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Camino Primitivo: da Oviedo a Santiago in 16 giorni

Andrea e Gert Kleinsteuber percorrono in quattro il Camino Primitivo da Oviedo a Santiago nel settembre 2012 – racconto tappa per tappa.

8 ottobre 202617 min di lettura
Camino Primitivo: da Oviedo a Santiago in 16 giorni

Nel settembre 2012 Andrea e Gert Kleinsteuber hanno percorso in 16 giorni il Camino Primitivo da Oviedo fino a Santiago de Compostela – in quattro, insieme a Jana, l’amica di Andrea, e a Jörg, l’amico di Gert. Gert racconta con grande ricchezza di dettagli ogni tappa, gli albergue, i compagni di cammino e le particolarità del Primitivo.


Giorni 1 e 2: il viaggio

Il nostro viaggio è cominciato il 6/9 alle 22.30 all’aeroporto di Halle/Lipsia. Con Ryanair abbiamo volato fino a Londra Stansted. Lì abbiamo dovuto passare la notte, perché la coincidenza per le Asturie c’era solo il giorno dopo.

Noi siamo mia moglie Andrea, la sua amica Jana e il mio amico Jörg.

Andrea e io avevamo già percorso nel 2011 il Camino Francés da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago de Compostela e nel maggio 2012 eravamo stati in cammino su un tratto della Via Regia da Lipsia a Eisenach. Jana è una novellina del Camino e Jörg nel 2010 aveva dovuto interrompere il suo primo Camino ad Astorga, dopo circa 500 chilometri, per un infortunio. Insomma, un po’ di esperienza l’avevamo già, anche Jörg, che però aveva una motivazione speciale per raggiungere questa volta la meta, mentre Jana con il Primitivo aveva scelto un esordio durissimo e aveva un po’ sottovalutato la faccenda. Ma, per anticiparlo subito: tutti noi siamo arrivati alla meta.

In quattro sul Cammino di Santiago? Si può fare? Sì, si può, se ognuno mette un po’ da parte il proprio ego e se ci si accorda su alcuni principi. Un principio, per esempio, era restare insieme e regolare la velocità su quella del più debole. Un altro, che uno assumesse il ruolo di capo, per non perdersi in discussioni infinite quando le opinioni divergevano. Questo ruolo è toccato a me, visto che mi ero già occupato della pianificazione delle tappe e del viaggio. Inoltre ho un discreto senso dell’orientamento e mi ricordo abbastanza bene i nomi dei luoghi.

Il cammino era lo stesso. La meta era la stessa. Perché no, allora? Col senno di poi devo però ammettere che a volte non è stato facilissimo, soprattutto quando le abitudini si scontravano. Per esempio l’alzarsi: da pellegrino rispettoso ti rigiri un’oretta nel letto per lasciar dormire gli altri. Da solo prenderesti la tua roba e partiresti. Non vuole essere un rimprovero, solo una valutazione personale. Mia moglie e io andiamo d’accordo da 35 anni. Sul Camino Francés del 2011 una cosa del genere non era stata affatto un problema. Eppure è stato un bel periodo passato insieme sul Primitivo e non vorrei averlo perso. Ci siamo divertiti molto e abbiamo superato insieme parecchie prove. La sera non c’erano problemi di comprensione quando ci si voleva raccontare le esperienze della giornata. E nelle difficoltà uno aiutava l’altro. Questo unisce.

Da soli sul Primitivo può capitare di restare davvero soli per giorni, anche se ci sono altri pellegrini. Per via della nostra provenienza abbiamo purtroppo imparato le lingue straniere sbagliate e siamo anche un po’ pigri con le lingue. Così una conversazione profonda diventa difficile, o meglio affatica enormemente entrambe le parti, tanto che presto passa la voglia. Dato che sono sempre stato in cammino con mia moglie, mi immagino anche molto difficile stare praticamente da solo per tanto tempo: scoppierei con tutte le impressioni e le esperienze trattenute.

Molti pellegrini raccontano che solo pochi tedeschi affrontano questo cammino piuttosto impegnativo. Noi non possiamo confermarlo del tutto. Solo nel nostro periodo sul Primitivo c’erano fino a 7 tedeschi o persone di lingua tedesca (se vogliamo contarci anche il Wiener Schmäh di Gabi o lo svevo di Jürgen – noi sassoni, per fortuna, un dialetto non ce l’abbiamo mica!). Dall’albergue di Herminia a Campiello in poi erano ancora di più. In molti albergue erano quasi la metà dei pellegrini.

Ma torniamo al viaggio:

La ricerca di panchine dell’aeroporto senza braccioli in mezzo ha avuto presto successo e, dopo aver festeggiato il compleanno di mia moglie con pasticcini e Rioja, la notte sulle panchine o sul materassino è stata più comoda e tranquilla di quanto avessimo temuto.

Gli zaini li avevamo con noi come bagaglio a mano. Per i bastoncini, i coltelli, i liquidi, la piccola torta con candelina e due bottiglie di Rioja (per il compleanno di mia moglie) avevamo spedito uno scatolone comune fatto con le nostre mani, che prima è stato guardato con sospetto ma alla fine, dopo un’immediata radiografia, è stato accettato al banco dei bagagli fuori misura. “Ma dove deve andare?”, mi ha chiesto l’impiegata vedendo il mio abbigliamento e lo scatolone. Sul Cammino di Santiago, la mia fiera risposta. La voce si è sparsa in fretta e così già al gate di Lipsia ci hanno augurato buon cammino.

7/9/2012, ore 11.30: proseguimento in volo per le Asturie con EasyJet

Di nuovo mi è toccato andare al banco dei bagagli fuori misura per via della scatola di cartone. Ma dove sta scritto che bisogna imbarcare una valigia prodotta in fabbrica? Il tutto diventa una prova di pazienza, perché davanti a me fa il check-in una rock band con casse enormi.

Alle 15.30 siamo sull’autobus per Oviedo, perché l’aereo era arrivato perfino in anticipo e la mia valigia di cartone ha superato il volo senza grossi danni.

Poco prima delle 17 arriviamo all’albergue di Oviedo, dopo aver distribuito alla stazione degli autobus il contenuto della “valigia” negli zaini e aver poi buttato la scatola vuota.

Davanti all’albergue ci sono già un sacco di pellegrini. Contiamo gli zaini – sì, ce la facciamo! La maggior parte dei pellegrini veniva dal Camino del Norte, alcuni però anche da León, e si vedeva. Molti infatti avevano già fasciature o camminavano un po’ storti. Dev’essere un cammino piuttosto difficile quello attraverso i Picos, pensai. Ma anche il Primitivo ci avrebbe insegnato a sudare.

Dell’albergue siamo piuttosto delusi. Che gli albergue sul Primitivo non raggiungessero il livello di quelli sul Francés, ce lo aspettavamo. Ma che una città così bella e grande come Oviedo non offra di più ai pellegrini ci ha un po’ stupiti. Si pensi che qui si incontrano tre cammini! E così l’albergue si è riempito in fretta e speravamo che non tutti quelli che dormivano qui volessero fare il Primitivo. Perché altrimenti nei giorni seguenti avremmo avuto un serio problema di letti.

Gabi (Gabriela Krause – che nome per una viennese) ci ha poi chiarito la situazione. Parlava molto bene lo spagnolo. All’inizio l’avevo anche presa per una spagnola, perché in effetti non sembrava affatto un’austriaca e chiacchierava animatamente con alcuni spagnoli. Ci accompagnerà nelle due tappe successive. “Quasi tutti finiscono qui a Oviedo. Solo 6 degli spagnoli, due polacche e un olandese vanno sul Primitivo”, furono le sue parole un po’ rassicuranti. Poi ho fatto il conto: con noi 4 e Gabi siamo già 14, e questo non ce l’aspettavamo.

Dopo un giro per la città, la visita della cattedrale e del mercato coperto, l’acquisto di un po’ di provviste per il cammino e una piccola cena di benvenuto davanti alla cattedrale, si va a letto.

Giorno 3: Oviedo – San Juan de Villapañada

A settembre in Spagna fa davvero giorno solo dopo le otto, e noi vogliamo pur vedere qualcosa del paesaggio e dei paesi. Non così gli spagnoli: sono quasi tutti già partiti quando ci alziamo alle 7 e fuori è ancora buio pesto. Mentre preparo la colazione borbottando tra me e me, dall’altro angolo della stanza arriva: “Ah, ma sei di Lipsia pure tu?” – Philine, di Leipzig-Lindenau. Con i suoi 20 anni è in cammino tutta da sola, vuole fare anche lei il Primitivo e porta al collo una vecchia reflex Praktica, cosa che ha acceso ancora di più il mio interesse.

Quindi eravamo già almeno 15. Ma di questa compagnia ero proprio contento, e non ero l’unico.

Alla periferia di Oviedo

Alle 8 siamo partiti e nel vicino panificio abbiamo comprato ancora quattro panini, stupendoci del prezzo alto. 5 euro per 4 panini – sono pazzi questi spagnoli!!

Attraverso la bellissima città, sopra la quale il sole cominciava appena a splendere, abbiamo trovato abbastanza in fretta la strada giusta e incontriamo di nuovo Gabi, che resta con noi tutto il giorno, anche se di sicuro è molto più veloce. All’inizio dà un po’ sui nervi con il suo chiacchiericcio continuo. Fa l’event manager e lì sembra stare il motivo della sua agitazione.

Prima deve staccare dalla quotidianità. E ci riesce anche abbastanza in fretta, diventando di ora in ora più simpatica. Finalmente fuori dalla città.

Camminiamo a passo svelto tra prati in mezzo ad alti rovi di more. Qua e là un piccolo villaggio, attraverso il quale passa qualche deviazione. Così però si evita l’asfalto, sul quale in alcuni punti sarebbe stato di sicuro più corto e non così ripido. Ma in ogni caso così era più bello.

La lunghezza delle salite e delle discese resta ancora nei limiti e la nostra forma sembrava buona in questo primo giorno, così abbiamo deciso di andare fino a San Juan de Villapañada, come avevo pianificato fin dall’inizio. Il profilo altimetrico del Primitivo ci avrebbe messi alla prova a sufficienza e così avevo pensato di sfruttare subito la prima tappa per avanzare per bene, anche se l’esperienza dice che in camminate così lunghe, di diverse settimane, bisogna partire piano. Così però già il primo giorno facciamo un bel po’ di metri, anzi di chilometri. Eppure avevamo l’impressione di non avanzare davvero.

Questa impressione si sarebbe rafforzata ancora di molto nel corso del Primitivo.

Nel tempo che su gran parte del Camino Francés si mette in conto per 30 chilometri, sul Primitivo se ne fanno di solito solo 20. Il continuo saliscendi logora parecchio la forma e sulle discese ripide purtroppo non si riesce ad andare più veloci che sulle salite che fanno sudare. E non si riesce nemmeno a riflettere davvero, come spesso capitava sul Camino Francés, dove non avevi altro da fare che mettere un piede davanti all’altro e ogni tanto bere o mangiare qualcosa. Qui bisogna stare sempre attenti al sentiero davanti ai piedi, che non è mai pericoloso ma spesso è molto sassoso, stretto e impervio. Qui non ci sono larghe autostrade dei pellegrini che corrono dritte accanto alla strada nazionale. Qui a volte si passa tra i cespugli su sentieri invasi dalla vegetazione o su ghiaioni lungo pendii molto ripidi. La segnaletica invece è ottima.

Bisogna proprio essere distratti forte per perdersi.

Da qualche parte dietro un bar chiuso, che almeno ci rifornisce di acqua fresca, facciamo colazione e intanto sveliamo il mistero del prezzo alto dei panini. Nel panino era cotto dentro un chorizo. Il mio amico Jörg è vegetariano e con questo aveva un problema serio. Alla fine però siamo riusciti a sfamarlo con mele e frutta secca portate da casa. Si prosegue attraverso un paesaggio sempre più bello. Lontano a est si vedono i grigi Picos de Europa brillare al sole. La visibilità è piuttosto buona e una brezza tiepida ci soffia sul viso.

Ma puntuale alle 14 all’improvviso fa molto caldo, un fenomeno di cui avremmo sofferto più e più volte. Fino ad allora era stato un tempo piuttosto piacevole per camminare, con temperature sopportabili. Finora si era passati spesso per il bosco ombroso. Ma adesso cominciamo a sudare davvero, quando prima di Grado si va su strade provinciali e su una sterrata polverosa.

Il primo bar di Grado è nostro. È giorno festivo in Galizia e quindi la scelta non è granché. Dopo un café con leche o una fresca cerveza grande (a seconda dei gusti) in un bicchiere ghiacciato tirato fuori dal congelatore e qualcosa da mettere sotto i denti, si attraversa Grado alla ricerca di viveri per la cena. Oggi vogliamo cucinare noi. Troviamo qualcosa solo in un piccolo distributore all’uscita del paese, dove facciamo scorta di pasta, concentrato di pomodoro e naturalmente vino tinto.

Le borse tirano parecchio sulla lunga strada fino all’albergue, che si trova qualche chilometro fuori dal paese. Soprattutto subito dopo Grado ci aspetta una bella salita ripida di 400 metri. Poi, alla deviazione dal Camino, solo un’ultima piccola salita fino a Villapañada e al crepuscolo raggiungiamo l’albergue. Ci accoglie con un bicchiere d’acqua l’hospitalero volontario Domingo, che per di più ha anche dei letti per noi. L’albergue è accoglientissimo e non dobbiamo nemmeno preoccuparci di cucinare. Ha già pensato a tutto Domingo e ci sediamo a una tavola apparecchiata. Perfino il nostro vegetariano viene curato con affetto e riceve il suo pasto sin carne (senza carne). In cambio lasciamo volentieri i viveri che avevamo comprato per chi verrà dopo. Ragazzi, eravamo distrutti. Nella guida c’è scritto 29 chilometri. Gabi però diceva che il suo GPS segnava 33 chilometri. E così si sentivano anche i miei piedi. Senza darlo a vedere, ho risposto: “Eh, con tutte le volte che sei andata a fare pullern!” – una parola di cui finora non conosceva il significato. Da quel momento l’ha usata sempre. “Accidenti, dai sassoni abbiamo imparato di nuovo qualcosa” – dice. Tutti ridono e con una splendida vista su Grado ci godiamo la fine della giornata davanti a una bottiglia di rosso, pregustando la prossima.

