così senza corrente, senza acqua corrente e senza comodità. Ma vivere sempre così? Allora capisci cosa dovevano sopportare i nostri antenati. Ma loro, d’altra parte, non conoscevano altro. Anche Andrea e Betina hanno dormito benissimo, assicurano. Io ogni tanto ho sentito un po’ di spiffero. Al mattino vedo anche perché. Proprio accanto al mio sedere filtra una luce chiara da sotto il cornicione. Nel rivestimento del cornicione si apre un buco rotondo nel legno, che la sera, col buio, non avevo visto. Per fermare la corrente d’aria avrei dovuto mettere un mattone davanti al buco. Invece non l’avevo visto, e quindi ho avuto aria freschissima. Il cambio del tempo ha portato aria limpida e sole, ma anche il freddo del mattino. Ci vuole un po’ di forza di volontà per lavarsi quando dal rubinetto non esce acqua calda. Per la toilette del mattino l’acqua basta ancora e ci sono due grandi bacinelle di metallo, una per il corpo e l’altra per i piatti. Un tempo l’acqua veniva dal pozzo del paese, come abbiamo saputo. Ieri è arrivata da Sigmar nel bidone del latte.

Sigmar ci porta la colazione

E infatti alle 7:30 Sigmar è sulla soglia con due grandi cesti in cui c’è la nostra colazione. Oltre ai panini freschi ha portato uova appena deposte, salumi, marmellata, burro e caffè nei thermos. Dal suo orto ci sono pomodori e cetrioli in tavola. E come ciliegina sulla torta scarta tre fette di Dresdner Eierschecke. «Chi mangerà tutto questo?», chiedo mentre ci sediamo a tavola. «Preparatevi qualcosa per il cammino, e la torta potete portarvela per strada», risponde Sigmar. Ci diamo dentro di gusto e restiamo seduti comodi in soggiorno, che grazie al calore residuo della vecchia stufa ha ancora una temperatura molto gradevole. Sigmar intanto ci racconta ancora qualcosa della casa e dell’associazione storica locale che la gestisce. Non sono solo pellegrini quelli che si fermano qui. Anche le scolaresche vi ricevono lezioni dal vivo di storia locale. La usano le associazioni, oppure singole persone che sono state cacciate di casa possono affittarla per un periodo.

Betina lava i piatti

Come la sera prima, lo ascolteremmo volentieri ancora a lungo. Ma così come è comparso, Sigmar se n’è andato di nuovo. Be’, forse si sono già annunciati i prossimi. Il libro dei pellegrini, in ogni caso, mostra che la casa è molto frequentata. Mettiamo ancora un po’ in ordine, scriviamo qualche parola di ringraziamento nel libro dei pellegrini e timbriamo la credenziale con il timbro per chi ha alloggiato nella casa: quello alla finestra è solo per i pellegrini di passaggio, ci aveva detto Werner quando ieri ci ha fatto entrare. Poi prendiamo le nostre cose e stiamo per partire, quando sulla strada principale vedo un gruppo piuttosto numeroso di escursionisti. Poiché vanno nella stessa direzione e sono attrezzati in modo simile a noi, li classifico subito come pellegrini, cosa che si rivela esatta. Una delle differenze rispetto a noi è però che non vanno negli ostelli per pellegrini, ma preferiscono pensioni e hotel prenotati da casa. Da pellegrino lo trovo, diciamo così, poco ottimale, o meglio penso che in questo modo ci si sottragga a una parte, per me irrinunciabile, di esperienze sia positive che negative.

Andrea ci immortala nel libro dei pellegrini

Abbiamo appena trascorso una notte che resterà per sempre nella mia memoria. Pensioni e hotel sono anonimi, intercambiabili e non hanno il fascino di un ostello per pellegrini. Come ho saputo parlando con uno dei sei pellegrini, percorrono sì il nostro stesso cammino, ma fanno comunque molti chilometri in più, perché le pensioni prenotate sono spesso lontane dal percorso. Così si arriva in fretta a 10 chilometri in più al giorno. Che questo sia compensato dalla maggiore comodità e dal comfort delle pensioni, oso dubitarne. Una donna di 80 anni, che porta coraggiosamente il suo zaino e al cui passo tutti si adeguano, più tardi ci ha detto che sarebbe venuta più volentieri con noi negli ostelli. Be’, ognuno ha esigenze diverse da un cammino di pellegrinaggio, e quindi bisogna accettare anche la decisione del gruppo. Chiacchieriamo animatamente con i nuovi compagni, ma ci accorgiamo di avere molto più da raccontare noi. Le persone ci ascoltano con interesse e fanno molte domande. Poi a un tratto si fermano, osservando che quello sarebbe proprio un posto adatto per una preghiera del mattino. Accidenti, pensai, mi hanno di nuovo colto in contropiede. Nelle conversazioni non eravamo ancora arrivati fin lì. Perché sulle motivazioni mie e di Andrea per percorrere questo cammino non ci eravamo ancora sbilanciati. E proseguire semplicemente sarebbe sembrato stupido. Inoltre voglio avere riguardo per Betina, che ha motivazioni decisamente religiose per questo cammino. Ed ecco che qualcuno mi mette sotto il naso un piccolo libro di canti, e io guardo facce interrogative perché non ne ho uno con me. E come potrei, non lo conosco nemmeno. Poi tutti cominciano a cantare ad alta voce e con grande fervore. Solo due restano muti, Andrea e io, cosa che in quel momento mi imbarazza moltissimo. Un po’ vergognoso guardo nel libretto. Come se non bastasse, nel bel mezzo della cerimonia squilla il cellulare di Andrea: è la responsabile dell’ostello di Schönfeld che ci richiama. Vuole dirci che possiamo venire, ma che dobbiamo armarci di un po’ di pazienza, perché nel pomeriggio ha ancora una visita guidata al castello. Un po’ invidioso guardo Andrea sottrarsi alla situazione spostandosi di lato per telefonare. Davanti al mio naso dondola ancora il libro dei canti, come se mi esortasse: E canta, finalmente! Ma capitelo una buona volta, mi dico, e vorrei sprofondare. Perché non squilla il mio cellulare? Di solito lo fa nei momenti più inopportuni.

Il sole del mattino nel bosco

Dopo l’«Amen» sono liberato e mi sento dire che noi intanto andiamo avanti e che sicuramente ci rivedremo, visto che il gruppo accenna a prolungare ancora un po’ la pausa. «Tanto facciamo la stessa strada», dico. Cosa pensino di noi due quelle persone, non volevo nemmeno rimuginarci sopra. E anche cosa pensasse Betina di noi…. Be’, lei conosce il nostro modo di vedere ed è a posto. Lei ha cantato. Io invece non per la prima volta mi sento un po’ fuori posto, anche se nessuno mi si è mai rivolto in quel modo rinfacciandomi la mia visione della vita. Finora non avevamo mai incontrato rifiuto da nessuna parte quando, come sempre, dicevamo apertamente la nostra opinione. Questo pensiero mi tira di nuovo su. E quando poi Betina dice che è stato un bene che siamo andati avanti, capisco che neanche lei se l’è presa con noi. Forse, o sicuramente, mi faccio troppi pensieri su queste cose.

La panchina di Esther Heiße

Ora camminiamo verso il grande bosco tra Königsbrück e Tauscha, dove, come sappiamo da Sigmar, è stato particolarmente difficile ritrovare il tracciato del cammino. Spesso ci si poteva orientare solo con le chiome degli alberi che, avendo il sentiero sotto di sé, formano un varco verso il cielo. È stata Esther Heiße ad acquisire il merito della riscoperta, della mappatura e della segnalazione dell’Ökumenischer Pilgerweg, giovanissima (aveva appena 23 anni). E in suo onore i membri dell’associazione storica di Königsbrück hanno donato in questo bosco una panchina di pietra con un’iscrizione. Con un pretesto l’hanno attirata nel bosco il giorno del suo compleanno per consegnarle il regalo, pieni di gratitudine. Dei vandali avrebbero danneggiato il rifugio, questa era la storia dell’esca. Indignata, lei andò in bicicletta sul presunto luogo del misfatto, dove trovò i suoi amici che volevano farle gli auguri. Anche tutto questo l’abbiamo saputo da Sigmar. Eccoci dunque davanti alla panchina, a pensare alla donna che ha fatto così tanto per questo cammino. Ecco, e sicuramente era proprio questa l’intenzione della gente di Königsbrück.

Ascolta! Cinghiali!

Si prosegue attraverso il bosco che sembra infinito. Rametti che scricchiolano nel sottobosco fanno pensare a dei cinghiali. Betina si ferma per minuti interi per cercare di avvistarne qualcuno. Ma niente. Il bosco si dirada e camminiamo verso Tauscha. In paese ci accolgono una panchina decorata con simboli della conchiglia e un pannello informativo. Da questo pannello scopriamo che qui a Tauscha, lungo il cammino, c’è qualcosa di molto speciale: una statua di legno che raffigura san Giacomo. Ma la piccola chiesa è chiusa. All’ingresso del cimitero, però, è affisso un avviso. Come succede di solito per gli ostelli, c’è un numero di telefono.

Il san Giacomo di Tauscha

Chiamiamo e poco dopo arriva sfrecciando in bicicletta una donna per aprire la chiesa. Dentro, un ambiente curato e ben restaurato, ma del san Giacomo nemmeno l’ombra. Sta dietro una porta a vetri chiusa a chiave. Dopo un furto nella chiesa nel 1972 si è provveduto a proteggerla. All’epoca furono rubate due statue di valore, un crocifisso di porcellana di Meißen e alcuni candelabri. Il san Giacomo lo lasciarono lì. Ai ladri sembrava in condizioni troppo cattive, perché aveva già le braccia rotte. Questo almeno ha salvato alla piccola chiesa questo gioiello. Il crocifisso è stato sostituito da una copia e si trova sull’altare. La chiesa ora ha un impianto d’allarme ed è purtroppo sempre chiusa. Per i pellegrini di passaggio, però, è stato istituito questo servizio di apertura, che stiamo appunto usando. Ringraziamo la gentile signora che ci ha raccontato la storia della chiesa e del suo san Giacomo, e poi facciamo una breve sosta presso lo stagno del paese. Oggi c’è un tempo splendido e un cielo che fa felice soprattutto il fotografo che è in me. In un firmamento blu acciaio sono sospese bianche nuvole a cavolfiore.

Nuvole a cavolfiore

Per il momento il bosco è finito e camminiamo su una strada di campagna da cui si ha una vista libera sui campi intorno. Un cielo senza nuvole è noioso per un fotografo. Oggi non mi annoio. Sentiamo però molto chiaramente il vento freddo dell’est, che rinforza sempre di più e ci fa togliere e rimettere le giacche di continuo. Con la giacca si suda per il sole intenso, e senza il vento passa attraverso il pile, tanto che si rabbrividisce sulla pelle bagnata di sudore. Almeno il vento arriva da dietro e ci spinge letteralmente lungo il cammino. Dopo la strada sterrata segue una strada asfaltata poco trafficata, su cui ora camminiamo verso Thiendorf.