Giorno 4: San Juan de Villapañada – Salas

Di nuovo quasi tutti gli spagnoli sono già partiti. Conosceranno già la zona e non gli dà fastidio procedere a tentoni nel buio, penso.

Partiamo di nuovo alle 8 e oggi non abbiamo così tanta strada. Sono solo 21 chilometri da Villapañada a Salas. Ma appena si torna sul Camino, si fa sul serio per la prima volta. È la prima salita un po’ più lunga (1,3 km) e in cima siamo contenti che faccia ancora piuttosto fresco. Direi 10-15 gradi – di più di sicuro no.

Lungo la nuova autostrada si torna subito giù ripidi e per la prima volta ci stupiamo della strada deserta. Dal tunnel non esce quasi nessun veicolo. Lo avremmo notato ancora diverse volte, così come il fatto che quasi tutti i lavori per completarla sembravano sospesi. Molti tratti sono solo a due corsie e alcuni consistono soltanto in piloni di ponti incompiuti.

Nemmeno la densità del traffico sulle strade provinciali parallele fa pensare che in futuro questa autostrada sarà sfruttata a sufficienza. Che qui si costruisca con i fondi UE senza che ce ne sia bisogno? Una domanda che ci siamo posti spesso su questo cammino, e non solo davanti alle strade.

San Marcelo in fiore

Alla fine della discesa attraversiamo il paesino di San Marcelo, decorato di fiori dappertutto. Dopo, un sentiero stretto attraversa un bosco scuro con un piccolo mulino ad acqua in rovina, dove c’era un ingorgo di pellegrini per via del bel soggetto fotografico.

Poi bisogna fare attenzione, perché il percorso cambia ogni tanto per i lavori dell’autostrada. Ed ecco che succede. Presso una grande cava ci trasciniamo sbadatamente, chiacchierando, dietro a un paio di spagnoli, che però dopo un chilometro vengono rimandati indietro da attenti abitanti del posto. Nel punto in cui avremmo dovuto svoltare decisamente a sinistra c’era solo una freccia fatta di sassi per terra, facile da non vedere. Anche la piccola freccia gialla su un cartello stradale non l’aveva notata nessuno. Be’, per fortuna ci sono gli asturiani, sempre gentili e aperti, che ti rimettono sulla retta via.

Monastero di San Salvador

Il sentiero nel bosco scende ripido. In fondo ci accoglie tutto agitato un cucciolo di labrador che ci sbava addosso. Poi si costeggia una piantagione di kiwi fino a Cornellana, dove subito dopo il ponte sul Río Narcea salutiamo Gabi. Oggi vuole arrivare fino a Bodenaya. Il cammino qui, prima del paese, gira a sinistra. Noi entriamo in paese e troviamo alcuni bar, uno dei quali scegliamo per una sosta.

Passando davanti al monastero di San Salvador si esce dalla città lungo il fiume.

Presto il cammino risale e si ha una bella vista su Cornellana. Il sentiero si snoda in un bosco in cui mi hanno colpito soprattutto le belle radici degli alberi coperte di muschio.

Salita dopo Cornellana

All’improvviso mia moglie è stesa davanti a me sul sentiero e, sdraiata sullo zaino come un maggiolino rovesciato, non riesce a rialzarsi da sola. Si è aggrovigliata così tanto con i bastoncini che devo aiutarla ad alzarsi. Dal ridere per poco non finivo a terra anch’io, tanto era buffa la scena. In “casi” così decisivi purtroppo non si ha mai subito la macchina fotografica in mano. Anche se devo ammettere che fotografo davvero tantissimo e in questo viaggio ho perfino girato qualche sequenza video. Alla fine saranno 2300 foto e 2,5 ore di girato da ordinare e selezionare. I video voglio montarli insieme alle riprese di Jörg in un film. Ma questo è un lavoro per l’inverno.

Presso una cava di sabbia prima di Llamas e sotto il paese di Quintana, a una bella fontana, ci fermiamo ancora una volta prima che il “caldo delle 14” colpisca di nuovo.

Albergue di Salas

Alle 15.00 però siamo già a Salas e troviamo l’albergue al pianterreno di un condominio nuovo. La chiave dovrebbe essere nel bar dietro l’angolo. Allora ci va Jörg… “La porta dovrebbe essere aperta!”, dice la simpatica barista sfoggiando il suo inglese. Bastava tirarla un po’ e ci saremmo accorti che non eravamo affatto i primi, come avevamo pensato all’inizio. Ci avrebbe anche stupito, con il nostro passo da lumaca.

L’albergue è piuttosto spartano ma pulito e in ordine (mio Dio – tipico tedesco! Mi ci sorprendo sempre di nuovo). Ci sono due camerate, una con una finestra piccolissima e una senza finestre. Per noi era rimasta solo quella senza finestra. Pazienza, andrà bene lo stesso, e tanto di notte gli spagnoli sbarrano tutto. Si vede che prendono freddo molto facilmente o sono abituati all’aria calda e viziata. Io comunque no, e si sarebbe visto.

Poi si torna al bar. La barista si rivela una fan della Formula 1 e, dato che in TV sta andando il Gran Premio di Monza (ma esiste in Spagna un bar senza la televisione accesa??), ci dà prova della sua competenza. Alonso è là davanti e quindi il mondo è in ordine. Dopo qualche birra spunta Philine con un signore più anziano. È Jürgen di Ulma, visibilmente felice di avere ancora più compagnia sassone. Dopo un allegro scambio sui nostri dialetti, capiamo molto presto che andiamo d’accordo. E così ci rivediamo quasi dopo ogni tappa. Jürgen è molto più veloce di noi e dorme quasi sempre in pensioni o hotel. Eppure ci si ritrova sempre sul Camino. Era stata la nostra esperienza anche sul Francés. Strano, davvero…

Il bar dietro l’angolo offre un ottimo menù del pellegrino. Ordino l’agnello e sono entusiasta dell’abbondanza e della preparazione. Dopo però mi ritrovo con la coscienza sporca e la pancia piena. Io che volevo lasciare sul Primitivo qualcuno dei miei chili di troppo. Ma se va avanti così… ? Poi si fa ancora un giro per Salas al crepuscolo per qualche foto e un “bicchiere della staffa”.

La notte poi sarebbe stata meno bella per me e forse anche per qualcun altro nell’albergue. I miei timori riguardo all’aria nelle camerate si sono confermati presto. Per più di un’ora sono rimasto sveglio, rigirandomi da un fianco all’altro e buttando via tutto quello che avevo addosso. Pensavo a quante volte quest’aria fosse già passata per altri polmoni o a quale percentuale fosse sfuggita ad altri orifizi del corpo. Sono andato nel panico e mi mancava il fiato. Allora ho lasciato la stanza e ho pensato di dormire con il materassino, che per fortuna questa volta avevo con me, e il sacco a pelo sulla panchina là fuori. Ma fuori stava cominciando a piovigginare. E adesso? Nell’ingresso ho accostato due elementi di un salottino un po’ malandato, ci ho messo sopra il materassino e poi me stesso nel sacco a pelo. Comodo era un’altra cosa. Prima avevo incastrato la porta d’ingresso con una fila di scarponi, in modo che non si chiudesse più da sola. Finalmente aria fresca! Un compagno di cammino, che forse aveva notato le mie manovre, aveva i miei stessi problemi o doveva semplicemente andare in bagno, si è avvicinato al mio giaciglio, ha scoperto la mia costruzione tieni-porta-aperta e mi ha mostrato il pollice alzato. Ben fatto!

Mi sono assopito, ma venivo regolarmente svegliato dagli elementi del salottino che si allontanavano. Verso le 3 poi fuori un gattino cercava la mamma miagolando forte. Lo si sentiva a diversi isolati di distanza. Era straziante. E poi il miagolio si è fatto sempre più vicino… “E adesso che fai se il gatto entra nell’albergue? Questo sveglia tutta la truppa…” La notte era andata. Ho fatto più o meno la guardia al gatto, ma verso le 5, credo, mi sono riaddormentato. Il gatto se n’era appena andato, quando i primi residenti hanno messo in moto le loro quattro ruote. Ho rinunciato, sono andato in bagno e alla toilette e, senza calca, ero già pronto a partire quando gli altri si sono alzati.

L’unico lato positivo? – Una cosa così non la dimentichi mai.

Giorno 5: Salas – Tineo

Gabi l’avevamo vista ieri per l’ultima volta. È andata avanti fino a Bodenaya. Se avessi potuto prevedere la notte, forse sarei andato avanti anch’io.

Durante la salita tosta subito dopo Salas, però, ho subito scartato questi pensieri. Nel caldo del pomeriggio sarebbe stato troppo.

Oggi sono di nuovo solo 20 chilometri. Ma, come ho già scritto, sul Primitivo non si avanza così in fretta.

Salita dopo Salas

Così all’inizio camminiamo in costante salita attraverso una specie di foresta pluviale. Sì, stamattina pioviggina un po’. Ma forse sono solo nuvole basse quelle che attraversiamo. Perché a tratti c’è anche parecchia nebbia.

Ragno nella nebbia

Ma questa nebbia incanta il mondo vegetale. Ovunque pendono grosse gocce dalle foglie e dai rami. Soprattutto le ragnatele mi hanno conquistato. E così non dispiace troppo che della valle che attraversiamo, descritta come molto bella, non vediamo granché.

A questo vitello abbiamo salvato la vita

Poco prima di Bodenaya un episodio che mi ha poi convinto del tutto che era stato giusto fermarsi a Salas: già da lontano sentiamo una mucca muggire forte. E quando ci avviciniamo, presso un muro alto circa 1,5 metri c’è un vitellino che la madre chiama agitata. Il vitellino era caduto attraverso il recinto giù sul sentiero e ora non riusciva più a risalire. I tentativi di spingere il vitello più avanti lungo il sentiero, verso un punto del pascolo da cui potesse tornare da solo dalla madre, sono falliti, perché era già troppo debole o forse non sapeva ancora camminare bene. La mucca era fuori di sé quando ci siamo avvicinati al suo piccolo. Ma non c’era niente da fare: mi sono fatto coraggio, ho raccolto tutte le forze, ho afferrato il vitello per le quattro zampe e l’ho sollevato di lato sul muro, tra i fili del recinto, fino al prato. Per fortuna si è subito rimesso in piedi e ha trovato subito anche le mammelle della madre. – Una bella sensazione, aver probabilmente salvato una vita. Anche se era “solo” una mucca. Per ringraziarmi il vitello mi ha fatto la cac… sulla camicia. E con gli zoccoli mi ha lasciato un graffio sullo stinco. Ma se fossi passato oltre, l’immagine di un vitello morto non mi sarebbe più uscita dalla testa. Quindi è stato un bene passare di lì oggi, anche se sarebbe stato certo possibile che qualcun altro lo aiutasse. Dopo una piccola pausa a La Espina il tempo è migliorato a vista d’occhio e siamo arrivati a Tineo sotto un sole splendente, senza vestiti da pioggia e con i piedi relativamente asciutti e puliti.

Sentiero incassato prima di Tineo

Lungo la strada si passa per splendidi sentieri incassati, piacevolmente ombreggiati e freschi durante il caldo che, come sempre, cominciava alle 14. Non voglio sapere come sono questi sentieri quando piove.

L’albergue di Tineo si trova in fretta, visto che è quasi all’ingresso del paese. Una sala piuttosto grande con molti letti a castello piuttosto ravvicinati. Ma ce n’erano ancora di liberi vicino alla finestra. Oggi il padrone della finestra sono io e così il problema dell’aria soffocante è scongiurato, almeno per ora. È seguita la solita routine: doccia, lavare e stendere il bucato, in paese, fare qualche foto, bere qualcosa, mangiare qualcosa, comprare qualcosa per le provviste del giorno dopo e per la cena. Che stasera è stata un po’ più spartana. C’era solo un po’ di formaggio, prosciutto e pane ai tavoli davanti all’albergue. Il paese in sé visto dall’alto è più bello di quando lo si gira. C’è un grande quartiere di case nuove e un piccolo centro storico, a cui segue una lunga via dei negozi. E basta.

Tineo

All’albergue devo assolutamente rimettere ordine nel mio zaino! L’anno scorso funzionava molto meglio. Sapevo esattamente in quale scomparto c’era quale sacchetto zip e dove erano le forbici, il coltello, i tappi per le orecchie o le batterie di ricambio per la macchina fotografica. Quando si è in quattro, non tutti portano tutto. Ci si dividono le varie cose. Così si risparmia peso, ma si è sempre alla ricerca di chi, per esempio, abbia in quel momento le mollette. – No, lo spazzolino ce l’aveva ognuno il suo!! Poi a letto e, se non ho russato io stesso, è stata una notte davvero buona e riposante.

Giorno 6: Tineo – Campiello (11/9/2012)

– Così buona che io, il mattiniero, non mi sono svegliato e Jörg ha dovuto svegliarmi. Be’, avevo pure qualcosa da recuperare.

In realtà avevo pianificato di arrivare oggi fino a Borres, nonostante la reputazione un po’ compromessa di quell’albergue. Ma volevamo avvicinarci il più possibile alla Ruta de los Hospitales. Sono solo 16 chilometri e così ce la siamo presa con calma.

Tineo nella nebbia

La salita dopo Tineo non permetteva comunque di andare veloci, perché dovevamo fermarci continuamente ad ammirare la vista fantastica della città che spuntava appena dalle nuvole.

Panorami dopo Tineo

Il sole che saliva creava giochi di colore sui banchi di nebbia sotto di noi e sulle catene montuose all’orizzonte. Era un piacere camminare qui e oggi i sentieri non ci sembravano neanche così ripidi.

Eravamo in gran forma, fisicamente stavamo bene (a parte Andrea che aveva un po’ di mal di schiena), quindi non sarà un problema fermarci già a Campiello da Herminia e accettare i 3 chilometri in più il giorno dopo. Avevamo deciso fermamente di fare la Ruta de los Hospitales e ne avevamo già un certo timore, soprattutto perché il tempo non era proprio stabile e su questo cammino si raccontava più di una storia da brivido. Purtroppo Wetter.com con le sue previsioni a 16 giorni aveva ragione. E proprio su questa tappa ci avrebbe aspettato il tempo peggiore della settimana.