Sosta a Thiendorf

Usiamo la fermata dell’autobus all’uscita del paese per una breve sosta. Non può mancare molto a Schönfeld. L’autostrada si sente già poco dopo Thiendorf, perfino controvento. Attraverso un piccolo tunnel passiamo sotto la A14 e poco dopo raggiungiamo i sei pellegrini già incontrati. Ci avevano superati a Tauscha mentre visitavamo la chiesa. Veniamo salutati cordialmente. A quanto pare non se la sono presa per la gaffe del mattino. Quando racconto del san Giacomo di legno nella chiesa di Tauscha, mi viene porto un biglietto da visita: «L’avrai sicuramente fotografato, no?» Certo, dico, e prometto di mandare le foto, cosa che nel frattempo ho già fatto. Prima del paese di Schönfeld incrociamo la B98, accanto alla quale entriamo in paese.

Il castello di Schönfeld

Già all’ingresso del paese si vede lo Schloss Schönfeld. Lì si trova il nostro ostello di oggi. L’enorme complesso del castello, in cui entriamo poco dopo, è già in gran parte restaurato. Alcune parti però dormono ancora il sonno della Bella Addormentata. Posiamo gli zaini su un gruppo di sedute e aspettiamo che ci facciano entrare nell’ostello. Manca ancora un po’ di tempo. Andrea e Betina tornano in paese a cercare dove mangiare e fare la spesa. Ma poco dopo tornano senza risultato. Anche i bambini a cui hanno chiesto non erano molto sicuri e farfugliavano qualcosa su una gelateria, che però è lontana. Ma cosa vuol dire lontano? È relativo. Io approfitto del tempo per dare un’occhiata al vasto parco del castello.

Betina sulla Eierschecke

E così ci ripromettiamo di continuare la ricerca in paese dopo aver preso possesso dell’ostello. Le due donne si siedono di nuovo sulle panchine e Betina si riaddormenta in un attimo, stesa un po’ storta sulla panchina. Quando riesce di nuovo a muovere il collo indolenzito, fa ancora un tentativo al tendone allestito dietro il castello, dove sembra che oggi debba cominciare una festa. Ma viene respinta con le parole: «È un evento privato.» Noi ci saremmo accontentati di un würstel. Nello zaino ho ancora le tre salsicce di Kamenz prese a Königsbrück. Forse più tardi potremo scaldarle nell’ostello.

Nell’ostello dello Schloss Schönfeld

Non possiamo. Perché l’ostello si rivela arredato in modo molto spartano. L’Armenhaus era quasi meglio attrezzato. Quantomeno era caldo e molto più accogliente. Qui, sotto le finestre nuove, ci sono sì dei grandi termosifoni. Ma restano freddi anche dopo che ho aperto le valvole. Diversi foglietti invitano a rimettere le valvole dei termosifoni sull’antigelo dopo aver usato l’ostello, cosa che si rivela piuttosto insensata, visto che il riscaldamento resta comunque freddo. In generale questo ostello dà un’impressione un po’ trascurata. Invece di un’accoglienza personale da parte della signora dall’aria un po’ svogliata che ci aveva aperto, ovunque sono appesi foglietti con regole di comportamento.

Qui abbiamo «risieduto»

Due stanze spoglie offrono posto su materassi ad almeno 6 pellegrini. In un angolo c’è una vecchia credenza da cucina e un tavolo con diverse sedie. Almeno c’è un bollitore. Dietro l’angolo una piccola segreta: il bagno. Nella minuscola stanza c’è da lavarsi un lavandino anch’esso minuscolo. Questo è tutto. Da un castello mi aspettavo in qualche modo qualcos’altro. Eh, così va a volte la vita. Ti aspetti poco e ricevi molto (come all’Armenhaus) e il giorno dopo pensi di arrivare in un castello da fiaba e trovi un alloggio freddo e primitivo. Sì, è la parola giusta. Alloggio, voglio chiamarlo così: niente di più e niente di meno. Abbiamo un tetto sopra la testa, possiamo stendere i nostri corpi stanchi e lavarci, fare il caffè e usare un bagno. Mmh, cosa serve di più? Pretendo di nuovo troppo. E mi torna in mente un detto a cui in realtà mi attengo volentieri: «Il turista pretende. Il pellegrino ringrazia.» E così, nonostante le circostanze, sono grato per questo alloggio. Per il caffè abbiamo ancora la Eierschecke di Sigmar, che Betina ha portato fin qui nel suo grande zaino. Ed ecco caffè e torta già in tavola. Ecco, visto che si può? Subito diventa accogliente. Ancora più accogliente diventa quando lasciamo andare per un po’ il phon di Betina (sì, si è portata dietro un phon!). Almeno porta un po’ di calore nella stanza.

Sole della sera a Schönfeld

Qui fa sempre più freddo e decidiamo di tornare ancora una volta in paese. Agli ultimi raggi di sole della giornata ci sediamo davanti a una specie di centro commerciale, osservati con diffidenza dai vicini proprio di fronte. Betina, senza tante storie, ha sistemato i tavoli e le panche da birreria davanti alla macelleria in modo che il sole ci batta in faccia. Oggi, sabato, i negozi sono già tutti chiusi. Aspettiamo quindi che apra l’osteria del paese, davanti alla quale siamo appena passati. E penso a come guarderei fuori da casa mia se proprio di fronte degli sconosciuti in abiti da escursione un po’ malconci stessero bighellonando lungo la strada. Ma non dovranno sopportare questa vista ancora a lungo. Perché il sole è sparito e l’osteria sta per aprire. Rimettiamo quindi tutto com’era (siamo pellegrini ordinati!) e ci trasferiamo alla locanda.

Cena a Schönfeld

Entriamo nella sala e temiamo subito di essere di nuovo cacciati. Qui è evidentemente in corso un evento privato. Ma veniamo invitati a entrare senza complicazioni e a gran voce. Il tavolo vicino alla stufa è proprio quello giusto per noi. E subito siamo nel bel mezzo della rimpatriata di classe, perché questo si rivela essere la festa. Betina siede davanti e si incarica di fotografare l’allegra compagnia con le varie macchine fotografiche che le vengono passate. Sono già piuttosto in là con gli anni (intendo gli ex alunni, non Betina!) e ogni volta che arriva un nuovo compagno di scuola si leva un gran baccano di saluti. Il cibo è ottimo, buona cucina casalinga, proprio come ci si aspetta in un’osteria di paese. In realtà vorrei restare ancora un po’ seduto accanto alla stufa calda, perché il pensiero di tornare nell’alloggio freddo non è un granché.

Il castello di sera

Ci mettiamo comunque in cammino, salutiamo gli altri ospiti e torniamo al castello. La festa dietro la casa è ancora in pieno svolgimento. Qualcuno canta dal vivo Schlager tedeschi. Le prove le avevo già ascoltate di nascosto nel pomeriggio e suonavano da brividi. Ci ritiriamo nel nostro freddo ostello e restiamo a lungo davanti al minuscolo display del mio cellulare. Ci ho messo dentro alcune cose divertenti da YouTube: Uwe Steimle, Elsterglanz, Kurt Krömer, Rainald Grebe e H.P. Kerkeling. Andrea conosce già tutto. Ma Betina si è sbellicata dalle risate. Tiro fuori dallo zaino anche tre bottiglie di birra e, nonostante il freddo, diventa una serata divertente.

La giornata della gentilezza: Schönfeld – Großenhain – Skassa

Pronti a partire

La notte scorsa, ancora una volta, l'acquisto dei nuovi sacchi a pelo più caldi si è rivelato azzeccato. Fra le spesse mura del castello fa un freddo cane. A colazione, che per mancanza di scorte oggi risulta di nuovo un po' magra, il phon di Betina torna a lavorare a pieno regime. Ci sono i panini del giorno prima e caffè solubile. Io mi preparo una spremuta di limone calda, più adatta alle temperature che regnano nella stanza. Almeno fuori sembra fare sempre più caldo, perché il sole sale in un cielo quasi senza nuvole. Prima di partire scatto ancora qualche foto del castello, che stamattina si presenta sotto una luce migliore. Ed eccoci già in cammino, zaino in spalla, attraverso Schönfeld.

Il tosaerba biologico

All'uscita del paese, per fortuna, lasciamo di nuovo la B98 e giriamo a sinistra su una stradina asfaltata più piccola. Qui incontriamo anche la «gelateria» che i bambini ci avevano descritto il giorno prima. È difficile riconoscerla come tale. Anche un tosaerba biologico su un prato a bordo strada merita una foto. Se si guarda bene, là dove il sole non è ancora arrivato, sui prati c'è la brina. Ma il sole sale sempre più in alto nel cielo e se ne sente già il calore sulla schiena. Le lunghe ombre sul sentiero tradiscono però che è ancora molto presto.

Giochi d'ombra

Kronospan

Sulla destra non si può non notare una grande zona industriale. È lo stabilimento Kronospan di Lampertswalde. Per fortuna il vento soffia dalla parte giusta e i fumi non ci arrivano. In compenso sentiamo sempre più l'odore di un'enorme stalla di mucche che, ai margini di Quersa, se ne sta lì a puzzare. A Quersa Betina all'improvviso cambia lato della strada e la vedo parlare con un'anziana signora che sta accanto a un'auto davanti a una grande fattoria. Vedo bene? Sì, Betina ci fa cenno. «Ho semplicemente chiesto alla signora se in paese c'è un posto dove bere un caffè.» (Il nostro solubile del mattino evidentemente non era la cosa giusta.) «E lei ci ha invitati a casa sua», racconta Betina.

La gentile Helga

Helga, così si chiama l'anziana signora, invita anche noi in casa senza pensarci due volte. Gli zaini li lasciamo fuori nel cortile. Ed eccoci già seduti nella piccola cucina. «Dovete scusarmi se qui è tutto in disordine. Ieri abbiamo fatto una festa e non ho ancora messo a posto», cerca di giustificare, del tutto inutilmente, il disordine nel suo regno. E già comincia a prepararci il caffè. «Ho ancora in frigo dell'insalata a strati di ieri e delle cosce di pollo arrosto». E subito accanto alle nostre tazze di caffè compaiono sul tavolo due grandi ciotole. Riusciamo a malapena a frenarla, perché sta già tirando fuori dall'armadio anche una torta e ce la mette sul tavolo, proprio sotto il naso.

Le sorprese arrivano quando meno te le aspetti

Con un grande cucchiaio ci finisce nel piatto una bella porzione della squisita insalata a strati. Dobbiamo frenare Helga nella sua gentilezza, perché sempre più cose trovano la strada verso il tavolo della cucina. Intanto ci racconta della sua famiglia, delle brutte malattie che ha dovuto sopportare ultimamente e del perché ci ha invitati a entrare. «Non invito chiunque in casa mia», sottolinea. «Bisogna saper giudicare le persone», prosegue. Beh, almeno non sembriamo fare la peggiore impressione su chi ci sta intorno, penso. Helga sembra felice che qualcuno si prenda il tempo di ascoltarla, anche se continua a ripetere che i suoi figli arrivano subito quando ha bisogno di aiuto.

Helga con Betina

Suo figlio, che vive con lei in casa, entra nella stanza e ci guarda un po' stupito. È proprio vero, allora: non fa entrare chiunque nella sua cucina. Torna dalla caccia. A quanto pare a mani vuote, perché dopo un breve saluto sparisce nella stanza accanto. Rimane solo il suo cane, un bassotto a pelo duro. È fradicio e Andrea lo strofina un po' con la sua coperta. Lui si lascia fare e sembra godersela. Helga ormai si è sciolta nel racconto e la sua bontà e gentilezza sono travolgenti. Quasi non osiamo alzarci e salutare. Ma dobbiamo proseguire. Così ringraziamo educatamente la nostra gentile ospite, facciamo ancora qualche foto, alcune delle quali, ci siamo ripromessi, vogliamo mandare a Helga, e lasciamo la casa. Helga ci saluta con la mano e noi speriamo che resti ancora a lungo alla sua famiglia e anche ai pellegrini di passaggio. Quindi, se qualcuno passa per Quersa, chieda semplicemente di Helga Händler e le porti un caro saluto da parte nostra. Sarebbe bello.

Prima di Großenhain

Quersa si rivela un lungo villaggio di contadini, con molte corti a tre ali splendidamente restaurate come quella in cui vive Helga. Poco prima dell'uscita dal paese il cammino si stacca di nuovo dalla B98 verso destra e proseguiamo fino a un passaggio a livello. Qui bisogna fare attenzione, perché subito dopo il passaggio a livello si deve lasciare la strada a sinistra e prendere un sentiero di campagna che corre lungo la massicciata della ferrovia in direzione di Großenhain. Da qui vediamo già l'alta torre della Marienkirche di questa antica città di guarnigione. Per alcuni chilometri camminiamo in aperta campagna lungo la linea ferroviaria. Il vento qui ha gioco facile. E come già il giorno prima è piuttosto freddo. Ricomincia il simpatico gioco del togli-e-metti la giacca. Poco prima di Großenhain arriviamo a Folbern e lì svoltiamo a destra sulla vecchia B98. Da quando è stata completata la nuova circonvallazione e la B98 è stata spostata, qui è diventato piuttosto tranquillo. Inoltre oggi è domenica e a quest'ora, poco prima di mezzogiorno, comunque non c'è molto traffico. Visto che oggi è domenica e a Skassa, la nostra meta, non c'è modo di trovare da mangiare, sfruttiamo la prima occasione per fare scorta di provviste. Prima direttiva del pellegrino: cogli l'occasione!

Pranzo al distributore

E la prima occasione è un distributore di benzina. L'offerta però è piuttosto scarna. In vetrina languono ancora due baguette farcite e le commesse non danno l'impressione di provare molta gioia nel loro lavoro. Di certo non corrono il rischio di essere associate al titolo di questo racconto. Controvoglia ci preparano altre due baguette. Se conoscessi un altro posto dove fare la spesa, me ne sarei andato. Così, invece, probabilmente facciamo noi l'incasso della giornata, beviamo ancora un caffè o una Coca-Cola e lasciamo il distributore con qualche chilo in più sulla schiena. Ora dentro ci sono alcune bottiglie di birra e di vino rosso, qualche panino e le quattro baguette. E anche un paio di BiFi appesantiscono la schiena, oltre a quello che c'è già nello zaino.

Centro storico di Großenhain

Mentre entriamo in città, faccio notare i tanti tetti rifatti di recente. Due anni fa Großenhain è stata colpita da un terribile tornado. In un corridoio largo 2 chilometri, da qui fino a Mühlberg sull'Elba, quasi nessuna casa e quasi nessun albero è stato risparmiato. Ed è per questo che oggi qui si vedono molti tetti nuovi e le tracce sulle chiome dei grandi alberi, che sembrano stranamente spennacchiate. Lungo la Große Röder ci avviciniamo ora al centro città. Entrando nel centro storico si vede già la massiccia mole della Marienkirche e si capisce perché venga chiamata anche la sorella minore della Frauenkirche di Dresda.

Marienkirche di Großenhain

Da questo lato sembra davvero un edificio a pianta circolare sormontato da una grande torre, e somiglia quindi molto alla sorella maggiore di Dresda. Non c'è da stupirsi, visto che il costruttore della Marienkirche, Johann George Schmidt, lavorò anche alla Frauenkirche di Dresda. Solo girandole intorno si riconosce la navata a forma di T. È l'unica chiesa della Sassonia con questa forma singolare e per questo rappresenta qualcosa di speciale. Naturalmente vogliamo entrare e cerchiamo un po' a lungo l'ingresso giusto. Solo dopo aver fatto mezzo giro scopriamo la porta aperta. Entriamo e anche all'interno l'arredamento ricorda la Frauenkirche. Le gallerie corrono come i palchi di un teatro, in curve su più piani a sinistra e a destra dell'altare, verso il quale si cammina dal portale principale. In alto si trova l'organo, sotto, alto sopra il pavimento, il pulpito. I banchi attraversano lo spazio seguendo le stesse curve delle gallerie. Tutto appare molto vivace eppure solenne. Betina resta seduta per minuti nel banco a guardare in alto. Anche a me comincia a tirare la nuca, perché da un bel po' tengo la testa rivolta verso l'alto. Credo che i costruttori volessero proprio questo. Colpisce che ampie parti delle gallerie siano vetrate. Sono le cosiddette logge di preghiera. Le famiglie borghesi benestanti potevano acquistarle, e il ricavato servì a finanziare la costruzione. L'arredamento di questi ambienti è in parte conservato.

Altare a pulpito della Marienkirche

La chiesa ha una storia movimentata. Delle chiese precedenti che sorgevano qui non si è tramandato molto. Nel 1748 si conclusero i lavori dell'attuale Marienkirche. A quel tempo però la chiesa ricevette solo un arredamento minimo. Solo sette anni dopo ebbe il suo imponente altare a pulpito e solo nel 1802, dopo due anni di lavori, fu inaugurata la torre. L'organo risale al 1902 ed è stato revisionato nel 2001. Nel 1972 la chiesa fu restaurata con i mezzi e le possibilità dell'epoca. E nel 2004, dopo un ulteriore restauro, ha ottenuto il suo aspetto attuale. Ci incamminiamo ora con calma verso la piazza del mercato, dove si trovano l'imponente municipio del 1876 in stile neorinascimentale e, sul lato est della piazza, la fontana di Diana. Großenhain la conosco solo per esserci passato in auto, e naturalmente da qui non passo mai. Così sono contento di avere, per una volta, più tempo per la città.

Municipio di Großenhain

Oggi, domenica, in giro ci sono poche persone. Solo un paio di motociclisti hanno parcheggiato le moto e fanno una pausa nel dehors di una gelateria. Facciamo come loro e ci sediamo al sole. Il vento però è freddo, tanto che serve una giacca. Quindi di nuovo a tirarla fuori… Betina preferisce il salato e ordina un toast. Io ordino una Radeberger. Solo Andrea ha la sua coppa di gelato. È una specie di «tormentone» tra noi, nato durante le nostre escursioni sulle Alpi. Quando avevano «camminato bene», i bambini ricevevano sempre un gelato. Andrea si è adeguata in fretta ed è saltata sul carro. Così, quando lungo il cammino spunta una gelateria nei paraggi, non devo aspettare a lungo prima che Andrea dica: «Allora? Oggi ho camminato proprio bene.» Chi potrebbe dire di no?

Davanti alla gelateria in piazza

Non sono un gran tipo da gelato, da qui la birra. Più tardi si uniscono a noi anche i sei pellegrini che già conosciamo e che avevamo visto arrivare in lontananza prima di Großenhain. Nel frattempo, tra loro, la coalizione di chi preferirebbe unirsi a noi è cresciuta. Ormai apertamente, alcuni del gruppo si ribellano e dichiarano che verrebbero più volentieri con noi, quando ci alziamo per ripartire. Ma vince la disciplina di gruppo e proseguiamo da soli. Con un ampio giro attraverso il centro storico arriviamo al bellissimo parco cittadino e poi attraversiamo graziosi quartieri di villette alla periferia. Su una pista ciclabile lunga chilometri, lastricata di blocchetti di cemento, si va dritti a Skassa.

Paesaggio prima di Skassa

La Kleinraschützer Heide si estende alla destra di questo percorso e incontriamo molti gitanti che hanno scelto quest'area verde alle porte di Großenhain come meta per un'escursione o una gita in bicicletta. Dopo il ponte sulla Große Röder entriamo a Skassa. Davanti alla caserma dei pompieri un uomo armeggia con un cartello: «Skassaer Weinfest 3. Oktober». Peccato, per allora saremo già lontani. Proprio di fronte, sul muro del giardino parrocchiale, vedo un'indicazione per l'ostello. Si trova qui, nella casa parrocchiale. All'ingresso della proprietà è appeso un grande striscione, «Fürstentum Platanien», e accanto, su una traballante costruzione di bastoni, penzola una piccola campana. Sono tentato di tirare la corda e suonare, ma poi preferisco lasciar perdere. Meglio suonare il campanello alla porta di casa. Ci apre una bambina, che subito sparisce di nuovo un po' spaventata. Per minuti… niente. Poi finalmente arriva la padrona di casa.

Casa parrocchiale di Skassa

Ci eravamo annunciati e dovevamo essere qui prima delle 15:30, perché nel pomeriggio lei vuole andare con i suoi tre figli alla messa per bambini a Riesa. Così ha poco tempo per noi, il che non è un problema, perché ci orientiamo in fretta. La cosa più importante oggi è una doccia. Già da due giorni, infatti, non avevamo avuto occasione di godercene una. Sarà per questo che la bambina è scappata? Prendiamo due stanze e troviamo anche una piccola saletta comune. Di sotto, dietro la sala parrocchiale, c'è una cucina molto ben attrezzata, dove finalmente possiamo preparare (cioè scaldare) anche le nostre salsicce di Kamenz, comprate a Königsbrück. Ma fino a cena c'è ancora tempo. Lavo i miei calzini e una maglietta. E mentre Andrea e Betina fanno la doccia e lavano anche loro il bucato, vado nella vicina chiesa, che per fortuna è aperta. Resto piuttosto sorpreso dal bell'arredamento e anche dalle ottime condizioni dell'interno. Posso perfino salire sulla galleria. E quando scopro che anche la porta a listelli che dà sul campanile non è chiusa a chiave, ci salgo su per le scale di legno che sembrano marce. Con cautela cerco di mettere i piedi sulle assi solo vicino alle travi. Viste le condizioni preoccupanti del tavolato, temo di sfondarlo.