Casa Herminia

L’intraprendente Herminia ci si è letteralmente buttata addosso. Raimund nel suo libro ci aveva già preparati a questo. Così all’inizio l’abbiamo affrontata con scetticismo. Ma quando abbiamo visto la camerata e i servizi, la nostra decisione era presa. Herminia, tra l’altro, non ha cercato di parlarci male di Borres. Più tardi però abbiamo saputo che lì non c’era acqua calda. Abbiamo pagato 23 € a testa per alloggio, cena e colazione, cosa che soprattutto dopo la cena ci è parsa molto ragionevole. Del nostro vegetariano si è occupata Herminia personalmente e anche per il resto, con tutto il suo spirito commerciale, mi ha fatto un’ottima impressione. La lavatrice extralarge l’abbiamo condivisa, così anche questa è stata un’impresa economica.

Herminia con Jana e Andrea

A cena eravamo a tavola con una coppia spagnola molto simpatica della nostra età e ci siamo divertiti un sacco a conversare con loro, aiutandoci con tutte le parti del corpo. Più tardi c’è stata di nuovo una bottiglietta di vino rosso con Philine e Jürgen.

Albergue Casa Herminia

Tornando indietro abbiamo poi assistito a un gioco a noi sconosciuto. Al bordo di un campo grande come due campi da pallamano affiancati, dietro una piastra di ferro cementata in obliquo verso l’alto, c’era una fila di birilli di legno. Dietro il campo (un prato) erano tese delle reti. Poi è entrato in gioco un lanciatore con una boccia di legno grande come un pugno. Con una tecnica di lancio strana ma abile scagliava questa boccia, da una distanza di circa 10 metri, sulla piastra d’acciaio, da cui rimbalzava facendo volare in aria un numero variabile di birilli. In fondo al campo c’era un altro che rotolava indietro le bocce cercando intanto di abbattere i birilli rimasti. C’era una grande lavagna su cui poi venivano scritti molti numeri. Di cosa si trattasse, nessuno di noi è riuscito a capirlo dallo svolgimento del gioco. E anche i compagni di cammino spagnoli sembravano un po’ perplessi.

Ci hanno provato comunque Jörg e lo spagnolo che sedeva al nostro tavolo. Lì si è visto chiaramente quanta pratica e abilità ci vogliano, perché tutti e due hanno colpito la piastra d’acciaio ma non un solo birillo. Unico risultato: una spalla dolorante e qualche abitante del posto divertito.

Quindi, se qualcuno sa come si chiama questo gioco e di cosa si tratta – sono molto curioso.

Giorno 7: Campiello – Berducedo

Oggi, dunque, la tappa regina. Almeno così ci sembrava.

Atmosfera di nebbia su Borres

Fino a Borres e poi fino alla deviazione per Pola de Allande si avanza bene su sentieri piuttosto comodi, così che i 3 chilometri in più quasi non si sono sentiti.

Brughiera sulla Ruta de los Hospitales

Dalla deviazione in poi si sale di continuo, più o meno ripidamente. All’inizio, ancora col sole, abbiamo potuto ammirare la splendida brughiera in fiore, ma poi, dopo il paesino di La Mortera, presso la cui cappella ci siamo fermati ancora una volta, il cielo si è coperto sempre di più.

Alla prima rovina ha cominciato a piovigginare, la visibilità era pari a zero e il vento si è un po’ alzato. Per noi questo non era ancora un motivo per non fare questo percorso. Era solo un peccato vedere così poco del mondo di montagna che la guida descrive in modo così suggestivo. Ma quel che non c’è, non c’è. E il tempo (per fortuna) ancora non lo si può influenzare.

Dopo l’Alto de Santa Marta, dove si sbuca sulla strada, almeno la nebbia si è diradata e si riusciva a vedere qualcosa giù in basso.

Visibilità zero dopo l’Alto de la Marta

Qui ci siamo fermati ancora una volta e ci siamo tolti definitivamente i poncho per quel giorno.

Ma solo poco prima del paesino di montagna di Montefurado, dopo aver superato la discesa da rompicollo su una pista di ghiaia, è tornato fuori il sole, e allora con tutta la sua forza.

Eravamo contenti quando abbiamo raggiunto il bar in posizione strategica all’uscita di Lago. Dopo caffè e birra (naturalmente non insieme) mancava solo un salto fino a Berducedo. Qui abbiamo dato solo un’occhiata veloce all’albergue, per constatare che qui non potevamo e non volevamo restare.

Alcuni si erano già sistemati sui materassini tra i letti e c’era un odore tremendo. Peccato che il nuovo albergue privato non sia ancora finito, anche se da fuori sembra pronto. E così la mancanza di concorrenza si riflette anche sul prezzo della pensione del posto. Anche i letti per pellegrini dell’albergue Camín Antiguo, che si trova nella stessa casa, erano già occupati. Così qui abbiamo dovuto sborsare 30 € a letto per la notte.

Be’, almeno la colazione era compresa e il bucato è stato lavato e asciugato. Così il prezzo si ridimensiona un po’. E anche la signora della casa era molto gentile.

Vista su Berducedo

Per la cena qui provvede uno dei due locali del paese, il bar “Casa Gago”. E per i 7 euro richiesti è stata piuttosto soddisfacente. Anche Philine e Jürgen erano di nuovo della partita e come bicchiere della staffa ci sono state poi ancora tre bottiglie di vino in camera. Un po’ brilli siamo andati a dormire. Chissà cosa penseranno di noi gli svevi…

Giorno 8: Berducedo – Grandas de Salime

Questa tappa sarebbe stata una delle più belle, anche se il profilo altimetrico prometteva parecchie gocce di sudore e ginocchia doloranti.

Lunga strada asfaltata ripida dopo La Mesa

Fino a La Mesa si va ancora piuttosto tranquilli. Poi però ci aspetta una lunga salita su una strada asfaltata, di cui neanche noi eravamo particolarmente entusiasti. Anche Raimund scriveva che non tutti i pellegrini se ne entusiasmano. Dall’alto però si ha una vista splendida su una parte del percorso fatto il giorno prima, se il tempo lo permette. Da noi andava bene. E così abbiamo visto anche in lontananza la terribile pista di ghiaia che scende dritta dall’Alto de Santa Marta.

Discesa verso il lago artificiale

Dopo aver lasciato la strada a sinistra, raggiungiamo Buspol, una fattoria storica con una piccola cappella. Da qui si vede già la meta del giorno, Grandas de Salime, e il lago artificiale sottostante – una vista splendida.

Ma questi luoghi già visibili sono ancora lontani e così una pista scende di continuo a tornanti giù fino al lago. Sulla sua acqua verde smeraldo si aprono sempre nuove viste fantastiche e io tiravo fuori la macchina fotografica di continuo. Ma poi all’improvviso il cielo si è di nuovo coperto. Un muro di nuvole scure non prometteva niente di buono. E subito abbiamo dovuto fare di nuovo una sosta forzata per infilarci poncho o giacche impermeabili. Meno male che l’acquazzone è durato poco e così abbiamo potuto presto rimettere via la roba da pioggia.

Con le ginocchia doloranti abbiamo raggiunto la diga.

Un consiglio accorato per tutti quelli che vogliono passare di qui: andate piano! Le vostre ginocchia ve ne saranno grate nel resto del cammino.

La diga

Franco qui aveva certo in mente grandi progetti, come testimoniano comunque le molte brutte rovine sul versante opposto dietro la diga, dall’altra parte del fiume Navia. Da una piattaforma panoramica, a cui porta un breve tunnel a destra della strada, si ha una vista impressionante sull’impianto della diga, le sue installazioni elettrotecniche e la valle del Río Navia.

Ma la nostra meta intermedia troneggia su una rupe, come un nido d’aquila sopra il lago – un ristorante. Quell’ultimo chilometro dopo la diga spinge le ossa stanche a dare il massimo ancora una volta. È strano quali forze si liberano all’improvviso quando si vede già la meta. E così a volte, quando me lo chiedevano, ho anche detto un po’ più corto il tratto rimanente. Questa è psicologia!

Un cane enorme e impressionante ci ha accolti sulla terrazza esterna, da cui si ha una vista fantastica sul lago. Ma era molto assonnato – del resto era già l’ora della siesta.

Qui abbiamo incontrato anche Jürgen, che però stava già ripartendo. “Ci vediamo in ogni caso a Grandas!”

Non ne avevo il minimo dubbio.

Panorama durante la salita a Grandas de Salime

Ce ne siamo stati parecchio tempo comodi sulla terrazza al sole, abbiamo mangiato e bevuto un bel po’. La salita successiva a Grandas de Salime ce l’eravamo quasi dimenticata. Saremmo rimasti volentieri qui.

Ma si va avanti! Lo Schinderhannes, come amano chiamarmi i nostri amici durante le escursioni tra le montagne del Vallese, spinge tutti a ripartire.

Il tratto successivo lungo la strada non è del tutto privo di pericoli. Soprattutto i rimorchi degli autoarticolati nelle curve ci passavano spesso pericolosamente vicini. Meglio cambiare lato della strada per camminare sull’esterno delle curve.

In alcuni punti si hanno di nuovo viste splendide sul lago e ci si stupisce di quanto in fretta si riprenda quota. Presto la locanda è già molto più in basso di noi. Finché la strada svolta verso l’interno. Poco dopo non bisogna perdere la deviazione per il sentiero nel bosco. Nel primo tratto è molto ripido, ma molto più bello e meno pericoloso della strada.

Albergue di Grandas de Salime

Con passo leggero si avanza spediti e così Jörg e io non ci siamo nemmeno accorti che le donne erano rimaste indietro. All’ingresso di Grandas però le abbiamo aspettate e siamo andati insieme all’albergue. Si trova in una bella casa bianca come la neve e ha due camerate. Tutto dava un’impressione molto ordinata. La figlioletta dell’hospitalera si esercitava con zelo a timbrare le credenziali. E così devo pensare a lei quando guardo i timbri e uno risulta un po’ più sbiadito. Eravamo molto sicuri di trovare ancora un letto libero qui, perché c’era ancora un dormitorio d’emergenza con 22 materassi. Ma quando l’ho visto mentre facevo il bucato, sono stato contento di non doverci dormire. Non auguro a nessuno di passare anche solo una notte in questo buco di scantinato senza un vero pavimento, meglio allora sotto le stelle. Di sopra invece è tutto impeccabile.

Municipio di Grandas de Salime

Partiamo per un giro della cittadina, molto interessante. Anche qui, come a Portomarín, durante il periodo franchista ci sono stati trasferimenti di popolazione per via del lago artificiale. E come Portomarín, il paese mi dà un’impressione di benessere. Si permettono un municipio sovradimensionato con un campanile in ferro battuto. Le file di case sembrano curate e la particolarità dell’architettura sono gli stipiti delle finestre decorati con intagli in legno.

Iglesia Parroquial de San Salvador

E davanti a un bar, ecco seduti Philine e Jürgen. Una breve chiacchierata, qualche birra e un giro per la città ci hanno accorciato l’attesa fino a cena. Jürgen ci ha tradotto i pannelli esplicativi davanti alla Iglesia Parroquial de San Salvador, un’imponente chiesa del XIII secolo che si trova nel centro del paese. E – miracolo – la chiesa è perfino aperta, cosa finora piuttosto rara su questo cammino. Si ruba troppo, si dice.

Dopo una piccola offerta, anche la custode non aveva più niente in contrario a qualche foto all’interno della chiesa.

La cena è stata di nuovo fin troppo abbondante, anche se all’inizio la signora della casa e anche la cucina sembravano un po’ in difficoltà per le nostre richieste vegetariane. Ma qui si vede quanto sia utile poter contare su qualcuno come Jürgen, che parla piuttosto bene lo spagnolo. Tutto d’un tratto si diventa molto più cordiali e alla mano, si capisce qualche battuta che altrimenti forse da entrambe le parti sarebbe stata del tutto fraintesa. Nemmeno un piccolo incidente con un bicchiere di vino, il cui contenuto è finito sui pantaloni di Jörg, ha potuto guastare l’allegria. Il cibo? Be’, buongustai gli spagnoli non lo sono proprio. Chi non ama un pastone di verdure e tonno annegato nella maionese, farebbe bene a girare alla larga dall’insalata russa che qui offrono dappertutto. Ma da pellegrini si è abituati a sopportare, anche col vino. Il vino tinto de la casa del posto non ha lasciato nemmeno macchie sui pantaloni di Jörg, per non parlare del sapore. Siamo proprio già viziati dal Rioja. Nelle Asturie è meglio bere vino bianco o sidra, quelli li sanno fare meglio.

Era già buio quando andiamo all’albergue. E per questo nel mio prossimo pellegrinaggio in Spagna preferirei di nuovo la primavera. Si ha di più dalla giornata. A maggio era già chiaro alle 7 e faceva buio solo verso le 21.

Domani si va in Galizia e con l’Alto del Acebo ci aspetta di nuovo un cammino impegnativo.

Giorno 9: Grandas de Salime – Fonsagrada/Padrón

Un «arco di nebbia»

La mattina era fredda e per i primi chilometri camminammo in una minestra grigia. Quando finalmente potemmo lasciare la strada provinciale e il cammino proseguì su uno stretto sentiero, all’improvviso si schiarì. Eravamo usciti dalle nuvole, che ancora restavano appese nella valle. E davanti a noi vedemmo un’apparizione che non avevo mai visto prima. La chiamai arco di nebbia. Come un arcobaleno, ma senza colori, l’arco bianco si tendeva davanti a noi sopra i campi. Sembrava irreale, ma sono comunque riuscito a immortalarlo in una foto.

L’albergue di Castro

Poi raggiungemmo Castro. L’ostello della gioventù del posto si trova proprio all’ingresso del paese, in una romantica casa di granito. Le foto della casa nella nebbia in parte attraversata dal sole sono venute davvero mistiche. A Castro, all’uscita del paese, sulla destra del cammino, c’è un grande sito archeologico. Qui si sta scavando una fortezza medievale dell’VIII secolo, il Castro de Chao Samartín. Purtroppo non avevamo tempo per guardarlo da vicino. Aprono solo alle 11.