Nella chiesa di Skassa

Scatto qualche foto all'interessante meccanismo dell'orologio della torre, prima di riscendere con cautela. Poi richiudo tutte le porte e spengo la luce. Devo sbrigarmi, perché la chiesa è aperta solo fino alle 18. Le donne non immaginerebbero certo di trovarmi sul campanile, se restassi chiuso dentro. Ma per l'ora di cena sono puntualmente di ritorno. Quando entro rumorosamente in cucina, Betina sta telefonando. Non voglio disturbarla. Ma prima che io riesca a ritirarmi, è lei a lasciare la stanza. Ho quindi modo di preparare la cena. Come sempre non è abbondante, quando non troviamo occasione di andare a mangiare, per così dire, «fuori». A Skassa purtroppo un'occasione del genere non c'è.

Si mangiano Kamenzer e si beve Krostitzer

E così anche oggi ci sono solo salsicce di Kamenz calde con senape di Bautzen e birra Ur-Krostitzer, che con mia grande gioia entusiasma Betina. La birra viene prodotta vicinissimo a dove abitiamo, è per così dire la birra di casa mia, anche se da un po' di tempo l'avevo snobbata, per così dire l'avevo tradita. Non mi piaceva più tanto e un po' indispettito lo ero anche. Perché ai tempi della DDR la birra di Krostitz si vendeva quasi solo «sottobanco». Servivano le cosiddette «conoscenze» se ogni tanto se ne voleva una quantità maggiore. La cosa prese forme grottesche, culminate in una «guerra della birra di Delitzsch». Gente di Bitterfeld, la cui birra era semplicemente imbevibile e che aveva «conoscenze» a Delitzsch, arrivava con i rimorchi delle auto e si portava via la birra a casse dall'ingresso sul retro del supermercato. Questo naturalmente irritava gli assetati abitanti di Delitzsch, che se ne accorgevano e ricevevano la «loro» birra solo a contingenti. Alcuni presero il coltello e bucarono le gomme dei rimorchi di quelli di Bitterfeld. Ne seguì una rissa. Oggi, guardando dentro un negozio di bevande, sembra una follia, una cosa inimmaginabile. È stata sicuramente questa varietà a causare poi il mio tradimento in fatto di birra. (Così, giusto per la gioia generale)

Nella saletta comune

Dopo cena ci ritiriamo di sopra nella saletta comune. Una luce soffusa filtra attraverso un telo bianco appeso morbidamente sotto il soffitto. Sono riuscito a mettere in funzione una stufetta elettrica che ronza rumorosamente in un angolo della stanza. Pian piano, con il calore che aumenta, anche qui diventa accogliente. Ci stravacchiamo nelle comode poltrone, beviamo ancora qualcosa e facciamo il bilancio della giornata. Il momento più bello di oggi è stato naturalmente Helga, che senza tanti giri di parole ci ha invitati nella sua cucina e ci ha colpiti molto con la sua gentilezza. Al contrario, le due commesse del distributore, che in fondo sono pagate anche per essere gentili, ma di gentilezza non ne hanno mostrata. Ed è per questo che chiamo questa giornata la giornata della gentilezza. Un sorriso, un gesto o una parola gentile, e il ghiaccio è rotto. Spesso lungo il cammino abbiamo trovato questa gentilezza, un sorriso o un bel gesto. Altri invece si mettono i bastoni fra le ruote da soli, guardano con il muso lungo, diffidenti e senza comprensione. Loro, in fondo, fanno solo pena.

La giornata dell'addio: Skassa – Strehla

Questa notte è stata davvero troppo corta. Nonostante ciò sono sveglio ancora prima della sveglia. Nella penombra cerco disperatamente la federa del mio sacco a pelo. Oggi sono un po' fuori fase. Forse ieri sera abbiamo fatto un po' tardi. E mi sono anche svegliato regolarmente: ogni volta che la stufetta si accendeva automaticamente, ogni mezz'ora. Alla fine riesco comunque a raccogliere tutte le mie cose e a sistemarle nello zaino. Oggi è molto più leggero di ieri.

Il sentiero dopo Skassa

È lunedì e Strehla, la nostra meta, è una cittadina dove di sicuro c'è modo di fare la spesa. Anche Andrea fa fatica a carburare. Dopo un caffè, però, il mondo ha già un aspetto migliore. Salutiamo la nostra ospite, che è sicuramente sveglia già da un pezzo, perché deve accompagnare i bambini a scuola. Anche oggi il tempo decide di viziarci con il sole. E così ci scaldiamo camminando nei primi chilometri, che seguono una stretta strada poderale quasi invasa dalla vegetazione. Al mattino, comunque, mi ci vuole sempre almeno mezz'ora prima che le gambe facciano quello che devono. Ma non c'è più paragone con le prime tappe, quando per tutto il giorno non sapevano bene cosa fare.

All'orizzonte la Wacker Chemie di Nünchritz

All'orizzonte la Wacker Chemie di Nünchritz si avvolge in dense nuvole di fumo. Sono passato spesso in auto davanti allo stabilimento. Ma tanto fumo lì non l'avevo mai visto. Lo stabilimento si trova proprio sull'Elba, prima di Riesa, e negli ultimi anni è stato molto ampliato. I nostri sei valorosi compagni di strada ieri erano andati fin lì. Ma non sembra affatto un posto idilliaco. Giriamo a destra, lasciando quindi Nünchritz sulla sinistra, e attraverso Weißig arriviamo a Roda. Lì, al Dorfkrug, la famiglia Linke offre dalle 11 un pasto del pellegrino. Purtroppo arriviamo troppo presto.

Campo di girasoli dopo Roda

Il tratto dopo Roda va gustato. Perché dopo, per molto tempo, non ce ne sarà più occasione. Passiamo accanto a grandi campi di girasoli, già pronti per il raccolto e per questo dall'aspetto piuttosto triste. Il bosco che segue sarà l'ultimo di oggi. E così ognuno sparisce ancora una volta dietro un cespuglio. Sentiamo già la trafficatissima B98, che negli ultimi due giorni abbiamo incontrato più volte. Ora dobbiamo camminarle accanto su una pista ciclabile per un bel pezzo, fino a Zeithain. Ma prima arriviamo a Glaubitz. In mezzo al paese, di fronte allo stagno, vediamo un negozietto aperto.

Tavola calda a Glaubitz

Che cosa abbiamo imparato? Prima direttiva del pellegrino: cogli l'occasione! E siamo già dentro. È quasi un piccolo supermercato con annessa una tavola calda. La tavola calda però è ancora chiusa. Chiediamo un caffè e la simpatica titolare apre la tavola calda apposta per noi. Prendiamo qualche dolcetto dal negozio e così ci sediamo da soli nella sala a fare una pausa. Le donne chiacchierano animatamente. Si parla di gatti, riesco appena a capire, mentre lotto per tenere gli occhi aperti. L'ho già scritto: oggi sono un po' fuori fase. Sono stanco. Ecco cos'è. C'è un solo rimedio: continuare a camminare.

Pausa forzata prima di Zeithain

Paghiamo quindi e ci avviamo verso uno dei tratti più brutti e snervanti della nostra camminata. Sempre sulla pista ciclabile asfaltata si procede lungo la B98 verso Zeithain. Alcuni automobilisti, sfrecciando, ci lanciano sguardi stranamente compassionevoli o perplessi. Vorrei gridare loro che anche noi preferiremmo camminare da un'altra parte. Poco prima del paese il traffico assordante ci lascia, proseguendo verso Riesa. A un passaggio a livello aspettiamo di essere lasciati entrare in paese. Zeithain è un paese piuttosto grande e grazioso. Ma quello che viene dopo è un'impresa. Qui non resta che stringere i denti e tirare dritto. Perché ora non c'è più nemmeno una pista ciclabile da usare. È sì una strada secondaria. Ma ci circolano tantissimi veicoli. Molti sono grandi camion ribaltabili che portano via materiale edile in quantità dalla cava di ghiaia di Zeithain, davanti alla quale passiamo di corsa su questa strada.

Esercizi di scioglimento

Mi sorprendo ad andare sempre più veloce, per sfuggire il prima possibile a questa follia. Così il nostro piccolo gruppo si sgrana un po'. Un bel pezzo dopo di me arriva Betina e molto più tardi arranca anche Andrea, mentre io aspetto le donne al bivio per Gohlis. Betina resta sdraiata dall'altra parte della strada con le gambe all'aria. Fa esercizi di scioglimento. Forse quel tratto l'ho davvero fatto troppo in fretta. Anche Andrea non ha una faccia felice quando ci raggiunge. Quando siamo di nuovo insieme, però, prometto che adesso andrà meglio. «A Gohlis arriviamo all'Elba e poi proseguiamo sulla ciclabile dell'Elba. Sarà sicuramente più bello», dico fiducioso. Prima, però, bisogna continuare a camminare sull'asfalto fino a Gohlis.

Panorama sull'Elba presso Gohlis

A Gohlis si costruisce molto. Si sta rifacendo la rete fognaria. Ma anche nelle proprietà private si vedono molti cantieri. Qui, a giugno di quest'anno, l'Elba è stata ancora una volta un ospite indesiderato. Dopo l'alluvione del secolo del 2002, i cui segni del livello dell'acqua si vedono su molte facciate, quest'anno la piena è salita di nuovo quasi alla stessa altezza. Si vede che alcuni in paese, dopo, hanno rinunciato e se ne sono andati. Lasciamo la strada principale e ora siamo sulla ciclabile dell'Elba.

Tutti vogliono finire nella foto

Alla nostra sinistra il fiume scintilla al sole e sui verdi prati lungo l'Elba ci sono alcuni pony che si spingono nell'inquadratura mentre li fotografiamo. A vederlo così, è difficile immaginare come questo fiume possa salire tanto. Fra la superficie dell'acqua e il sentiero ci sono parecchi metri di dislivello. Davanti ad alcune proprietà i padroni hanno costruito da sé muri antipiena con palancole. Ma anche quest'anno non sono riusciti a impedire che i piani terra delle case venissero allagati. In molte case si vede che il piano di sotto non è ancora abitato e le finestre restano aperte per arieggiare. L'intonaco è stato tolto e verrà rifatto solo quando i muri si saranno asciugati.