Si prosegue su sentieri nei boschi e tra i campi, passando davanti a una piccola cappella, fino a incrociare la AS-28. Lungo questa si continua a salire sempre fino a Peñafuente.

Già qui, a circa 860 metri di quota, si scorge lo spettacolo che questa mattina ci regala: un cielo di un azzurro splendente e cime illuminate dal sole che, come isole, emergono da un mare di nuvole. Il sole sbianca la minestra di nuvole fino a renderla candida come la neve, così che i contorni delle montagne risaltano ancora di più. Sembra davvero un mare bianco con tante piccole isole su cui girano le pale eoliche. Più saliamo, più questa immagine diventa impressionante. Si può guardare dentro le baie della minestra di nuvole e vedere oltre una montagna che un’ora prima ancora ti torreggiava accanto.

Il confine con la Galizia

Ancora una ripida salita fino a un crinale costellato di pale eoliche, e poi abbiamo raggiunto il passo «Alto del Acebo» e con esso il confine con la Galizia. Un disadorno rilievo in pietra e una fila di pietre attraverso il sentiero segnano questo punto. Guardiamo verso la Galizia e constatiamo che anche lì il paesaggio non è diverso: lo stesso mare di nuvole con le cime delle montagne che spuntano fuori. Ma in lontananza si vede già la nostra meta, Fonsagrada. Fino a lì però sarebbe dovuto passare ancora parecchio tempo e sarebbero serviti ancora molti passi.

I nostri passi ci portarono anzitutto nella prima casa della Galizia. Com’era prevedibile, era un bar. Bevemmo caffè e Coca-Cola, mangiammo le provviste che ci eravamo portati e qualche bocconcino di pane bianco con carne arrosto che l’oste ci aveva messo davanti, e discutemmo su come procedere.

L’albergue di Fonsagrada / Padrón non è proprio grande, e così eravamo un po’ preoccupati per il nostro alloggio. Inoltre la schiena di Andrea non andava ancora meglio. E come avrebbe potuto, con il carico continuo e come antidolorifico solo qualche caramellina omeopatica che, con l’aiuto di Jürgen, avevamo trovato in una farmacia a Grandas de Salime. Andrea non può prendere la maggior parte degli antidolorifici perché deve assumere regolarmente anticoagulanti. Per esclusione restavano solo le «caramelline». Beh, magari entro Natale faranno effetto. E così decidemmo, ben sapendo che negli albergue pubblici non è tollerato occupare letti per altri, di separarci: Jörg e io saremmo andati avanti per procurarci qualche letto. E se ne avessimo avuti solo due, non sarebbe stato poi così grave. Per casi del genere noi due ci eravamo portati un materassino a testa. Così almeno le donne avrebbero potuto dormire nei letti.

In parte su sentieri nel bosco o su larghe piste sterrate accanto alla strada, il resto del tragitto si allungò a dismisura. Ed eccola di nuovo, la temuta calura delle 14. L’ultima salita prima di Fonsagrada fu particolarmente dura per me, e anche la mia acqua era finita. Jörg l’avevo perso di vista già da un pezzo. Aveva con sé anche le nostre credenziali. Le sue gambe sono almeno una volta e mezza più lunghe delle mie e per questo è anche molto più veloce. Ma non doveva nemmeno aspettarmi. Questo avrebbe ridotto ulteriormente le nostre possibilità di trovare un letto. Che anche qui sul Primitivo cominciasse la corsa ai letti mi ha profondamente deluso. E non riesco a uscire dalla mia pelle e mi faccio le mie preoccupazioni su dove potremo passare la notte. Contro i giovani spagnoli non abbiamo nessuna possibilità, e partire di corsa al buio sarebbe ancora peggio per l’umore.

Fonsagrada

Fonsagrada mi ammassò accanto le sue case più brutte come una specie di parete attrezzata, quando finalmente ebbi la meta davanti agli occhi. No, quello che ho visto di questo posto non era davvero una bellezza. Ma ti prego, fammi trovare un posto per dormire!

Padrón è una frazione di Fonsagrada e si trova circa 1 chilometro dopo il paese. È un piccolo villaggio, al cui margine si trova l’albergue, in una casa antichissima. L’hospitalera mi accolse cordialmente nella sala comune molto rustica, prese il suo registro e lì lessi già i nostri nomi. Voleva solo sapere chi dei ritardatari fossi io. Sembro già una donna? Cominciai a preoccuparmi seriamente.

Dopo aver lasciato scarpe e bastoni, salii in calzini la scala di legno scricchiolante. Dietro la prima porta, che aprii con una chiusura dall’aspetto molto medievale, c’era già Jörg, che si era già fatto la doccia. Accidenti, ha funzionato! Abbiamo persino una camera da quattro. Tutte le preoccupazioni erano state inutili. Ma meglio così, pensai, che trovarsi spensierati davanti a un albergue pieno.

Un’ora e mezza dopo arrivarono anche le donne, con la faccia paonazza. Anche loro erano piuttosto sollevate di aver trovato un alloggio così carino.

Cena nell’albergue di Padrón

Ora restava ancora un problema: il cibo. C’era solo un distributore di snack e bevande. Dal distributore di benzina di Fonsagrada avevo già portato acqua e birra, almeno quanta riuscivo ancora a portarne oltre a me stesso e al mio zaino. Jörg e io ci offrimmo di tornare ancora una volta in paese. Tornare indietro su un cammino di pellegrinaggio! – ma dove si è mai visto? I pellegrini sono pigri a camminare, ho letto una volta nel forum. E in un certo senso è vero. Tutto ciò che si dirama a destra e a sinistra del cammino è tabù – e adesso addirittura tornare indietro? Non ci restava altro da fare, e poi eravamo arrivati alla meta del giorno, e lì la regola non vale in modo così rigido. In un supermercado trovammo tutto quello che ci serviva per la sera e per il giorno dopo, compresa una grande tanica d’acqua. L’acqua del rubinetto in Spagna si può bere ovunque senza problemi, ma è molto clorata. E se poi te la porti dietro tutto il giorno nella borraccia, non ha proprio un buon sapore. In caso di necessità, però, lungo il cammino si può bere anche l’acqua del rubinetto.

Con le borse di plastica e la tanica in mano, la strada fino a Padrón sembra lunga il doppio.

Andrea e Jana nel frattempo si erano riprese abbastanza bene, e così potemmo gustarci la cena insieme a Philine e Jürgen.

Giorno 10: Fonsagrada/Padrón – Cádavo Baleira

Contagiati dall’agitazione generale, ci alzammo anche noi piuttosto presto. Ai pochi lavandini e orinatoi c’era un po’ di ressa, ma per il resto tutto filò via molto rapido e disciplinato. Siccome però fuori era ancora molto buio e per giunta c’era nebbia, ce la prendemmo comoda con la colazione. Preparai con tutta calma il nostro caffè solubile. Non era paragonabile al solito café con leche dei bar, ma era comunque bevibile. Erano avanzati anche un po’ di pane e formaggio della sera prima, più qualche striscia di mela e di pesca: bastava così.

Solo verso le 8, quando cominciava ad albeggiare, partimmo anche noi. 23 chilometri fino a Cádavo Baleira, non sembrano molti. Ma il continuo saliscendi anche oggi non ci faceva quasi avanzare.

Fuori dalla nebbia

All’inizio si andava più o meno parallelamente alla LU-530 su piste e sentieri nel bosco. C’era ancora parecchia nebbia e faceva freddo. Le nuvole si erano di nuovo impigliate nelle valli. Ma poiché salivamo, presto rivedemmo l’immagine ormai familiare. Le nuvole illuminate dal sole ondeggiavano intorno alle cime del paesaggio collinare galiziano e noi stavamo lassù sopra di esse. Dopo il villaggio di Montouto si sale ancora una volta con decisione e si supera di nuovo quota 1000 metri. A 1030 metri avevamo raggiunto il punto più alto della tappa di oggi. Il panorama è di nuovo fenomenale. Poi si scende di nuovo ripidi attraverso un bel bosco. Poco prima di immergerci di nuovo nella «minestra di nuvole», raggiungemmo l’accoglientissimo bar «Meson».

Casa Meson

Decidemmo di mangiare e bere qualcosa qui, ed è stata un’ottima decisione. Perché i bocadillos erano enormi, tanto che dovetti dividerne uno con Andrea. Uno intero non ce l’avremmo fatta nessuno dei due.

Qui decidemmo di nuovo di adottare la stessa tattica del giorno prima. Mancavano ancora 13 chilometri e davanti a noi c’era ancora un passo, l’Alto de Fontaneira. Jörg era il più veloce e ricevette di nuovo le nostre credenziali. Tentar non nuoce.

Così ci incamminammo, senza fretta. Avevo ancora occhi per i dintorni e mi sono preso il tempo per qualche foto e qualche ripresa video. Il sentiero all’inizio correva un po’ sopra la LU-530 ed era piuttosto bagnato per via di diversi ruscelli che lo attraversavano. Con la pioggia questo tratto dovrebbe essere quasi impraticabile. Poi si attraversa la strada verso sinistra e si scende per un bel pezzo piuttosto ripidamente fino al villaggio di Degolada.

Questo mi rese piuttosto nervoso, perché pensavo proprio che per arrivare al passo si dovesse salire. E poi eccola, una lunga e ripida salita in mezzo a un bel bosco fino al paese di A Lastra, dove si ritrova la strada. La salita era così ripida che dovetti fermarmi più volte. Se fossi rimasto sulla strada, mi sarei sicuramente risparmiato questa fatica. Perciò un mio consiglio: se sei già un po’ sfinito o già acciaccato, resta qui sulla strada. In ogni caso, con la pioggia o con la tempesta bisognerebbe restare sulla strada. Sul sentiero si vedeva che l’acqua lo usa come letto di fiume quando piove a lungo, e nel bosco vidi molti alberi caduti.

Dopo A Lastra perciò rimasi sulla strada e salii all’Alto de Fontaneira sul suo lato sinistro. Il profilo altimetrico mi mostra che in questo modo si risparmiano anche alcuni metri di dislivello. Se quel giorno fossi stato più in forma, avrei sicuramente preso il sentiero nel bosco, ma così per me era più importante arrivare.

A Fontaneira mi concessi ancora una birra veloce in piedi e affrontai l’ultimo tratto, che poi scende quasi sempre fino a Cádavo Baleira.

All’ingresso del paese, subito a destra, si vedeva già l’albergue. E proprio lì mi venne incontro Jörg, e non aveva una faccia felice.

Questa volta il nostro piano non aveva funzionato. Erano rimasti liberi solo 5 letti e dietro di lui c’erano 6 spagnoli, che naturalmente capirono cosa voleva Jörg e cominciarono a parlare fitto all’hospitalero. Jörg dapprima ha fatto finta di niente, come se non capisse. Poi ha ringraziato educatamente per la pazienza e se n’è andato.

Non possiamo certo lamentarci. Gli spagnoli erano nel giusto e noi sapevamo che non si possono prenotare letti per altri. Senza rancore ci trasferimmo nel bar lì vicino e lì ottenemmo due camere doppie a 30 euro l’una.

Beh, cosa si può volere di più. Tutto si sistema, dice sempre Jörg. È molto più tranquillo di me e dovrei imparare un po’ della sua serenità.

Ci sedemmo nel bar, bevemmo una birra e aspettammo Andrea e Jana, che avevamo già avvisato per telefono di dove fossimo. Un’ora dopo erano anche loro nel bar, distrutte ma felici.

Mentre lavavamo il bucato, di nuovo un episodio piuttosto divertente:

Già sul Francés l’anno prima avevamo stabilito che ognuno si lava la propria roba. E così presi le mie cose e andai nella lavanderia. Beh, era una specie di fienile con dentro ogni genere di cianfrusaglia. Sul lavandino c’era una bottiglia e pensai: ah, bene, così non devo usare il mio detersivo, che tanto stava per finire. Allegro feci scorrere l’acqua nel lavandino e ci versai una bella dose del prodotto. Dai miei calzini uscì una brodaglia nera, come se li avessi portati per sei mesi. Un po’ stupito li sciacquai, per immergerli subito di nuovo nella soluzione. Di nuovo quella brodaglia nera. «Mio Dio, che sporcaccione che sei!» pensavo ancora. Finché l’odore di cloro non mi salì al naso. Nella bottiglia c’era candeggina e per un pelo non mi ritrovai con dei calzini bianchi. Anche la mia camicia scura a quadri era diventata un po’ più chiara. Ecco cosa succede quando non si ha la minima idea. Ma a Jörg andò esattamente allo stesso modo. Tra l’altro qui ha perso un paio dei suoi bei calzini Wollpower. Abbiamo messo sottosopra tutti e quattro gli zaini. Sono spariti fino a oggi. A proposito, visto che siamo in tema di calzini: posso solo consigliare questi calzini Wollpower. Si trovano da Globetrotter, costano circa 16 € e sono fatti principalmente di lana merino e di un tessuto misto sintetico. Non hanno zone funzionali e nemmeno la «R» e la «L» sui calzini. Hanno un aspetto del tutto anonimo. MA! Ho una forte tendenza a farmi venire le vesciche ai piedi e nei miei cammini precedenti non me la sono mai cavata senza vesciche. Allora portavo i Falke TK2 coolmax – nemmeno quelli un brutto calzino, comprati e portati spesso. Ma solo con i calzini Wollpower quest’anno sono rimasto completamente senza vesciche fino alla fine del cammino, e per me è stata una sensazione di camminare del tutto nuova. Avevo persino rinunciato al mio amato sego di cervo.

Una sfida particolare per la combinazione piedi, calzini e scarpe sarebbe però arrivata ancora dopo Santiago, sul Camino Finisterre. Ma di questo più avanti.

Dopo il disastro del bucato andammo in paese. Non ha nulla di speciale e a noi interessava solo un piccolo supermercado. Un po’ di frutta, qualcosa per la sera e per il lungo cammino verso Lugo del giorno dopo: tutto questo lo trovammo qui. Strada facendo incontrammo naturalmente di nuovo Philine e Jürgen, con cui ci demmo appuntamento per il menù del pellegrino nella nostra pensione.

Il menù del pellegrino fu di nuovo eccellente. Io presi una specie di arrosto di maiale, meravigliosamente tenero, che però non riuscii a finire. Anche il salmone alla griglia aveva un ottimo aspetto. Il menù era alla carta e Jürgen ci aiutò di nuovo molto nella scelta. (Mi viene di nuovo l’acquolina in bocca!) Anche il vino tinto de la casa questa volta era un po’ migliore. Però ci eravamo già riforniti al supermercato di qualcosa di meglio, che la sera facemmo fuori accanto al bar. All’improvviso la signora della casa uscì fuori. Mi aspettavo una sfuriata, perché stavamo bevendo il nostro vino portato da fuori ai suoi tavoli. Lei invece si preoccupava soltanto perché l’illuminazione esterna non funzionava e noi eravamo seduti al buio.

Ma immaginatevi una cosa del genere in Germania…

Giorno 11: Cádavo Baleira – Lugo

Oggi una tappa che promette di essere un po’ più pianeggiante. In compenso si cammina di tanto in tanto sull’asfalto, cosa che però non mi disturba particolarmente, perché così si ha la possibilità di camminare un po’ più rilassati e di osservare il paesaggio mentre si va, dato che non bisogna stare continuamente attenti al sentiero e ai piedi

Alba dopo Cádavo Baleira

Nella pensione c’è anche la colazione. E dopo aver mandato giù l’immancabile café con leche grande o solo insieme a un croissant, partimmo. Era ancora piuttosto buio e le luci di Cádavo Baleira si vedevano ancora a lungo. All’orizzonte si formò una striscia arancione che si allargava sempre di più e presto illuminò i dintorni. Prometteva di essere di nuovo una bella giornata di sole. Dopo Cádavo il terreno salì ancora un po’, così che quasi non sentimmo il fresco del mattino. Ci scaldammo camminando.

Poi si procedeva piuttosto comodamente, in leggera discesa, attraverso un’ampia zona boscosa. Poco prima di Vilabade ci soffermammo a osservare una chiesa piuttosto grande, che sorge in un boschetto e davanti alla quale, nel bosco, si trovano molti tavoli e panche. Considerando la grandezza dell’area, dev’essere molto importante. Sopra l’ingresso ci sono tre stemmi interessanti e alla porta dell’ingresso laterale era appoggiata una grande croce di legno. Tutto sembrava molto interessante e risvegliò la nostra curiosità. Purtroppo anche questa chiesa, come la maggior parte qui, era chiusa. Diversamente a Vilabade: con nostra sorpresa questa chiesa, piuttosto sovradimensionata per il piccolo paese, era aperta e una signora gentile ci accolse e distribuiva timbri sulle nostre credenziali, cosa che accettammo volentieri. Perché, rispetto all’anno prima, c’era spazio a sufficienza per i timbri. Sul Camino Francés ad Astorga avevamo dovuto allungare la nostra credencial comprandone una nuova, tagliando via il primo foglio e attaccando il resto con il cerotto a quella già piena di timbri.

All’ufficio del pellegrino a Santiago, tra l’altro, non hanno avuto nessun problema. A questo proposito Jörg ci raccontò un episodio divertente del suo primo Camino, nel 2010: una donna tedesca, che a quanto pare considerava la credencial particolarmente a rischio, aveva paura che si bagnasse e a casa l’aveva plastificata. È rimasta sì bella pulita e asciutta, ma un timbro non aveva molte probabilità di sopravvivere.

Ma ora torniamo al cammino:

Chiesa di Vilabade

Osservammo l’interno della chiesa riccamente decorato, lasciammo una piccola offerta e proseguimmo.

All’improvviso ci giunsero alle orecchie suoni insoliti. Arrivammo a una recinzione di ferro bianca di una proprietà ben curata e cercammo di individuare la fonte del canto, ormai ben distinto. La musica veniva da un albero. Il proprietario vi aveva nascosto un altoparlante e trasmetteva una funzione del mattino. Restammo fermi un po’ ad ascoltare, poi però proseguimmo un po’ perplessi. Che cosa poteva significare? Le chiese relativamente grandi, la grande area lontano dal paese e adesso la trasmissione pubblica di una messa da un melo: dovevamo trovarci in una zona molto devota. E poi era domenica.

A Castroverde, all’ingresso del paese, notammo subito il nuovo albergue. Qui erano già partiti tutti e stavano facendo pulizia.

In paese non seguimmo più le frecce gialle, ma continuammo lungo la strada principale verso il centro, in cerca di un bar aperto. Lo trovammo vicino alla piazza della chiesa, e c’era già un gran movimento. Mentre sul Francés a quest’ora i bar sono presi d’assalto quasi esclusivamente dai pellegrini, sul Primitivo erano piuttosto gente del posto, che già in mattinata passava qui il suo tempo, leggeva il giornale o discuteva ad alta voce del contenuto dei giornali. A me in realtà sembrava sempre che litigassero, quando più di due spagnoli parlano tra loro. Parlano tutti contemporaneamente, a un volume enorme e a una velocità vertiginosa, e ognuno sembra capire ognuno. Senza sapere di cosa si trattasse, spesso ascoltavo sbalordito.

Il cammino dopo Castroverde

Ecco, adesso comincia il viavai. Ci avviciniamo al segno dei 100 chilometri e già compaiono i primi «pellegrini in pullman». Un grande pullman turistico si fermò proprio sulla piazza della chiesa e sputò fuori una quarantina di pellegrini addobbati di conchiglie e bastoni da cammino. Il loro bagaglio minuscolo però ci rivelò che non avevano molta strada da fare. Si disposero per una preghiera davanti al municipio sulla piazza della chiesa e noi salutammo cordialmente, passando a passo svelto accanto alla folla. Volevamo guadagnare un piccolo vantaggio per non dover camminare con la massa rumorosa. Lo conoscevamo dal Francés, dove c’erano moltissimi gruppi così. Ma non avevamo nessuna possibilità. Già dopo poco i primi ci raggiunsero. E ancora oggi non sono sicuro di che cosa si trattasse in questa «gara». Ognuno del gruppo probabilmente voleva essere il primo a Lugo. Altrimenti non riesco a spiegarmi quell’andatura. Il tutto aveva un che di grottesco. Mi sforzai comunque di restare tollerante, anche perché non conoscevo i motivi di questa impresa. Ma la quiete che avevamo imparato ad apprezzare tanto sul Primitivo era svanita. Non ci restava quindi altro da fare che concederci una pausa più lunga, per aspettare che la baraonda fosse passata.

Rovina romantica

Lo facemmo poi prima di Moreira, su una panchina dipinta di un blu vistoso accanto a un ponticello, che all’improvviso comparve sul bordo del cammino. Finimmo quasi completamente le nostre provviste e riuscii anche a piazzare la frutta secca che mi trascinavo dietro da Oviedo come riserva d’emergenza. Di nuovo un po’ di peso in meno sulla schiena…

La fila dei «pellegrini in pullman» si allungava. Distanziati, senza speranza di vittoria, arrivavano ancora ritardatari. Tanti «Buen Camino» non li avevamo detti finora su tutto il cammino, almeno questa è la mia impressione, che ovviamente è un po’ esagerata.

Poi ripartimmo anche noi, perché prima o poi volevamo pur arrivare a Lugo, e il tempo ci prometteva di nuovo un rapido aumento della temperatura verso le 14.

Il resto del cammino si svolse senza grandi «disturbi». Ci concedemmo ancora una piccola sosta a un distributore di bevande in un villaggio di cui non riesco più a ricostruire il nome, perché qui il GPS della mia macchina fotografica non ha salvato dati con la foto. Era però evidente che qui doveva esserci stata un’alluvione di zucchine o di zucche. Se fossero zucchine o zucche non riuscii a capirlo bene. La forma era piuttosto quella delle zucchine, ma la grandezza faceva pensare piuttosto alle zucche. In ogni caso dappertutto c’erano questi affari giganti da prendere, persino sul monolite con la conchiglia.

All’improvviso di nuovo suoni insoliti: da lontano si sentiva il martellare di un basso, poi di una chitarra elettrica, poi di una batteria e di una tastiera. Una band si stava accordando per una festa di paese. Un grande palco all’aperto e un tendone erano un po’ in disparte rispetto al cammino, su un grande spiazzo. Ritmi di salsa arrivavano attraverso la boscaglia – tutto suonava molto professionale e faceva venire voglia di ascoltare. Ma come ho già scritto? – Un pellegrino è pigro a camminare. E così lasciammo la scena alla nostra destra e proseguimmo. Da tutti gli angoli dell’ampio abitato sparso ci venivano incontro le «bellezze del paese». Si erano agghindate alla grande e qualcuna emanava un profumo che toglieva il respiro.

Pista sterrata prima di Lugo

Poco prima di Lugo, era di nuovo diventato molto caldo, dovemmo ancora fare una pausa forzata. Jana era allo stremo delle forze e si trascinava dietro di noi a piccoli passi. Con parole d’angelo cercammo di infonderle nuovo coraggio e nuova forza. Più va piano, più a lungo resta esposta al caldo. Poco prima dell’autostrada si lascia il bosco ombroso e si è esposti al sole senza riparo su una strada sterrata di un bianco abbagliante. Questo sfianca parecchio, e dopo questi oltre 32 chilometri eravamo contenti di avere anche Jana sana e salva nell’albergue. Si rivelò ancora sufficientemente capiente, molto moderno e arredato con larghezza. Vale a dire che i letti non erano così vicini da dover temere di ritrovarsi di notte il braccio del vicino in faccia.

Solo il numero di docce e bagni è molto scarso in rapporto ai letti, così che ogni tanto c’erano attese, cosa molto spiacevole quando si devono già stringere le cosce e gli occhi escono un po’ dalle orbite.… (Non approfondisco oltre l’immagine.)

Il municipio di Lugo

Dopo esserci sistemati andammo in città, che non vedevo l’ora di vedere. Le fatiche degli ultimi metri prima di Lugo erano dimenticate e persino Jana, dopo un’ora di riposo e un sonnellino, ci raggiunse. Però si era ripromessa di fare il giorno dopo una giornata di riposo e di fare una tappa in autobus. In qualche modo dev’essere anche trapelato che fino a Ponte Ferreira sarebbero stati di nuovo 30 chilometri.

E lì nel suo cervello qualcosa ha fatto clic, dicendole che non ce l’avrebbe fatta e che queste non erano le «sue» distanze. Poco importa, l’importante è che si riprenda bene.

Le mura storiche di Lugo

Lugo è la città più antica della Galizia. La sua fondazione risale ai Romani, all’epoca dell’imperatore Augusto. La città si trova sul fiume Miño e ha circa 98.000 abitanti. Il centro storico è completamente circondato da una cinta muraria romana percorribile del III secolo, lunga due chilometri. Le mura sono spesse tra gli otto e i dodici metri e nel punto più alto sono alte circa dodici metri. Ogni 100–200 m c’è un possente bastione semicircolare, che rende le mura ancora più imponenti. Queste mura, che in origine avevano solo 5 porte (oggi, per via del traffico, sono 10), sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2000.

La cattedrale di Lugo

Eccoci dunque in città, e prima di guardare le attrazioni, alla ricerca di un dehors adatto per bere una birretta o un caffè. Con un’offerta così sovrabbondante non è affatto facile mettersi d’accordo. Poi ancora giri per i vicoli e una visita alla cattedrale, che brillava al sole sotto un cielo azzurro acciaio con qualche nuvoletta a pecorelle. In generale le grandi chiese, rispetto a molte tedesche, sono in uno stato esteriore invidiabile, vale a dire che sembrano appena consacrate.

E sì, camminare per un tratto sulle imponenti mura romane fa naturalmente parte del programma di chi visita Lugo.

Il paradiso del cibo in Plaza Mayor

La sera poi il solito giochetto. Insieme a Jürgen e Philine cercammo un ristorante dove si potesse mangiare bene. Jürgen aveva idee precise e chiedeva in giro con il suo buono spagnolo. Finalmente avevamo trovato il locale tanto decantato e ci trovammo davanti a porte chiuse. Beh, almeno così avevamo conosciuto un altro quartiere della città. Senza tante storie, però, mi diressi ora verso la Plaza Mayor. Qui c’è la scelta più ampia, anche se di certo non la più economica. E invece no, il cibo valeva assolutamente il prezzo. Ma non avevamo nemmeno più tempo per fare i difficili. Com’è noto, gli albergue pubblici chiudono alle 22. Nelle zone rurali questo non dà particolarmente fastidio, ma nelle grandi città è più che d’intralcio e, a mio parere, lontano dalla vita reale. In un paese in cui la vita comincia davvero solo al tramonto, dove di notte si vedono ancora bambini piccoli giocare in piazza mentre genitori e nonni passeggiano per la plaza, non si ha certo voglia di andare a letto! L’unica cosa che resta da fare per aggirare queste norme antiquate è prendere un alloggio privato, cosa che però proprio nelle grandi città si rivela spesso difficile, perché i posti sono esauriti e perché i prezzi naturalmente sono più alti.

Lugo di notte

Puntuali eravamo quindi di nuovo davanti all’albergue e salutammo Jürgen, che preferì di nuovo dormire in un hotel, che però, a suo dire, non arrivava allo standard di igiene e di dotazioni dell’albergue di Lugo. Ci demmo appuntamento per la colazione davanti all’albergue. «In quella baracca io non mangio niente» disse nel più bello svevo, e ridemmo prima di sparire nell’albergue. Un bar aperto domattina si troverà pure.

Ero già pronto per andare a letto quando Jörg mi richiamò ancora sulla terrazza. Lì si era radunata una compagnia molto variegata e ognuno aveva in mano un bicchiere di plastica. Uno degli spagnoli distribuiva generosamente assaggi da una bottiglia di liquore al caffè. C’era anche la torta. Ne venne fuori ancora una serata allegra. Serate così sono uno dei motivi principali per cui preferisco gli albergue. In una pensione cose così non si vivono.