Lunga pausa sull'Elba

Guardiamo dall'altra parte e vediamo l'idillio del grande fiume che scorre. In un punto riparato dal vento, sotto un albero, facciamo sosta, ci sdraiamo sull'erba, mangiamo qualcosa e ci appisoliamo. Il sole ci batte sul viso e la sera ci ritroviamo con la punta del naso scottata. Questa quiete è meravigliosa dopo la strada rumorosa. Ci godiamo il tempo e parliamo poco, per non disturbare la quiete. Gli scarponi sono sull'erba e i calzini possono sfiatare. Non so quanto siamo rimasti lì sdraiati. E se non avessi sollecitato la partenza, saremmo rimasti fino a sera. Alzandomi non riesco a trattenere un gemito. Il terreno era piuttosto duro e le gambe, dopo quella marcia forzata, ormai si fanno sentire.

Sull'argine dell'Elba

Lentamente passeggiamo sull'argine dell'Elba. Strehla, la nostra meta, è già in vista, e anche il traghetto con cui vogliamo attraversare il fiume. Attraversiamo un prato molto ampio sul quale sorge un'intera armata di pali dell'illuminazione, apparentemente senza senso. Perché lì sotto non c'è altro che erba. Decido di chiedere al traghettatore cosa significhi. Aspettiamo pazienti al pontile finché sull'altra riva qualcosa si muove e il piccolo traghetto a motore si avvicina veloce. Altrettanto velocemente arriviamo poi sulla riva opposta. Ho appena il tempo di scattare un paio di foto.

Traghetto passeggeri a Strehla

Faccio in tempo a chiedere al traghettatore dei pali della luce. Prima mi prende in giro e dice che è un campo da golf. «Sì, certo!», dico io. «E adesso sul serio!», lo esorto alla sincerità. «È un'area per le feste», dice allora. Accidenti, devono essere grandi feste quelle che organizzano qui. Dovrò tenerle d'occhio. Mentre scendiamo dalla barca e saliamo per la ripida strada di ciottoli, Betina dice all'improvviso che il suo viaggio probabilmente finisce oggi. Ci fermiamo scioccati e chiediamo cosa succede. Betina ha problemi alla caviglia e preferisce smettere prima che peggiori. Una volta ci aveva raccontato la storia della sua caviglia e, per quanto triste, capiamo la sua decisione. In silenzio mi rimprovero di aver forse camminato troppo in fretta oggi, quando il percorso era così desolante.

Municipio di Strehla

Lentamente e un po' abbattuti saliamo verso la città. Sulla piazza del mercato mi fermo e noto che le due donne spariscono in un negozio. Tornano con le borse piene e cerchiamo l'indirizzo dell'alloggio. Dovrebbe trovarsi vicino alla chiesa, il cui campanile ci sta davanti, impossibile non vederlo. Andiamo in quella direzione, attraversiamo il cimitero passando accanto alla chiesa e ci ritroviamo davanti alla casa parrocchiale. Dentro è tutto buio. Suoniamo e non risponde nessuno. Alla finestra, come sempre, è appeso un foglietto con i contatti. Prima risponde al telefono il parroco, che però dice di non essere a Strehla. Dobbiamo rivolgerci a una signora proprio di fronte. Allora ci vado. Ma senza successo. Non reagisce al mio insistente suonare, né la vedo nel giardino dietro la casa, dove su indicazione del parroco vado anche a guardare.

L'ostello di Strehla

All'ostello si arriva a sinistra della casa parrocchiale, attraverso un cancello a grata aperto. Si trova, per così dire, proprio dietro la casa parrocchiale. È un grazioso edificio a due piani e ci fa una buona impressione. Ma a cosa serve, se non riusciamo a entrare? Ogni 15 minuti riprovo a suonare il campanello di fronte, senza successo. Poi faccio ancora un bel pezzo di strada in cerca dell'ostello della gioventù, che qui a Strehla offre un'alternativa. Ma quando mi sembra troppo lontano, torno indietro e richiamo il parroco. Lui mi spiega gentilmente che la signora dovrebbe esserci, ma mi dà anche un altro numero di telefono a Strehla. Chiamo lì e spiego la situazione. «Nessun problema!», mi sento rispondere, e «Arrivo subito». Torno davanti alla casa parrocchiale ad aspettare la nostra salvatrice. Ed ecco che una donna mi si avvicina e mi chiede se ho suonato da lei. I vicini le hanno detto che era passato qualcuno che per poco non le staccava il campanello. «Beh, non ho suonato poi così forte, e il campanello è ancora al suo posto», dico scherzando. E come se si fossero messe d'accordo, proprio in quel momento sbuca dall'angolo anche la signora che avevo appena chiamato. Devo spiegarmi di nuovo e mi scuso per l'impazienza.

Il dormitorio

Così veniamo fatti entrare e al piano di sopra troviamo un bel dormitorio grande e luminoso con 6 letti. Di sopra c'è anche una grande cucina e di sotto i bagni e le docce. Ci sono perfino una lavatrice e un'asciugatrice. Questo ostello è davvero da consigliare, direi. Mentre le donne si fanno belle, prendo la macchina fotografica e torno in città. Ogni volta che sono passato in auto per Strehla, mi saltavano all'occhio due torri. E ho sempre voluto sapere a cosa appartenessero e andarle a vedere. Adesso lo so. Appartengono al castello di Strehla, un antico complesso fortificato che, dopo l'Albrechtsburg di Meißen, è il più antico della Sassonia.

Castello di Strehla

Già prima dell'anno 900 qui sarebbe sorta una fortificazione slava. Divenne un castello residenziale solo più tardi, verso il 1550. Il complesso è un miscuglio di epoche diverse, dal tardo gotico al Rinascimento. Espropriato nel 1945, ai tempi della DDR fu usato come orfanotrofio. In quel periodo molti edifici annessi furono demoliti. Oggi il castello è di nuovo di proprietà privata ed è stato in parte risanato. Parte del cortile esterno è adibita ad abitazioni. Molto qui ha ancora bisogno di restauri. Ma una visita vale in ogni caso la pena. Dopo aver aggiunto qualche altra foto alla mia scheda di memoria, torno all'ostello.

Le due torri del castello

Per festeggiare la giornata decidiamo di cucinare qualcosa. Andrea dice a Betina: «Così puoi ancora godere delle sue doti culinarie, prima che ci salutiamo». In realtà, però, non abbiamo molta voglia di festeggiare. Andrea e io ci mettiamo in marcia per cercare il supermercato. Dopo qualche giro lo troviamo e, dopo averci pensato un po' e aver cercato fra gli scaffali, decido di cucinare la pasta. Con quella avevo fatto colpo sul pubblico femminile già sul Camino Francés, anche se allora erano tutte ben oltre i sessanta. Carichi come muli trasciniamo le borse fino all'ostello e comincio subito con i preparativi.

Naturalmente ci sono anche un paio di bottiglie di Krostitzer e di vino rosso. Con la pasta c'è un'insalata e Betina mi ha dato anche un pezzetto di pesce affumicato. La cena viene letteralmente celebrata. Del sugo non sono proprio soddisfatto (avevo dimenticato l'aglio), ma sazi lo siamo diventati tutti. Oggi festeggiamo il nostro addio a Betina e, nonostante l'occasione piuttosto triste, ci divertiamo ancora molto.«Quando il tuo piede sarà guarito, il resto lo camminiamo insieme», dico, e non per scherzo.

La giornata panoramica: Strehla – Börln

Chissà perché, oggi alzarsi non è per niente divertente. Mentre prepariamo gli zaini e ci laviamo, Betina sta già preparando la colazione. Mangiamo i nostri panini quasi in silenzio. «Però restiamo in contatto e un giorno venite a trovarci», rompe il silenzio Betina. «Ma certo», rispondo brevemente. E chi mi conosce sa che lo penso davvero. Con molte delle persone incontrate sui nostri cammini siamo ancora in contatto. Proprio di recente è venuto a trovarci dalla Baviera Thomas, che avevamo conosciuto nel 2011 sul Camino Francés in Spagna. Oppure Martin dalla Svizzera, con cui faccio regolarmente qualche chiacchierata su Skype. E poi le tante mail che vanno e vengono, con Iva dalla Repubblica Ceca, Jürgen da Ulm o Andrea da Dortmund. Sui nostri cammini abbiamo davvero trovato dei buoni amici. E adesso è Betina che purtroppo dobbiamo salutare.«Gli addii non fanno per me», dice lei quando siamo giù davanti all'ostello. «Neanche per me», dico io, cercando di nascondere gli occhi lucidi. Anche ad Andrea il distacco pesa. Me ne accorgo. Ci abbracciamo e, mentre ci allontaniamo, ci voltiamo ancora qualche volta. Poi siamo andati, e soli. Betina verrà a prenderla suo marito in macchina e passerà ancora la giornata a Strehla.

Paesaggio sul Liebschützberg

Lasciamo la città in silenzio. Anche stamattina fa piuttosto freddo. Negli orti vediamo che ci sono già state le prime gelate notturne. Un leggero velo di foschia è ancora disteso sui campi. Ma il sole farà in modo che non duri a lungo. La nostra prima meta di oggi è il Liebschützberg, un'altura visibile da lontano a nord di Oschatz. La dorsale è alta 198 metri e, come il vicino Collmberg, è un punto di riferimento ben riconoscibile da lontano. Nel 2003, per volontà di alcune imprese edili della Germania meridionale, la sua geologia avrebbe dovuto segnarne la rovina. Si progettava di estrarre granodiorite, un tipo di granito, su una superficie di 44 ettari. L'area di scavo si trova al cento per cento in una zona di tutela paesaggistica e l'opposizione non si fece attendere. Un comitato di cittadini, insieme alla sezione sassone della lega per la protezione della natura, cercò di salvare il paesaggio dalle ruspe. Probabilmente con successo, visto che adesso, nel 2013, di una cava non c'è ancora traccia.

Girandola e vista verso Oschatz

Il terreno sale dolcemente e lontano, a sud, nella foschia vediamo le due caratteristiche torri di Sankt Aegidien a Oschatz. A ogni passo il panorama diventa sempre più impressionante. A nord-est lo sguardo spazia sulla pianura dell'Elba fino a Mühlberg, dove si vedono fumare la torre di raffreddamento e la ciminiera dello zuccherificio. A nord-ovest si estende la grande area boschiva della Dahlener Heide. E in primo piano il paese di Laas si stringe contro la dorsale. A sud-ovest, dietro il paese di Liebschütz, emerge sempre più nitido dalla foschia il Collmberg, alto 320 metri, con il grande ripetitore e la torre Albertturm.