Giorno 12: Lugo – Ponte Ferreira

Comunque la si giri, sulla variante sud da Lugo a Melide una tappa da trenta te la fai in ogni caso. O si dorme a San Roman e oggi si fanno solo 20 chilometri, oppure si fanno i trenta fino a Ponte Ferreira. Siccome avevo già sentito parlare molto bene del nuovo albergue privato di Ponte Ferreira e non volevamo imporre a Jana i 30 chilometri da San Roman a Melide di dopodomani, decidemmo di andare oggi fino a Ponte Ferreira, come prevedeva anche il mio piano delle tappe. La maggior parte dei pellegrini che avevano dormito a Lugo, tra l’altro, sceglieva la variante sud, perché sulla variante nord verso il Camino del Norte sarebbero stati tolti sistematicamente i segnavia. Nessuno però me l’ha potuto confermare. Azioni del genere sulle varianti di solito hanno motivazioni economiche. Non si vuole insinuare niente, ma su un cammino poco frequentato come il Camino Primitivo, in certi periodi è sicuramente difficile coprire i costi. Gli albergue pubblici sono comunque un’attività in perdita per i comuni. Ci si può quindi immaginare che qualcuno avvii qualche azione non proprio pulita per mandare avanti i propri affari. Sulla variante sud ci sono nuovi albergue privati a San Roman e a Ponte Ferreira, e a Merlán / As Seixas una nuova grande tenuta lungo il cammino, dove si lavora ancora alacremente e dove c’è già un bar. Può darsi che qui in futuro vengano offerti anche dei letti. La concorrenza comincia a diventare troppa per i pellegrini relativamente pochi.

Ma torniamo al cammino:

Partenza da Lugo per la tappa successiva

Attraversammo Lugo ancora al buio e lasciammo la città su uno dei ponti sul Río Miño. Durante la salita dalla valle del fiume, alle nostre spalle il sole sorse rosso sangue. Attraversammo poi i sobborghi rurali di Lugo, che qui voglio chiamare la «cintura dei benestanti». Perché chiunque abbia abbastanza soldi e non voglia vivere nella città animata e frenetica si è concesso qui una dimora. E che palazzine ci sono!

Poltrona naturale in un bar a Burgo

A Burgo, circa 200 metri a destra del cammino, trovammo poi un bar dove poterci rifocillare.

Degni di nota qui erano i mobili sulla terrazza. Le sedie erano ricavate da interi tronchi d’albero ed erano così vecchie che ci era già cresciuto il muschio e l’edera ci si arrampicava sopra – adatte come oggetto di scena per un film del «Signore degli Anelli». Si proseguiva poi quasi esclusivamente su strette strade asfaltate poco trafficate. A San Roman conviene rifocillarsi ancora una volta nel bar lungo il cammino, prima di affrontare l’ultima salita della giornata.

Dopo di essa si scende prima ripidi, poi dolcemente, fino a raggiungere Ferreira. Qui si viene indirizzati all’improvviso a sinistra e si fa una deviazione di circa un chilometro per vedere l’opera più famosa di Ponte Ferreira, la Ponte Romanum, un ponte d’epoca romana del tutto anonimo che non avrei nemmeno notato, se non fosse scritto nella guida del pellegrino.

Chi quindi è già un po’ sfinito può restare qui anche sulla strada, che comunque si ritrova una volta finita la piccola deviazione. Lungo questa deviazione si trova anche la pensione del posto, che secondo Jürgen gli ha fatto un’ottima impressione.

Ponte Ferreira, lo storico ponte romano

Ma eravamo anche molto contenti alla vista del nuovissimo albergue «O Carballal» e della cordiale accoglienza della giovane coppia di gestori. In una vecchia casa colonica hanno creato qualcosa in cui ci si sente subito a proprio agio. Nella struttura rustica della casa sono stati integrati con maestria gli elementi funzionali necessari. Così dai soffitti delle stanze spuntano enormi travi nodose, oppure alcune pareti in pietra naturale sono state lasciate senza intonaco per attirare lo sguardo. In più tutto è arredato e decorato con amore. Così nella sala da pranzo, che un tempo era sicuramente il granaio, vecchi attrezzi contadini sono appesi alle pareti non intonacate. Sopra troneggia una capriata costruita con grande abilità artigianale da tronchi grezzi, cresciuti così come sono. Sarebbe stato un peccato se fosse sparita dietro un noioso controsoffitto.

Il nuovo albergue privato di Ponte Ferreira

Fuori, oltre a un hórreo restaurato, c’è anche un vecchio carro contadino sul piazzale accuratamente cementato. I piedi provati si possono rinfrescare in acqua gelida in un ruscello artificiale a gradini lungo il muro esterno, cosa di cui si faceva largo uso.

Cena insieme

La sera fu servito un menù del pellegrino, dopo che un pellegrino spagnolo aveva suonato un po’ di chitarra. L’hospitalero chiese semplicemente a tutti se qualcuno sapesse suonare la chitarra. E quando un giovane spagnolo si fece avanti, ne tirò subito fuori una dalla casa. Anche la cena fu squisita e dopo questa conclusione di giornata così ben riuscita e rotonda tutti andarono a letto di buon umore. Molti però erano sicuramente occupati dal pensiero che da domani un’atmosfera del genere non sarebbe stata più così facile da ricreare. Perché domani a Melide incontriamo il Camino Francés e con esso le schiere di pellegrini in marcia verso Santiago.

Ma non sarebbe stato poi così terribile come temevamo.

Giorno 13: Ponte Ferreira – Melide

Alzarsi e prepararsi per il cammino questa volta è stato piuttosto rilassato, perché ci eravamo messi d’accordo che il primo a lasciare il letto avrebbe acceso la luce. Secondo me è una sciocchezza armeggiare con la lampada frontale per raccattare le proprie cose, quando tutti gli altri sono già svegli da un pezzo nei loro letti e si divertono a guardarti sbattere l’alluce per la seconda volta. Finora ho sempre trovato consenso quando alla fine sono saltato giù dal letto e ho premuto l’interruttore. Non raccontiamoci storie: svegli sono già quasi tutti, e quelli che non lo sono ancora vengono disturbati meno dalla luce che dall’interminabile armeggiare con torce e frontali.

Oggi quindi no! Anche il numero sufficiente di bagni su entrambi i piani ha visibilmente reso la situazione più distesa.

L’ultima tappa prima del Camino Francés

Ho trovato bello anche quanto fossero premurosi i gestori. Per sbaglio avevamo dimenticato i nostri bastoncini telescopici davanti, nella zona cucina e bar. Che però di mattina è chiusa a chiave. Per fortuna, gentilmente, i bastoncini ce li avevano messi fuori.

La colazione c’era solo al distributore automatico e consisteva in un pacchetto di biscotti e un caffè. Anche una cucina per prepararsi il caffè da soli purtroppo la si cerca invano: questa solo come piccola critica a margine.

Cane stanco sul ciglio del sentiero

Il primo tratto fino a Merlán / As Seixas è stato di nuovo una stradina asfaltata su cui passavano pochissime auto. Al nuovo bar sulla sinistra, già menzionato, stavano già pulendo e abbiamo pensato che dopo la prima ondata di pellegrini chiudessero per un po’; un errore da parte nostra, perché, come abbiamo saputo più tardi, stavano appena aprendo. Sarebbe stata una buona occasione per fare una colazione come si deve.

Jörg e io però siamo passati oltre, perché avevamo interpretato male gli orari di apertura scarabocchiati su una lavagna. Si sale ripidamente su un crinale con formazioni rocciose che si scorgono già da lontano come punto di riferimento. Quasi in cima ci accorgiamo che Andrea e Jana non ci seguono. Va be’, era anche piuttosto ripido e forse eravamo davvero troppo veloci. Abbiamo ingannato l’attesa saccheggiando i rovi di more. Dopo più di mezz’ora sono arrivate tutte contente. Loro gli orari di apertura li avevano interpretati correttamente.

Il vantaggio ce l’ha chi sa leggere bene. Così la nostra colazione di oggi è consistita solo di biscotti e more.

Crinale dietro As Seixas

Il sentiero sulla cresta del crinale con le formazioni rocciose era fiancheggiato da ginestre ed erica in fiore. Si vedevano anche le tracce di un incendio. I resti di cespugli e alberi più grandi stavano lì carbonizzati in mezzo al paesaggio fiorito. Una vista un po’ bizzarra. Dopo la discesa da questa altura, però, passato un piccolo villaggio, si è subito risaliti. Lungo un’enorme piantagione nuova di conifere siamo arrivati fino a un crinale costellato di pale eoliche.

In lontananza – Melide

Da qui fino a Melide si va quasi esclusivamente in discesa. Già da lontano si vedeva sotto il sole la città, di cui dal mio Camino Francés dell’anno prima non ricordavo quasi nulla. Sapevo solo che da qui mancavano soltanto 50 chilometri a Santiago. A quanto pare già qui ero tarato solo sull’arrivo. O era perché, con un’infezione gastrointestinale, non riuscivo a pensare ad altro?

Pazienza, questa volta ho più tempo per visitare la città.

Picnic prima di Melide

A un certo punto abbiamo finalmente lasciato la strada asfaltata, ormai un po’ stancante, e abbiamo attraversato con calma alcuni villaggi. A un bivio ho steso il mio materassino e nello zaino abbiamo trovato ancora qualcosa da mangiare. La strada per Melide ormai non era più lunga, eravamo ben in orario ed eravamo anche sicuri che, con tutti quei letti, ne avremmo avuto uno a testa.

L’albergue l’abbiamo trovato in fretta. Prima ho fotografato ancora l’ultimo monolite del Camino Primitivo.

Abbiamo dormito nell’albergue privato «O Apalpador», proprio accanto al grande albergue pubblico di Melide. Con 12 € questo albergue era decisamente troppo caro. Chi ha avuto l’idea di montare una scala d’acciaio in un albergue andrebbe punito facendolo dormire accanto a quella per il resto della sua vita. Quell’affare faceva un baccano infernale appena ci si avvicinava. Non era nemmeno particolarmente pulito. Beh, almeno c’erano lenzuola usa e getta.

Il nostro bilancio dopo un breve giro della città: l’anno prima non ci eravamo persi granché. Di alcune strade, in effetti, mi ricordavo ancora. Ed ecco quello che temevo già da prima: si comincia a fare confronti. Questo mi scoraggia un po’ dal rifare il Francés.

Forse più avanti, quando sarò del tutto rimbambito…

È più buono di quanto sembri – pulpo

Naturalmente in città abbiamo incontrato Jürgen e più tardi Philine e, dopo una lunga chiacchierata in un bar sulla rotonda probabilmente più trafficata della città, ci siamo dati appuntamento per mangiare il pulpo. Non mi sentivo del tutto a mio agio. Avevo già visto quelle cose in vetrina a Santiago e avevano un aspetto piuttosto disgustoso. Però mi ero fermamente ripromesso di assaggiarlo questa volta. «Fa parte dell’esperienza!» disse Jürgen. E «qui lo trovi ancora a prezzi normali».

Il modo più cult di mangiare il pulpo è probabilmente la popolare Pulpería Ezequiel in Avenida de Lugo. Oltre al caldo galego, la zuppa di verdure galiziana, il piatto principale è il pulpo a feira con pane bianco e vino bianco. Il polpo viene cotto in acqua bollente, tirato fuori al momento giusto (altrimenti diventa gomma), tagliato a pezzi con le forbici, condito con olio d’oliva, cosparso di una miscela di spezie alla paprika e servito su un tagliere rotondo di legno con gli stuzzicadenti.

Questa la teoria…

In pratica, per il fortissimo odore di pesce, avrei voluto lasciare subito l’enorme sala. Ma Jürgen si era dato così da fare per questo pulpo che alla fine la curiosità ha vinto. Accidenti, qui devono contare su intere squadre di calcio, con tutti i tavoli che ci sono. All’inizio è occupata solo una fila, e senza ressa, e già vedo sul tavolo accanto lo spettacolo raccapricciante dei tentacoli sminuzzati. «Ordiniamo per ora due porzioni e ognuno può provare se gli piace.»

La proposta di Jürgen per cominciare era buona, solo che le porzioni ordinate, per sbaglio, erano in realtà pensate per due persone.

Non è per tutti

Dimenticare cos’è, occhi chiusi e giù!

Allora? «Non è affatto male», risposi alla domanda di Jürgen. Ed è vero: con la miscela di spezie era proprio buono, e perfino Andrea, che non va matta per queste cose, ha mangiato di gusto.

Ma non posso dire di averne bisogno spesso. Beh, i gusti sono gusti.

Quando il pulpo è ancora caldo è davvero buono. Solo che era troppo, e così i pezzi si raffreddavano in fretta, e allora la roba in bocca diventava sempre di più e la gola si chiudeva piano piano. Insomma, mi è venuta un po’ di nausea, forse per la consapevolezza ricorrente di che cosa fosse stato in origine. E proprio in quel momento mi è passata accanto una pentola enorme con queste bestie al naturale. Lì dentro non avrei dovuto guardare, perché da quel momento non sono più riuscito a mandar giù un boccone.

Perciò il mio consiglio: ordinate porzioni piccole, così potete mangiare il pulpo caldo; allora lo si può quasi definire una prelibatezza, e poi, importantissimo: non guardate nella pentola!

Giorno 14: Melide – Salceda

Tutti i timori per la scala d’acciaio si sono confermati di primo mattino.

I primi «pellegrini notturni» la scendevano rumorosamente già prima delle 5 e di dormire non se ne parlava più. Così mi sono rotolato con cautela giù dal letto, molto traballante, per non svegliare Andrea. Via in bagno, beh, almeno ogni piano ne aveva uno. Accendo la luce – NIENTE! Benissimo, adesso non c’è nemmeno la luce – magari dopo le 6. Ma anche allora è rimasto tutto buio.

Più tardi è stato Jörg a risolvere il mistero. I nostri compagni di stanza, che volevano dormire già prima delle 22, avevano cercato invano l’interruttore, perché sopra c’erano appesi i miei vestiti, al letto. Così avevano spento l’interruttore generale nel quadro elettrico. Lì sì che puoi cercare a lungo.

Un po’ strani, i colleghi, erano comunque, visto che la mattina dovevano essersi accorti di come cercavamo invano di fare un po’ di luce nel buio. Eppure nessuno si è mosso.

Quando poi anche noi siamo scesi rumorosamente per la scala erano le 7.15 e fuori era ancora buio pesto. Quindi dritti nel bar più vicino per la colazione, quasi di fronte all’albergue.

Il giorno prima, da una conversazione ascoltata involontariamente, avevamo imparato da una pellegrina dell’Alta Franconia una nuova parola franconia: «Pilgerrabatt», sconto pellegrino (dovete pronunciarla alla franconiana, cioè arrotando un po’ la «r», così suona ancora più bella). Così l’abbiamo sfruttato per la colazione e per 3,20 € abbiamo avuto toast, caffè e spremuta d’arancia fresca con… sconto pellegrino.