Sul Liebschützberg

Il Collm è l'altura più alta sul margine orientale della pianura di Lipsia. Ora siamo poco sotto la cima del Liebschützberg e il panorama è fantastico. In un'area recintata si trova il vecchio mulino a vento a cavalletto, attualmente impalcato e in restauro. Sempre quassù, da qualche tempo, c'è un'impalcatura di legno con una campana che viene suonata durante le messe all'aperto. Il Liebschützberg ha molti usi. Oltre a eventi e attività ricreative, per la maggior parte dell'anno è però un luogo di quiete e di riposo. E che quassù possa essere solitario e tranquillo ce lo dimostra la presenza di alcune gru. Questi timidi uccelli migratori se ne stanno sul pendio a grande distanza e ci osservano. Se ci avviciniamo, si alzano in volo, fanno un tratto e ristabiliscono così la vecchia distanza di sicurezza. Ma a volte le cose vanno diversamente. Perché ogni anno la collina richiama migliaia di abitanti dei comuni dei dintorni, che quassù organizzano grandi eventi come il falò di Pasqua, la festa del Liebschützberg, il festival internazionale degli aquiloni e anche le già citate messe all'aperto.

In discesa verso ovest

Tutto questo si può leggere quassù su grandi pannelli informativi e io ho cercato di ricordarmene un po'. Ma perché non ne ho fatto una foto? Non ci fermiamo molto quassù, perché il vento fischia parecchio. Da qui in poi si scende di nuovo costantemente fino a Lampertswalde. Proprio all'ingresso del paese camminiamo lungo un muro alto e spesso e al cancello troviamo una conchiglia di Santiago in legno. Be', diamo un'occhiata dentro! Dietro il muro si nasconde un vero piccolo paradiso. A colpire lo sguardo è un platano molto vecchio e molto grosso. Sta in un parco del castello con laghetto e isola, proprio come uno se lo immagina.

Parco del castello di Lampertswalde

Tra gli alberi sono tesi dei cavi a cui sono appesi degli ombrelli. Che cosa vorrà rappresentare, penso, e all'inizio suppongo che si tratti di un'opera d'arte. E invece no, sono paralumi. In tutto il parco sono appesi questi ombrelli colorati e sotto ci sono portalampade con le lampadine: che idea carina. Due operai stanno facendo pulizia e rastrellando le foglie. Salutiamo cordialmente e vediamo il dehors di un piccolo caffè, dove qualcuno è già all'opera. «È già aperto?», chiedo. «E allora apriamo», dice il proprietario. Anche i due operai approfittano subito del caffè per una pausa.

Parco del castello di Lampertswalde

Ci sediamo al sole, guardiamo i cigni sul laghetto del castello e ci facciamo portare caffè e torta. Che cosa può esserci di più bello? Va be', io ho mangiato un würstel. Adesso provo ad annunciarci a Börln, ma mi accorgo che il numero di telefono o è sbagliato o è incompleto. Allora chiamiamo Betina a Strehla, visto che lei ha con sé una guida del cammino. È in città e naturalmente non ce l'ha in tasca. Più tardi però ci richiama e ci dà il numero giusto. (Mi viene in mente che devo correggerlo anche nella mia tabella. Manca una cifra, tra l'altro.) Il vero e proprio castello di Lampertswalde non esiste più. Sorgeva sulla grande isola nel laghetto, era quindi un castello sull'acqua. Sono rimasti solo alcuni edifici annessi.

Parco del castello di Lampertswalde

Tutto il complesso dà un'impressione molto curata. Ma non è così da molto. Dopo l'esproprio dei proprietari da parte dei nazisti, l'area andò visibilmente in rovina. Nel dopoguerra, nel 1947, il castello fu demolito. Il parco si inselvatichì, il fossato venne riempito di macerie e il laghetto del castello rimase senz'acqua. Dopo la caduta del Muro gli abitanti del paese si presero cura del parco e già nel 1994 il complesso era stato ripristinato nella struttura attuale. È davvero impressionante quello che si riesce a fare quando un paese è unito. Il parco e il Burgcafé sono diventati un punto di richiamo per i dintorni, per turisti, escursionisti e naturalmente anche per i pellegrini. Dopo esserci rifocillati, facciamo ancora un giro nel parco e poi lasciamo il paese per la Axelallee.

Il cammino prima di Dahlen

Lampertswalde è un paese che si allunga parecchio. E solo due chilometri e mezzo più a ovest lo lasciamo davvero. La prossima tappa intermedia è la cittadina di Dahlen. Il campanile si vede già da lontano. Il cammino fin lì è piuttosto idilliaco e, su un terreno leggermente ondulato, passa accanto a un grande stagno fino all'ingresso est del paese. Quasi sempre a sud si vede il Collmberg, che ormai ci siamo lasciati alle spalle. Nei campi intorno ci sono molti cervi e caprioli, che timidi se la danno a gambe quando ci avviciniamo. In città, a Dahlen, entriamo scendendo dal Burgberg per un sentiero stretto e ripido.

Paesaggio prima di Dahlen

Dahlen non è davvero grande. E così ci ritroviamo molto presto sulla piazza del mercato, dove ci sediamo su una panchina proprio accanto al «Sackhupper». Secondo una leggenda, Dahlen è diventata nota anche come «Sackhupperstadt», la città della corsa nei sacchi. Di vero c'è probabilmente che nel secolo scorso un proprietario di carri organizzava ogni anno una festa per bambini e, come nuovo divertimento, si inventò anche la corsa nei sacchi. A questa storia è dedicato questo buffo monumento. Allora però sui sacchi di juta non c'era certo scritto «LPG Dahlen». Ci guardiamo intorno e scopriamo un piccolo panificio.

Il monumento al Sackhupper a Dahlen

Del resto è anche ora di un piccolo spuntino e di un caffè. Tanto caffè quanto ne beviamo qui, a casa non lo bevo mai. Ma che altro si può fare quando non si sta camminando? Quindi dentro al negozio. Per la sera e per la colazione un paio di panini non sarebbero male, e per adesso due caffè e due fette di torta alla frutta. C'è la torta di prugne, il mio dolce preferito. E in qualche modo la gentile commessa deve averci letto in faccia che preferiremmo bere il caffè seduti. Ed eccola che mette due sedie e un tavolino minuscolo accanto al bancone. Nel locale lo spazio è davvero poco e dobbiamo stringerci un po' nell'angolo perché i clienti riescano ancora a entrare.

Nel panificio

Ma siamo seduti e siamo molto grati alla signora. Uscendo dalla città passiamo davanti a un negozio biologico. Lì facciamo ancora scorta di bevande. E il mio zaino ha di nuovo un peso che mi fa gemere un po' quando me lo carico in spalla. Il tratto successivo corre a lungo su una strada asfaltata in direzione di Bortewitz. Solo dopo circa 2 chilometri una strada di campagna svolta a sinistra, fiancheggiata da un sacco di alberi da frutto. Camminiamo su un tappeto di pere che marciscono. Le vespe ci si aggirano in mezzo e si fanno un banchetto. Non so se la gente sia troppo pigra o se sia vietato raccogliere la frutta. Una volta, comunque, io andavo sempre con mio padre a raccogliere frutta e poi la portavamo al torchio, dove più tardi diventava succo o vino di frutta. Oggi marcisce tutto lungo strade e sentieri. Questo mi fa un po' arrabbiare, ma non posso farci niente. La gente sembra preferire la frutta dalla Nuova Zelanda.

La casa parrocchiale di Börln

Visto che, nonostante il numero di telefono ora completo, non siamo riusciti a raggiungere nessuno alla casa parrocchiale di Börln, ci chiediamo dove potremmo mai passare la notte, quando vediamo delle grandi balle di paglia a bordo strada. «Solo in caso di estrema necessità!», penso, quando Andrea fa la proposta. Poi entriamo in paese. Da quando ci passavo in macchina ricordo che qui ci sono molti recinti per cavalli, scuderie e un albergo. Proprio davanti a quest'ultimo stiamo passando, e vediamo che è chiuso. Anche per il resto il paese dà un'impressione di «chiuso». Quasi metà delle fattorie è vuota. È proprio strano. A Lampertswalde vediamo un paese fiorente con case curate e abitanti impegnati. E qui, nemmeno tanto lontano, va tutto in malora. La palestra sembra essere ancora un luogo di ritrovo molto amato. Ovunque sono appesi cartelli che fanno pubblicità al ping-pong in palestra. E la gelateria va forte, cosa che verificheremo più tardi. Anche oggi Andrea ha «camminato bene», ma prima bisogna liberarsi degli zaini. Grazie alla buona segnaletica, la casa parrocchiale si trova in fretta. Anche qui c'è un foglietto alla finestra con le persone di riferimento. Il secondo numero funziona. Risponde una voce di donna che ci dice che è ancora a Dahlen e che sarà da noi fra 20 minuti. Ci sediamo nel giardino della parrocchia sotto una specie di pergolato e guardiamo un uomo che armeggia al muro di pietra della proprietà. Lui ha la chiave del garage, ma non quella della casa. Poi però arriva una macchina e ci fanno entrare.

La chiesa di Börln

La signora ci mostra la sala comune e lì accanto la (be', diciamo così) cucina, in cui anche i bagni e la doccia sono separati da pareti mobili. La sala è usata dalla parrocchia. In mezzo c'è un grande tavolo con molte sedie e per prima cosa ci chiediamo dove potremo dormire. Poi scopro alcuni materassi piegati sopra l'armadio. E così è tutto chiarito. La signora si congeda avvertendoci che stasera potrebbe esserci ancora un incontro qui. Per non disturbare lasciamo quindi per ora tutto negli zaini, li mettiamo in un angolo e ci avviamo verso la gelateria.

Andrea ha «camminato bene»

Perché Andrea ha «camminato bene». Siamo davvero stupiti dall'offerta e dalla ressa. Nel dehors alcuni tavoli sono già occupati e anche quando ci uniamo noi arriva sempre più gente. C'è soprattutto gelato soft. In diverse varianti lo si può anche portare a casa in quantità maggiori. Sembra che vada bene, dico. E il gelato è davvero buono, devo ammetterlo, anche se non sono un appassionato di gelati. Dopo la gelateria facciamo ancora un giro per il paese. La chiesa è chiusa, anche la casa padronale ha conosciuto tempi migliori e continuiamo a vedere fattorie abbandonate. Il paese è praticamente morto, a meno che non succeda un miracolo. Anche la signora che ci aveva fatto entrare non sprizzava certo ottimismo per quanto riguarda il paese.

Allo stagno

Alla fine ci sediamo presso un grande stagno, la cui acqua luccica nel sole che cala, alle nostre spalle — naturalmente una casa abbandonata. Concludiamo quindi il giro e torniamo alla casa parrocchiale. Quella, almeno all'esterno, dà un'impressione solida. Tiro giù i materassi dall'armadio e Andrea dà ancora una scopata prima che io li stenda per terra. Non siamo particolarmente pignoli. Ma Andrea sembra essere da molto tempo la prima a tenere in mano una scopa qui dentro. Visto che dormiremo così vicini al pavimento, è meglio così. Sul pianoforte, che qualcuno ha pitturato di bianco (ma a chi viene in mente una cosa del genere? chiede Andrea), c'è uno stereo. Riesco a farlo funzionare e così riempio la stanza con un po' di musica per la cena.