11ª tappa, ancora 50 chilometri a Santiago

Poi finalmente si è partiti, ancora al buio. Solo un bel pezzo dopo Melide ha cominciato ad albeggiare. Le foto al bel ponte fatto di grandi pietre sono quindi venute piuttosto scure. Davanti a me una finlandese un po’ più anziana e piuttosto sovrappeso arrancava sulle pietre a passi piccolissimi. L’avevamo già notata il giorno prima perché, a quanto pareva, aveva problemi enormi ai piedi e camminava in modo piuttosto «irregolare». Accidenti, che forza di volontà deve avere per voler portare a termine questa impresa. E mi è tornato in mente l’anno prima, quando anch’io avevo attraversato questo ponte a passi piccolissimi e Andrea aveva scattato una delle poche foto di quel giorno. Quel giorno avevo altri problemi che fotografare. E i passi piccoli non li facevo per i piedi, ma per un’infezione gastrointestinale. No, non avevo voglia di ridere.

Tutt’altra storia sul Camino di quest’anno: le tappe dure le avevamo alle spalle e io non avevo nemmeno una vescica ai piedi. Anche Jana, con il suo giorno di riposo, si era un po’ ripresa ed era di nuovo quel carattere solare che ride anche quando fa male. Andrea era ancora alle prese con la schiena e cercava coraggiosamente di non zoppicare in modo troppo evidente, e a Jörg si stava preparando un raffreddore. Così sembrava che fossi l’unico a stare bene sotto ogni aspetto, cosa che, vista la mia preparazione praticamente inesistente per questo cammino, mi stupiva parecchio. È vero che con il mio sovrappeso sono piuttosto lento e a ogni piccola salita sbuffo come una locomotiva a vapore, ma i tempi per tornare al battito normale si accorciano sempre di più.

Ingresso di Arzúa

E così mi avvicino sbuffando ad Arzúa, una città di cui anche non ho il miglior ricordo. Il tratto che porta in città non è particolarmente bello, nemmeno con il cielo di nuovo di un azzurro splendente. Siamo in Galizia da alcuni giorni e ancora non ha piovuto. – Dev’essere il cambiamento climatico!

In un negozio di frutta sulla strada principale ci siamo riforniti di mele e pesche fresche, che abbiamo divorato subito sulla panchina lì davanti. Parecchi pellegrini ci sono passati davanti, tutti mai visti prima. Lì la differenza con il Primitivo si fa notare chiaramente, anche se mi aspettavo ancora più pellegrini. Sul Francés si andava con molta calma, a volte perfino in solitudine – strano.

Strisce pedonali pericolose (l’anno scorso ci sono scivolato)

E poi il punto per cui non ho un buon ricordo di Arzúa: delle strisce pedonali traditrici. L’anno prima avevo percorso 750 chilometri fino a qui senza danni seri (a parte le solite vesciche ai piedi), e poi è arrivata lei, la striscia bianca, bagnata e scivolosa, e mi ha fatto cadere. Sono atterrato in modo molto doloroso sul ginocchio sinistro. Dev’essere stato buffo da vedere. Ma poteva anche finire lì, così vicino alla meta. Invece, dopo un «ahia» passeggero, si è andati avanti, con il lieto fine già noto.

Su quello speravamo anche oggi, perché come meta non avevamo, come pianificato all’inizio, Pedrouzo, ma il nuovo piccolo albergue privato a Salceda. Così abbiamo aggirato la soglia dei 30 chilometri, psicologicamente così difficile per Jana. Più tardi abbiamo saputo che a Pedrouzo, per la chiusura temporanea di un albergue, c’erano stati problemi con gli alloggi. «Tutto si sistema», «Per ogni problema c’è una soluzione e a volte arriva da sola», mi sono venuti in mente tutti detti del genere. Li avevo già sentiti tutti sui Cammini. Ma non riuscivo ancora a uscire dalla mia pelle e già a Melide avevo chiesto a Jürgen di chiamare l’albergue di Salceda per prenotarci quattro letti. Cosa che ha sbrigato egregiamente con il suo spagnolo. Il pomeriggio di quel giorno avrebbe mostrato quanto fosse stata sensata quella telefonata. L’anno prima ce l’eravamo cavata quasi del tutto senza prenotazioni e avevamo sempre trovato un letto nel primo albergue in cui eravamo andati. Ma questa volta mi sentivo in qualche modo responsabile, perché il piano delle tappe l’avevo proposto io. Lo so che è una sciocchezza. Ma è così, ce l’ho dentro.

Strada incassata dopo Arzúa

Sempre più boschi di eucalipto fiancheggiavano il cammino. Se non si sapesse bene quali danni ecologici queste piante causino all’ambiente locale, ci si potrebbe rallegrare dell’esotismo e delle dimensioni impressionanti degli alberi. Anche l’odore è interessante, proprio perché diverso.

A Castañeda, dopo una piccola salita, di nuovo una pausa nell’albergue in cui avevamo dormito nel 2011. Nel bar al piano di sotto, allora, per i miei disturbi di stomaco mi avevano offerto un pasto leggero, la prima cosa che quel giorno ero riuscito a tenere dentro.

Poi, più avanti, un attimo di spavento: un tizio evidentemente fuori di testa ci è venuto incontro a velocità infernale su una strada incassata, con un’enorme mietitrebbia con la barra falciante davanti. Jörg e io siamo stati fortunati, perché ci trovavamo proprio in un piccolo slargo e così siamo riusciti a saltare di lato in tempo. Andrea e Jana erano circa 20 metri dietro di noi e hanno potuto solo buttarsi in un rovo di more. Sconvolti abbiamo guardato la macchina allontanarsi e abbiamo visto che era stata questione di centimetri, altrimenti il piede di Andrea sarebbe stato schiacciato. Che idiota, gli abbiamo urlato dietro. Probabilmente era frustrato perché, con tutti quei pellegrini, sulla strada stretta non riusciva ad avanzare con la sua macchina. Ma per questo mettere a rischio vite umane? Dietro veniva ancora un trattore, che però andava piano e con prudenza. Appena 100 metri più avanti – un campo di mais appena mietuto. La soglia di inibizione di quell’«idiota» senza riguardo non sembrava quindi molto alta, e spero che prima o poi qualcuno lo presenti a uno psichiatra.

Area di sosta per pellegrini made in Alto Adige

Dopo lo spavento, un caffè: poco più avanti abbiamo trovato una fattoria che, sul lato rivolto verso il cammino, aveva uno scaffale con bottiglie d’acqua, frutta e caraffe di caffè, e anche una cassetta della fiducia. In giardino erano state sistemate panchine e un gazebo.

Un invito così non potevamo proprio rifiutarlo, e così abbiamo riempito i bicchieri messi a disposizione e ci siamo seduti in giardino, dopo aver fatto tintinnare la cassetta. Andrea in realtà doveva andare in bagno, ma sulla casa c’era un cartello «Privado» e non si azzardava a entrare, anche se la porta era aperta. «Gente che allestisce un banco del genere non avrà certo niente contro dei pellegrini in difficoltà», le ho detto.

Ma non ho dovuto tranquillizzarla oltre, perché dalla casa è uscita una donna sulla quarantacinquina, dicendo che le era sembrato di sentire voci tedesche. Ci ha chiesto da dove venivamo e da dove eravamo partiti. La sudtirolese ci ha poi raccontato la sua storia avvincente: come era arrivata fin qui, quali erano state le sue motivazioni e quali problemi aveva avuto nel realizzare il suo sogno. Si era innamorata di questo Camino e un giorno voleva viverci accanto. Dopo lunghe peripezie e molta burocrazia aveva ottenuto questo grande terreno con la casa e stava coltivando il giardino e avviando un allevamento di alpaca. Poi il suo volto si è incupito e ha indicato i cambiamenti lungo il cammino.

Circa 300 metri dietro il suo terreno stavano costruendo una nuova autostrada, un’autostrada di cui nessuno ha bisogno. Ma i fondi europei lo rendono possibile. Finché da Bruxelles e da Madrid arrivano soldi, comanda la mafia del cemento, che dei residenti se ne infischia.

Sembrava molto amareggiata e vedeva andare in frantumi il sogno della sua vita. Le continue esplosioni e il rumore del cantiere, con la consapevolezza che questa autostrada in realtà è superflua: tutto questo logora. Anche noi avevamo già notato che le autostrade che avevamo attraversato fino a quel momento davano l’impressione di una domenica senz’auto, e che anche le strade statali erano piuttosto vuote. Un ingorgo non l’avevamo mai visto.

E così, ascoltando il racconto di questa donna forte che, con tutte le sue preoccupazioni, si prendeva ancora cura dei pellegrini, crescevano la nostra comprensione e la nostra partecipazione. Naturalmente Andrea poté entrare in casa…

Cantiere dell’autostrada vicino a Salceda

Proseguendo abbiamo attraversato l’enorme cantiere dell’autostrada. Beh, almeno qui la carreggiata viene abbassata di circa 20 metri, così il rumore (se mai ce ne sarà) non sarà almeno troppo forte.

Poco dopo abbiamo raggiunto Salceda. L’albergue si trova circa un chilometro fuori dal cammino.

Già da lontano si capisce che questo albergue è qualcosa di speciale. Siccome qui c’è anche una pensione, i gestori hanno creato uno spazio esterno molto bello, con fontana, laghetti con i pesci, un bar e una grande zona ristorante sotto tettoie a tenda a volta.

Tutto sembra molto curato e i pellegrini che trovano posto nei 12 letti godono di questa atmosfera gratis. Qui è valsa la pena aver prenotato, perché alcuni ragazzi arrivati prima di noi hanno dovuto sistemarsi su materassi in una stanza accanto, che però non ho guardato da vicino. Ci sono due zone servizi separate per sesso, ciascuna con un bagno e una doccia.

Anche qui si poteva intuire la mano di un designer. Perché invece delle solite piastrelle c’erano pietre naturali nere alle pareti, e i box doccia erano di vero vetro. La luce arrivava diffusa da una delle pareti, rivestita di vetro satinato. Tutto molto, molto bello, e ci si sentiva subito a proprio agio.

Jörg e Hartmut di Greifswald

Mentre eravamo seduti al bar, ci è venuto incontro un pellegrino con un’arruffata barba grigia che già da lontano gridava: «Ah, sento voci tedesche!» Era Hartmut di Greifswald, che il 1° giugno era andato in pensione e proprio quel giorno era partito a piedi da Greifswald, e adesso era qui.

Pazzesco!!

Eravamo tremendamente interessati alla sua storia. Dopo i primi 1000 chilometri aveva già perso 20 chili dei suoi 115. Non parla una parola di francese né di spagnolo e non si sforza nemmeno di impararli, eppure è arrivato fin qui. Il lungo periodo in Francia era stato molto solitario e caro, perché in Francia non aveva trovato quasi nessun albergue. Ci ha raccontato del suo lavoro nell’associazione degli ostelli della gioventù prima e dopo la caduta del Muro e dell’opera di convincimento con Puschelchen. Puschelchen è sua moglie, e ha dovuto essere «lavorata ai fianchi» parecchio a lungo prima di dare il suo consenso al progetto.

Abbiamo ascoltato i suoi racconti con grande interesse e il tempo fino a cena è volato.

Ma torniamo ancora all’albergue:

Il gestore cercava di rafforzare ancora di più l’impressione di leggerezza e disinvoltura non insistendo mai, fino a quel momento, sul pagamento o sulla presentazione della credenziale. Ogni bevanda ordinata o la lavatrice che usavamo, diceva sempre: «Lo facciamo dopo.» E qui si è vista l’inesperienza, perché di intenzionalità non voglio assolutamente parlare. Il conto finale ci è stato presentato (con Jürgen eravamo in cinque) su un unico scontrino, e abbiamo dovuto arrangiarci a districarlo. Siccome alcune bevande le avevamo pagate subito al bar, ma ora ricomparivano sul conto, abbiamo sollevato una sommessa protesta, che è stata subito accolta senza discussione, ma che ha comunque lasciato una brutta sensazione.

Bell’albergue privato a Salceda

Quindi un consiglio da parte mia: se vi capita di fermarvi qui, e non posso che consigliarlo comunque, pagate subito all’arrivo l’alloggio e al bar subito le bevande, per evitare complicazioni dopo. Anche se vi dicono di non preoccuparvi, conviene insistere. Forse un giorno il personale cambierà anche questo modo un po’ singolare di fare affari.

Perché alla fine in ognuno di noi è venuta fuori una sensazione che sminuisce inutilmente l’impressione complessiva positiva, una sensazione che finora sul Camino non avevo mai avuto. La sensazione di essere stati spennati.

Anche se non voglio pensare a un’intenzione, la sensazione sgradevole resta.

Giorno 15: Salceda – Monte do Gozo

Ciononostante abbiamo passato una notte tranquilla e riposante. La mattina c’era poi anche una colazione per 3 € con caffè, toast e succo.

Siamo partiti all’alba. Questa volta Jürgen è rimasto con noi, camminando quindi un po’ più piano. Philine non la vedevamo più da ieri. Ha ancora molto tempo per il suo cammino e dopo Melide si è fermata già a Ribadiso. Il 21, però, ci siamo dati appuntamento alle 19 davanti al portale ovest della cattedrale di Santiago. Di sicuro ci incontreremo prima in città: questa era l’opinione di tutti noi.

Eucalipti giganti sotto il cielo azzurro

Lungo il cammino ci ha accompagnati di nuovo il cielo azzurro splendente della Galizia, e così abbiamo potuto vedere villaggi e paesaggi che finora conoscevamo solo sotto un velo di pioggia. Tutto fa subito un’impressione completamente diversa. L’anno prima, sulla Meseta, ci avevano decantato la Galizia come bellissima. Ma quello che poi abbiamo visto per lo più erano villaggi infangati che puzzavano di sterco di mucca e boschi, pascoli e sentieri grondanti d’acqua.

Quanto conta il tempo di oggi per un’impressione complessiva positiva!