A nanna

Stasera non faremo tardi. Betina ci manda ancora un SMS per dirci che è quasi a casa. Scrive di essere riuscita ad accaparrarsi in un negozio di bevande ancora una cassa di Ur-Krostitzer. Mi scappa un sorriso e penso alla guerra della birra di Delitzsch. Andrea sonnecchia già e anch'io, dopo aver finito la mia birra, mi metto sul materasso. La radio ci canta la ninna nanna e continua a strimpellare per tutta la notte. Domani è il nostro ultimo giorno.

L'ultimo giorno: Börln – Wurzen – Nepperwitz

E allora? Perché oggi è già il nostro ultimo giorno? Siamo ancora ad almeno due giorni da casa, no? Ecco la spiegazione: è colpa del nostro andare con calma. Avevamo un programma piuttosto rigido, che prevedeva di essere a casa il 2 ottobre. Però abbiamo accorciato la tappa per Panschwitz-Kuckau e ci siamo fermati a Crostwitz. Per via del tempo, a Kamenz avevamo chiuso la tappa molto prima del previsto. Così abbiamo accumulato un giorno di ritardo, che su 200 chilometri non si può recuperare. Visto così, però, è andato tutto bene. Perché altrimenti non avremmo mai incontrato la nostra simpatica compagna di viaggio. Ma torniamo alla giornata:

Dal fornaio a Börln

Sui materassi ho dormito piuttosto bene. Visto che avevamo libera scelta e dopo di noi non è arrivato nessuno, per noi ho messo subito due materassi uno sopra l'altro. Era piuttosto comodo. Della colazione oggi, l'ultimo giorno, non dobbiamo preoccuparci. A Börln c'è un fornaio e, come avevamo visto ieri durante il nostro giro, anche oggi dovrebbe essere aperto. Quindi raccogliamo in fretta le nostre cose. Rimetto i materassi sull'armadio e già ci chiudiamo alle spalle la porta della casa parrocchiale. Il panificio è davvero aperto, ma non mi dà l'impressione che lo resterà ancora a lungo. Lo stato dell'arredamento del negozio è disastroso e anche una mano di vernice fresca al locale non farebbe male. Non voglio nemmeno sapere com'è il retro. Mentre stiamo lì seduti a sorseggiare il caffè, ho il tempo di guardarmi intorno con più attenzione. E certe cose saltano all'occhio. Durante tutta la nostra colazione entra nel negozio una sola cliente. Quando attraversiamo il paese, è deserto. Non mi sarei aspettato altro.

Il mattino nel parco di Börln

Attraversiamo il parco, dove il sole dipinge macchie colorate per terra. Poco prima di Heyda si gira a sinistra su un bel viale di tigli. Anche qui di nuovo un sacco di funghi, che si vedono già dal margine del bosco. Un cartello ci rivela che qui c'è una cava e anche un punto panoramico da cui si può guardare nel buco senza pericolo. Il punto panoramico non lo troviamo. Ma tra la sterpaglia passano stretti sentierini battuti, che seguiamo. Ed eccoci davanti a un grande lago, le cui rive rocciose e scoscese tradiscono che qui c'è una cava.

La cava di Dornreichenbach

Non sembra che qui si estragga ancora porfido. Perché gli accessi sono già piuttosto ricoperti dalla vegetazione. Ma dappertutto ci sono i cartelli che rimandano alla «Dornreichenbacher Quarzporphyrwerk GmbH». Proseguiamo e arriviamo a Dornreichenbach. È un paese piuttosto grazioso con un castello, il relativo parco, un teatro all'aperto e un recinto faunistico. Per un paesino così piccolo, con appena 500 abitanti, è parecchio ed è l'ennesima prova che si può fare, quando cittadini impegnati si mettono insieme. Dopo Dornreichenbach segue di nuovo un bellissimo tratto in aperta campagna.

Segnavia dopo Dornreichenbach

I filari di alberi fitti a destra e a sinistra del sentiero tradiscono che è già molto antico. Ad alcuni di questi alberi sono appesi foglietti plastificati con versetti della Bibbia. Qui qualcuno si prende cura con grande impegno di questo tratto di cammino. Del resto posso dire che finora tutto il cammino è stato segnalato molto bene. Una volta che ci si è abituati al sistema e si ragiona come chi ha messo i segnavia, non servono cartine. Sembra che ci siano due diverse «generazioni» di segnaletica: una piuttosto vecchia, del 2003, e una più recente. La segnaletica vecchia consiste soprattutto in simboli della conchiglia tamponati con lo stencil su fondo blu. I piccoli segnavia quadrati sono dipinti su pali, alberi o altre cose che non si possono rimuovere tanto facilmente. Col passare degli anni però sono spesso anche stati ricoperti dalla vegetazione o nascosti. I cartelli più moderni hanno un aspetto più professionale, sono cioè stampati come si deve e anch'essi fissati come adesivi su supporti adatti.

Che cos'è?

Atti di vandalismo o segnavia evidentemente mancanti non ne ho notati. Gli abitanti conoscono il cammino, lo rispettano, lo apprezzano e sanno qual è il senso e lo scopo di un cammino del genere. Molti paesi hanno sfruttato la presenza di questo cammino per farsi pubblicità. Lo si vede dalle bacheche nei paesi, dalle panchine messe apposta per i pellegrini o dalla presenza su internet (se c'è). Gli ostelli registrano un costante aumento dei pernottamenti, non da ultimo grazie all'ottima infrastruttura dell'Ökumenischer Pilgerweg. Naturalmente ci sono anche cose che si possono migliorare. Come già sul cammino attraverso il Meclemburgo e sul tratto della Via Regia che abbiamo percorso nel 2012, tra le sistemazioni per pellegrini ci sono differenze piuttosto grandi. Si nota che le offerte private sono portate avanti con moltissimo impegno e amore, mentre l'entusiasmo per il flusso di pellegrini in alcune case parrocchiali a volte lascia a desiderare. Può dipendere dal sovraccarico dei parroci, ma anche dallo scarso interesse della parrocchia in questione. Si può comunque constatare che su questo cammino gli organizzatori sono riusciti a mettere in piedi abbastanza sistemazioni adatte ai pellegrini. Per «adatte ai pellegrini» intendo in questo contesto una dotazione economica e funzionale e la possibilità di parlare o anche di raccogliersi interiormente (se lo si desidera). Questo, intanto, come primo bilancio. Del resto siamo all'ultima tappa.

Mulino a vento a cavalletto di Kühnitzsch

Nel frattempo, naturalmente, abbiamo continuato a camminare. A destra, un po' discosto dalla «Alte Dorfstraße», come si chiama questo tratto, vediamo un mulino a vento a cavalletto restaurato molto bene. Il mulino di Kühnitzsch è un monumento tecnico ed è curato dall'associazione Heimat- und Schulverein Kühnitzsch/Körlitz e.V. Fu costruito nel 1812 ed è perfettamente funzionante. La particolarità di questo mulino è che viene girato controvento da un trattore Lanz Bulldog agganciato alla stanga. Questo tipo di mulino a vento è molto diffuso qui nella Sassonia centrale e settentrionale. A Pentecoste si svolge ogni anno la giornata dei mulini. Allora tutti i mulini sono aperti e si può andare da un mulino all'altro in bicicletta o in macchina. Spesso non si mostra solo il mulino, ma ci sono anche altri eventi collaterali come mostre, fiere o serate danzanti.

A Körlitz

Ma noi lasciamo perdere il mulino e arriviamo a Körlitz. In paese il cammino si divide e si può prendere il percorso originale sulla strada asfaltata tra i paesi oppure la variante per una strada di campagna fino a Roitzsch. Entrambi i percorsi sono ben segnalati. Quello più bello, per la strada di campagna, è però più lungo di un chilometro. Tutto questo è scritto su un cartello sotto i segnavia a Körlitz. Scegliamo il più bello dei due, ma restiamo un po' delusi quando poi per un terzo del percorso dobbiamo comunque camminare su una strada asfaltata. Quando, dopo un parco solare, svoltiamo a destra su una strada di campagna, vediamo già le caratteristiche torri della città di Wurzen.

Wurzen in vista

Sono soprattutto le torri del duomo di St. Marien, della Wenceslaikirche e della «Keksbude», la «baracca dei biscotti», come la gente chiama ancora la «Wurzener Dauerbackwaren GmbH». Ai bordi del sentiero ci sono grandi frutteti di meli e campi di fragole. Mentre questi ultimi, naturalmente, sono già stati raccolti da un pezzo, i meli sono carichi da scoppiare. Il cammino sembra voler passare a sinistra della città di Wurzen, ma all'improvviso fa una svolta secca a destra e così, passando accanto a un laghetto, torniamo sul percorso originale nel quartiere di Roitzsch. Ora mancano solo poche centinaia di metri fino al centro di Wurzen, la città dei biscotti e di Ringelnatz. Ai biscotti ci arriviamo. Joachim Ringelnatz è il figlio più illustre di Wurzen. Nacque qui e la sua casa natale nel Crostigall è una meta molto amata. Il Crostigall è un quartiere di Wurzen considerato l'origine dello sviluppo della città. Wurzen ricorda Ringelnatz con una fontana collocata sulla piazza del mercato nel 1983 per il suo centenario, con la collezione dedicata a lui nel museo e con un percorso segnalato, il Ringelnatzpfad. Dappertutto in città si vede il ben noto volto del celebre scrittore, umorista, cabarettista e pittore.

Saluto di benvenuto sulla Jakobsplatz di Wurzen

Quello che vediamo ora sulla Jakobsplatz è un saluto di benvenuto speciale della città ai pellegrini sulla Via Regia. Al centro della piazza, nel selciato a cubetti, è incastonata una conchiglia a mosaico e due pietre indicano la direzione da cui veniamo, «Görlitz 195 km», e la meta del cammino, «Santiago de Compostela 2918 km». Sull'ultimo numero però si può discutere. Perché l'anno scorso, dopo Erfurt, abbiamo visto un cartello secondo cui mancavano ancora più di 3000 chilometri. Ma del resto le strade per Santiago sono almeno tante quante quelle per Roma. Approfittiamo della sosta sulla Jakobsplatz per mangiare una bratwurst e, mentre io faccio la fila al chiosco, Andrea chiacchiera con due donne che ci hanno riconosciuti come pellegrini e adesso hanno qualche domanda. Quando finalmente i miei würstel sono pronti, Andrea è di nuovo seduta da sola sulla panchina.

L'ostello per pellegrini «zur Kräuterfee» nella Jakobsgasse

Mi siedo accanto a lei e ho di nuovo il tempo di guardarmi intorno, e scopro altri riferimenti al cammino. Siamo seduti sulla «Jakobsplatz», c'è un «Jakobs Eck» e da qui parte una «Jakobsgasse». «Prendiamo quella!», dico, e passeggiamo per la stradina stretta passando davanti alla «Kräuterfee». Qui, sulla porta del negozio, c'è scritto: Pilgerherberge, ostello per pellegrini. Peccato, sarebbe stato di sicuro interessante. Betina aveva detto una volta che voleva dormire qui. Purtroppo non se n'è fatto più niente. Noi però proseguiamo verso il mercato. Non venivo a Wurzen da tanto tempo e mi ricordavo la piazza del mercato tutta grigia e nera. Qua e là la vernice sta già di nuovo scrostandosi, ma per il resto la piazza risplende di colori freschi.

Il mercato con la fontana di Ringelnatz

Dappertutto si vedono edifici rinascimentali e barocchi che, accanto a palazzi residenziali e commerciali più recenti con ricche facciate liberty, creano un'atmosfera tutta particolare. Ad Andrea, tra l'altro, la fontana di Ringelnatz, che si trova all'estremità inferiore del mercato, sembra orrenda. Eppure ci sono voluti ben 10 anni dal primo progetto alla realizzazione. Io però credo che al buon Joachim sarebbe piaciuta, perché la fontana rispecchia il suo umorismo un po' stravagante. Qualche gradino in su ed eccoci davanti al Domcafé. C'è il sole e ci sediamo fuori per bere, ancora una volta, un caffè. È meraviglioso stare seduti sulla piazza del mercato di una città a guardare la gente.

Il mercato di Wurzen

È mezzogiorno e regna una piacevole rilassatezza. Da questo lato del mercato, già sulla strada verso la Domplatz, il marciapiede è una specie di balcone a cui si sale per delle scale, la cosiddetta Liegenbank. Dietro cancellate in ferro battuto, ristoranti e caffè mettono i loro tavoli e da qui si ha una bella vista sul mercato e su alcuni vicoli adiacenti. Dalla Wenceslaikirche, che si erge davanti a noi sullo Sperlingsberg, battono le 12. Abbiamo ancora un sacco di tempo. Perché fino a Nepperwitz, il nostro punto d'arrivo di oggi, non è più lontano. Così passeggiamo per la Domstraße, passando davanti al museo civico, fino al castello.

Il castello di Wurzen

Il castello di Wurzen è considerato il più antico castello dell'area di lingua tedesca. Già nel X secolo, nello stesso punto, ci sarebbe stato un complesso simile. Il fossato intorno al massiccio edificio e i resti di un antico ponte levatoio segnano il passaggio architettonico da una rocca difensiva medievale a un castello residenziale. Il castello lo conosco piuttosto bene, perché ai tempi della DDR vi aveva sede il comando distrettuale della Volkspolizei e io, nel servizio tecnico della polizia, ero responsabile tra l'altro anche di questo ufficio. Era sempre una bella sfida quando qui, per esempio, bisognava posare dei cavi. Si voleva fare meno danni possibile a queste vecchie mura, perché si provava comunque un certo timore reverenziale. Non sempre però si poteva evitare di metterci mano in modo un po' più energico. Ricordo ancora che una volta, per un cavo spesso 2 centimetri, abbiamo dovuto aprire nel muro un varco di mezzo metro, perché proprio in quel punto, nella parete spessa un metro, era murato un grosso masso. Qualche anno dopo la caduta del Muro la polizia si è trasferita in un edificio moderno, il castello è stato ristrutturato e ci si è insediato un albergo.

Il duomo di St. Marien

Di fronte al castello si trova il duomo di St. Marien. Non l'ho mai visto senza impalcature. E così anche questa volta c'è un'impalcatura nel cortile del castello. Tutte le porte da questo lato sono chiuse. Torniamo sulla Domplatz per cercare una porta del duomo aperta. Lì ci viene chiesto di comprendere che l'interno del duomo è sorvegliato da telecamere, perché ci sono stati ripetuti furti. Accidenti, che gente c'è in giro! Nel 1114 il duomo fu consacrato come basilica a pilastri dal vescovo Herwig di Meißen. Il duomo romanico è uno degli edifici sacri più antichi e interessanti della Sassonia e la più antica testimonianza architettonica di Wurzen. La storia del duomo è appassionante. A metà del XV secolo bruciò completamente e all'inizio del XVI secolo fu ricostruito.

L'espressivo gruppo della Crocifissione nel duomo

Dopo la guerra dei Trent'anni e la Riforma le torri ricevettero le loro cupole barocche. All'inizio del XIX secolo fu ristrutturato in stile neogotico e negli anni Trenta del secolo scorso il duomo assunse il suo aspetto attuale. Inoltre l'ingresso fu spostato nella torre e il professor Wrba di Dresda realizzò l'espressivo gruppo della Crocifissione e il pulpito. Usciti dal duomo, cerco i segnavia. Ne trovo uno sulla Domplatz, proprio davanti all'ingresso del castello. È un po' fuorviante, perché si potrebbe pensare che indichi la direzione del cortile del castello. No, il cammino passa a sinistra del castello e scende per qualche gradino dallo Schlossberg sulla Muldengasse. Però non ha per niente l'aria di un vicolo, piuttosto di una strada di rappresentanza.

La «Keksbude»

I grossi tigli, in ogni caso, un tempo erano abbastanza di rappresentanza per l'ingresso della «Keksbude». Passiamo davanti al grande cancello dell'area della fabbrica e vediamo le due torri del mulino in tutta la loro imponenza. Sono la prima cosa che si nota quando si arriva in città, da qualunque direzione. Dal 1847 qui si producono biscotti e dolci da forno. Ai tempi della DDR la «Wurzener» era il principale produttore di questi prodotti. Dopo la caduta del Muro il gruppo De Beukelaer ha rilevato lo stabilimento. Ma «Wurzener» viene ancora venduto come marchio. Gli storici edifici della fabbrica sono stati restaurati con grande cura e soprattutto le torri del mulino sono considerate il simbolo della città, visibile da lontano. Il cammino adesso va in realtà nella direzione opposta. Perché il ponte sulla Mulde si trova a nord di noi. Noi invece percorriamo un bel tratto di un viale di tigli verso sud, per poi prendere il ponte su un canale. Lungo questo canale camminiamo ora, a sinistra il canale largo circa 20 metri e a destra l'argine della Mulde. La Mulde scorre circa 150 metri più in là.

Rapace sull'argine della Mulde

In lontananza vediamo già il campanile di Nepperwitz. Al canale un pescatore sta proprio rimettendo via l'attrezzatura e una rapida occhiata mi dice che un «in bocca al lupo» sarebbe stato sprecato. Il pescatore saluta appena e, con la faccia che fa, non oso nemmeno chiedergli della pesca. Dopo circa 2 chilometri si gira a sinistra su un argine, su cui una strada lastricata porta alla Mulde. Qua e là si vedono ancora i danni che l'ultima alluvione ha causato anche a questa strada. Lo stretto ponte su cui arriviamo a Grubnitz ha resistito all'alluvione, ed è quasi un miracolo se, come me, si è visto con i propri occhi quali masse d'acqua passavano di qui. Sotto una fila di ippocastani, che si trova accanto alla Mulde tra gli argini, giace ancora ogni sorta di detriti portati dall'acqua. E lì in mezzo armeggia un uomo anziano. «È per gli animali», dice. E capisco che cosa sta facendo. Fruga nell'erba con un bastone e cerca castagne. Il suo cesto è già quasi pieno. Vuole portare le castagne allo zoo. Da bambini lo facevamo spesso anche noi. Ma quale bambino riesce ancora oggi a staccarsi dal computer o dal cellulare? Di recente ho letto una frase: quando ero piccolo, il mio social network si chiamava «fuori». Questo dice tutto. Anche se ai bambini stessi non si può fare una colpa. Perché se non sono in rete, non sono «in» e vengono presi di mira dai bulli. Ma sto di nuovo divagando, così vicino alla meta. Da Grubnitz, che come Nepperwitz è stato colpito anche dall'ultima alluvione del giugno 2013, percorriamo una stradina asfaltata fino all'ingresso dell'ultimo paese del nostro cammino di quest'anno.

Nepperwitz

Per noi l'Ökumenischer Pilgerweg finisce purtroppo già oggi, qui a Nepperwitz. Prima di farci venire a prendere in macchina da nostro figlio, però, diamo ancora un'occhiata all'ostello. Dopo l'alluvione è stato rimesso a posto ed è aperto. Cioè, in questo momento è chiuso a chiave e noi, senza volerci dormire, non vogliamo mobilitare i responsabili del paese solo per dare un'occhiata dentro. Poi ci sediamo alla pensilina dell'autobus e aspettiamo nostro figlio. Così, senza nulla di spettacolare, finisce questo pellegrinaggio. Mi sarebbe piaciuto continuare a camminare fino a casa, anche se il percorso non avrebbe più seguito il tracciato della Via Regia. Ma domani abbiamo degli impegni. Camminare su un cammino di pellegrinaggio verso una meta che poi si trova a Santiago, l'abbiamo già vissuto due volte. La meta naturalmente ha un ruolo importante nei pensieri mentre si cammina. Come sarebbe stato a Nepperwitz, mi dispiace, ma non ci ho mai pensato. Quindi il detto «il cammino è la meta» qui, su un tratto di un cammino di pellegrinaggio, è molto più significativo della meta geografica. Anche su questo cammino abbiamo vissuto di nuovo tante cose, conosciuto tante persone nuove, sentito tanta fiducia e tanto affetto, visto tante città e paesi e camminato attraverso i bei paesaggi della Sassonia. Altri cammini seguiranno di sicuro. Ma ognuno resta qualcosa di speciale. Ho cercato di mettere per iscritto le mie e le nostre esperienze nel modo più comprensibile e piacevole possibile. Anche se all'inizio l'ho fatto solo per non lasciar sbiadire troppo in fretta i miei ricordi, sono ben consapevole dell'effetto che un blog pubblico come questo ha all'esterno. Oltre duemila visite parlano da sole e sono molto felice di questo vivo interesse. Ma se avete letto tutto questo e ancora non vi è venuta voglia di mettervi in cammino su uno dei tanti cammini di pellegrinaggio, allora non posso più aiutarvi. Sarei felice per ognuno che invece si sentisse ispirato dalle mie righe. Se avete domande, sono ben disposto a rispondere, volentieri anche personalmente per mail. E se poi, al vostro ritorno, magari lasciaste qui un commento raccontando com'è andata, per me sarebbe la ricompensa per tutto questo lavoro. Fino ad allora vi saluto con un

Buen Camino!

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Il cammino in Camino Ninja

L'Ökumenischer Pilgerweg da Görlitz a Vacha è il tratto tedesco della Via Regia. Tutte le tappe, la mappa e gli ostelli per pellegrini li trovi in Camino Ninja alla voce Via Regia Deutschland.