Foto di gruppo prima di Santiago

Prima di Santa Irene ci siamo fatti scaldare la pancia dal sole sulla terrazza di un bar, prima di superare, passando accanto a Pedrouzo, l’ultima salita importante prima dell’aeroporto di Santiago. Una foto di gruppo con l’autoscatto accanto al rilievo in pietra alla rotonda, ed eccoci già a Lavacolla, dove Jürgen ci ha salutati con qualche birra e caffè prima di sparire nel suo hotel.

Gli ultimi chilometri fino al Monte do Gozo, con la birra in pancia, si sono trascinati parecchio. Jörg sul monte voleva una camera singola per dormire finalmente in pace. Il suo raffreddore peggiorava sempre di più e di notte tossiva forte. Che una camera singola lo aiutasse davvero a dormire tutta la notte, ne dubitavo.

Passati accanto al monumento sul monte, che continua ad arrugginire, siamo andati dritti all’albergue, davanti al quale un cane spaventosamente brutto, con la lingua di fuori, si faceva la siesta. Oggi qui tutto sembrava andare al rallentatore. L’albergue era pieno solo per un quarto e più tardi non sono arrivati molti altri pellegrini.

Picnic sul Monte do Gozo

Dopo la doccia e il bucato (volevamo pur entrare a Santiago puliti e profumati, e lo storico lavatoio di Lavacolla ci era sembrato poco adatto allo scopo) ci siamo trovati con Jörg, che aveva avuto anche lui una bella camera in una delle baracche.

Per la sera avevamo escogitato qualcosa di speciale. Accanto al complesso alberghiero, su un’altura, ci sono due pellegrini di bronzo. E lì volevamo fare un picnic e guardare il tramonto su Santiago. Così Jörg e io siamo tornati ancora in paese a comprare formaggio, salame, pane, vino e birra. Due le abbiamo bevute ancora lì e poi ci siamo incamminati verso il monumento. Peccato che dove l’anno prima c’erano ancora le statue, questa volta ci fosse solo un’impalcatura. Va be’, le statue dei pellegrini erano già piuttosto malridotte e a una mancava già metà del bordone. Era ora di un restauro.

Tramonto dietro Santiago

Ci siamo seduti sul prato e abbiamo disposto cibo e bevande. Anche il sole ha fatto la sua parte e ha dipinto un tramonto meraviglioso nel cielo della sera, dietro il profilo della città.

Nella caffetteria del complesso alberghiero Jörg ha poi offerto un giro, perché al lotto aveva vinto quasi 200 €, e abbiamo chiacchierato ancora un po’ con Hartmut di Greifswald prima di andare a letto.

Ormai anche gli altri quattro letti della camera erano occupati. Eppure l’albergue mi sembrava molto più vuoto dell’anno prima. Anche allora avevamo dormito sul Monte do Gozo ed eravamo rimasti sorpresi dalla cattiva fama che precedeva questo «deposito di pellegrini», ma non avevamo potuto confermarla. Come allora, anche quest’anno avevamo in programma di avere molto tempo a disposizione a Santiago, anche considerando il tempo molto più bello.

Giorno 16: Monte do Gozo – Santiago de Compostela

Col cavolo!!! – è stato il mio primo pensiero quando sono uscito dall’albergue con lo zaino già in spalla.

Non credevo ai miei occhi, perché pioveva a dirotto. Quindi giù tutto di nuovo e fuori la giacca antipioggia. Anche stavolta niente arrivo con il bel tempo!

Fuori c’erano due coreane con i loro poncho d’emergenza rossi di plastica, che non se la sentivano bene di partire. In inglese mi hanno chiesto se stavo partendo adesso. «Yes», ho detto, e mi sono avviato trotterellando. Le due mi seguivano alle calcagna.

Poi sono arrivato davanti all’alloggio di Jörg, che ci stava già aspettando. Mi sono fermato, e anche le due coreane, guardandomi un po’ sconcertate. Con tutta calma mi sono tolto lo zaino per cambiare la giacca antipioggia con il poncho, perché pioveva più forte di quanto avessi notato all’inizio. Notando ancora gli sguardi interrogativi delle coreane, le ho tranquillizzate con le parole «I waiting for my wife». I volti si sono rischiarati, per quanto lo si potesse vedere nel buio, perché anche alle 8 stamattina non sembrava voler fare davvero giorno.

Jana e Andrea sono sbucate dal buio e si è proseguito, le coreane sempre dietro di me.

Ogni volta che mi fermavo per aspettare Jana e Andrea o per fotografare, si fermavano anche le coreane. Mi sono chiesto se avessero fatto così per tutto il cammino. Allora dev’essere stato piuttosto stressante sia per l’inseguito sia per loro stesse. Hanno portato avanti questo giochetto fino alla cattedrale e poi non si sono più viste.

Eccoci qua, quest’anno solo una meta intermedia, ma una meta importante ed emozionante.

L’ultimo passo sulla pietra dello zero

Ancora un passo sulla pietra del chilometro zero e il Camino Primitivo 2012 era storia. Il vuoto interiore che l’anno prima avevamo provato in quel momento questa volta non è arrivato. Già per questo ero contento di poter camminare ancora fino al mare.

Poi siamo corsi in fretta alla pensione, perché sul contratto c’era scritto «Arrivo entro le 9, per favore». Come dovrebbe funzionare normalmente, me lo chiedevo da tempo. Ma il senso mi è chiaro. Si vuole riempire la pensione nell’orario in cui arriva la maggior parte dei pellegrini. E se qualcuno entro l’ora concordata non c’è, si può dare il letto a un altro. Ma quando siamo arrivati da Roots & Boots abbiamo visto che non è poi così grave come sembrava. Avevamo di nuovo ragionato in modo tipicamente tedesco. Devo diventare molto, molto più tranquillo!! Ma questo l’ho già scritto.

Vista della cattedrale da sud-ovest

Poi volevamo andare alla messa delle 9.30 in cattedrale. Il portale ovest era chiuso e così siamo andati al portale nord, dove però un guardiano voleva mandarci via. Dal suo fiume di parole ho capito che non si vuole che i turisti girino per la cattedrale durante la messa. Ah, allora qualcosa l’hanno cambiato. L’anno prima era molto fastidioso che perfino durante la messa si guidassero gruppi di turisti per la cattedrale. Ma abbiamo l’aria di turisti? Va bene, gli zaini li avevamo già portati all’alloggio. Già da casa avevamo prenotato due camere doppie da «Roots & Boots». Ma il nostro aspetto ci distingueva comunque parecchio dai soliti turisti che non avevano raggiunto la città a piedi. E così gli abbiamo fatto capire che volevamo andare alla messa. Di buon grado ci ha lasciato libero l’ingresso e senza giri ci siamo cercati un posto nella navata centrale della cattedrale.

Era molto poco affollata, tutto il contrario dell’anno prima. Come sempre non capivo nulla di quello che si diceva là davanti, e così ho avuto il tempo e la calma di guardarmi questa cattedrale in tutta tranquillità. Si scoprono ancora tante cose se ci si prende il tempo e non si viene «spintonati» dai gruppi di turisti. Per una volta non avevo la macchina fotografica davanti all’occhio e non andavo a caccia di soggetti. Ho semplicemente lasciato che lo spazio agisse su di me, ed è subentrata una profonda calma interiore e una grande soddisfazione. Era quella la calma che cercavo?

Dopo la messa sono seguiti ancora l’obbligatorio abbraccio a «Giacomo» e il passaggio nella cripta.

Questa calma è finita subito, appena usciti dalla messa. Quando per 14 giorni hai passato il tuo tempo quasi esclusivamente nella natura, questa città ti dà parecchio sui nervi. A me almeno succede così, e non per la prima volta. A molti con cui ho parlato succedeva lo stesso. E molti, anche per questo, considerano l’arrivo all’Atlantico la vera conclusione del loro pellegrinaggio. Sono curioso delle impressioni e dei pensieri che mi prenderanno quando arriverò al capo.

All’ufficio del pellegrino

Due svolte e già eravamo in fila davanti all’ufficio del pellegrino. Qui per fortuna la ressa era contenuta. Dopo appena 15 minuti avevamo orgogliosi la nostra Compostela in mano. E una persona in attesa ha immortalato il momento con la mia macchina fotografica. Ancora un tubo di cartone, preso al volo, per imballare bene il documento, ed eravamo già di nuovo fuori.

Per non doverci aspettare davanti a ogni negozio di souvenir, abbiamo deciso di separarci.

In realtà avevamo comunque deciso di non comprare niente, visto che volevamo proseguire fino a Finisterre. Ma la tentazione di dare almeno un’occhiata è troppo grande. Così io e Andrea abbiamo continuato da soli per i vicoli. Ed ecco Hartmut seduto con un gruppo di giovani pellegrini, che ci ha chiamati al tavolo di un caffè all’aperto. Una breve chiacchierata, uno scambio di esperienze, e già ci si separava di nuovo. Va sempre così. Le conversazioni profonde le hai solo quando ci si conosce da più tempo.

Così abbiamo passato la mattinata fino all’inizio della messa del pellegrino. Per quella ci eravamo dati appuntamento al portale sud della cattedrale. Insieme siamo entrati nella cattedrale, questa volta stracolma, e abbiamo trovato solo un posto in piedi. Che però almeno aveva una buona vista su quello che succedeva. Naturalmente Philine, come dal nulla, è apparsa all’improvviso accanto a noi e insieme abbiamo guardato una suora che, con i presenti che conoscevano o capivano il testo, provava il canto che poi durante la messa sarebbe stato intonato con l’accompagnamento dell’organo. Mi è sembrato un po’ strano e ho dovuto sorridere tra me e me, perché una cosa del genere finora l’avevo vista solo nelle riprese televisive in studio, con i cosiddetti «riscaldatori» del pubblico.

Anche la messa si è svolta in modo un po’ più popolare rispetto a quella del primo mattino. Devo dire che in queste cose religiose non ho alcuna esperienza né formazione. Per me l’anno prima era tutto molto nuovo e interessante. Con i riti standard però ormai ho familiarità.

Messa del pellegrino con l’oscillazione del Botafumeiro

Ma una messa del pellegrino è proprio un’altra cosa. Anche se di nuovo non ho capito una parola, la predica, che culminava nell’elenco dei pellegrini o meglio delle loro nazionalità e dei luoghi di partenza dei vari cammini, è stata molto divertente.

Come momento culminante, come anche l’anno scorso, è stato fatto oscillare il Botafumeiro. Chi fino a quel momento non era stato toccato dalla scena, lo è al più tardi adesso. La suora cantava con le note più belle e l’organista ci dava dentro, tirando tutti i registri del suo strumento. Il turibolo, spinto dalla forza e dalla tecnica della confraternita, traccia con slancio la sua traiettoria attraverso il transetto della chiesa, che presto è completamente pervasa dal profumo dell’incenso.

Dopo l’accordo finale, come l’anno prima, ero di nuovo sul punto di applaudire. Ma sono riuscito a trattenermi appena in tempo, perché non so se sia conforme all’etichetta.

Che bella conclusione di un pellegrinaggio! Questo mi ha un po’ riconciliato con questa città così caotica.

Colpiti, abbiamo lasciato la chiesa per tuffarci di nuovo nella folla. Fino all’appuntamento delle 19 al portale ovest con Jürgen e Philine abbiamo cercato di passare il tempo con il pranzo e giri turistici. Santiago è cara e i soldi scivolano tra le dita più in fretta che lungo il cammino fatto finora. Bisogna quindi tenersi ben strette le tasche per non cedere alle tante tentazioni. Per fortuna qui il tempo è volato, perché c’è molto da vedere.

Quello che però rispetto all’anno prima mi ha colpito è una differenza davvero notevole. Sul Francés si conosce molta più gente e girando per la città si ha continuamente la grande gioia di ritrovarla a Santiago. Se si è fatto il Primitivo, si ha piuttosto la sensazione di appartenere a una piccola famiglia. Perché si incontrano sempre le stesse poche persone e i rapporti diventano molto più profondi, se lo si vuole o se si ha la fortuna di incontrare persone che ti stanno simpatiche e con cui riesci più o meno a capirti. Nella scelta del cammino giusto per sé bisognerebbe decidere questo: se si preferisce la solitudine o se si ha voglia di conoscere tante persone interessanti. Per me entrambe le cose avevano il loro fascino. Ma nel loro insieme i due cammini, dal punto di vista culturale, sociale, spirituale e per la loro natura, sono difficilmente paragonabili.

Su cose come queste ci si scambia anche le idee. E quasi tutti quelli che hanno fatto entrambi i cammini provano la stessa cosa.

L’indomani per me cominciava di nuovo terra sconosciuta. È vero che da varie foto avevo già in testa alcune immagini dei sentieri dopo Santiago. Ma queste si sarebbero rivelate ancora una volta colossalmente diverse dalla realtà.

Andrea e io davanti alla cattedrale

Prima di andare alla pensione, però, ci siamo trovati davanti al portale ovest della cattedrale con Philine e Jürgen. Tutti erano puntualissimi, perfino Jörg, il cui forte non è la puntualità. Jana ce l’ha fatta all’ultimo fischio: era l’unica a essere per la prima volta a Santiago e aveva ancora problemi a orientarsi in città.

Perché non ricominciasse la stessa ricerca di un bar come a Lugo, ho proposto di andare in uno che conosco. In Rúa Nova 36 c’è il Bar Galeon, di certo non un tempio gourmet, ma fanno degli scampi eccellenti. E non volevo farmeli scappare. Tutti erano d’accordo, e così mi sono seduto, come già nel pomeriggio, allo stesso tavolo e ho osservato quanto conti sforzarsi di ordinare nella lingua del posto. Il cameriere, che ci aveva già serviti a mezzogiorno e a cui avrei volentieri chiesto se gli piace il suo lavoro, all’improvviso era gentile, aperto e perfino veloce, quando Jürgen ha brillato ancora una volta con il suo spagnolo. Sono passati sul tavolo e giù per le gole parecchi bicchieri di birra e diverse bottiglie di vino. La serata è finita troppo in fretta. E da Jürgen purtroppo ora dovevamo congedarci. Era già stato a Finisterre e voleva restare ancora qualche giorno a Santiago.

Per lui il congedo è stato difficile almeno quanto per noi.

L’articolo completo si trova in originale sul sito di Gert Kleinsteuber, dove ci sono anche video e ancora più foto.

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