Torna alle storie

Pilgerweg Mecklenburgische Seenplatte: 10 tappe a piedi

Andrea e Gert Kleinsteuber percorrono a maggio 2013 il Pilgerweg Mecklenburgische Seenplatte in dieci tappe, da Friedland a Zippelow.

8 ottobre 202616 min di lettura
Pilgerweg Mecklenburgische Seenplatte: 10 tappe a piedi

Andrea e Gert Kleinsteuber hanno percorso nel maggio 2013 il Pilgerweg Mecklenburgische Seenplatte e ne hanno riportato questo resoconto dettagliato: dieci tappe da Friedland a Zippelow. L’articolo si trova in originale sul loro sito.

Nell’aprile 2011 nel cuore del Meclemburgo è stato inaugurato un nuovo cammino di pellegrinaggio. In tutto 250 km che attraversano il paesaggio della Regione dei laghi del Meclemburgo. Una natura varia e in parte incontaminata invita a camminare in silenzio. La densità di antiche chiese venerande permette, nella maggior parte dei villaggi, una sosta, un momento di raccoglimento e di preghiera. Canoniche, abitanti lungo il cammino e alberghi aprono volentieri le loro porte.

Tappa 1: Friedland – Staven (15 km)

Il giorno dell’Ascensione doveva essere il nostro primo vero giorno di cammino. Quindi bisognava fare scorta già il giorno prima dei viveri più indispensabili e portarsi tutto nello zaino.

Krümel e Andrea alla partenza della tappa a Friedland

Anche per questo motivo i nostri zaini in Germania sono più pesanti. Rifornirsi è semplicemente più difficile che sui cammini più frequentati, come per esempio in Spagna, dove grazie al gran numero di pellegrini lungo il percorso si è sviluppata un’infrastruttura adeguata. In Germania, invece, nei villaggi non ci sono quasi più negozi e pochissime trattorie aperte all’ora giusta: uno sviluppo deplorevole che avevamo già sperimentato sulla Via Regia. Il vitto del pellegrino è quindi piuttosto monotono: salume a lunga conservazione, di solito salame o prosciutto, un pezzo di formaggio, un po’ di pane, qualche bustina di caffè solubile e acqua da bere. Tutto qui. Tra Friedland e Staven non c’è nessun posto dove fare la spesa, e nel giorno festivo sarebbe stato comunque tutto chiuso. A Staven c’è solo un piccolo punto vendita, che però di solito è già chiuso quando arriva un pellegrino partito da Friedland.

Krümel quindi venne con noi la mattina fino a Friedland. Non avevamo fretta, perché quel giorno ci aspettavano solo 12 chilometri. Lui voleva poi tornare a piedi a Neubrandenburg e la sera riportare la nostra auto davanti a casa sua. Arrivati a Friedland, la chiesa era ancora, o di nuovo, chiusa. Peccato, ci sarebbe piaciuto avere un timbro di qui sulla credenziale.

All’uscita di Friedland

Dopo Friedland

Si esce dalla cittadina a nord di Neubrandenburg per la Mühlenstraße, in fondo alla quale si trovano bellissime vecchie case a graticcio. Camminammo chiacchierando vivacemente lungo la Datze, un piccolo fiume sbarrato, con un tempo un po’ fosco. La chiamano Datzetal, valle della Datze, anche se di valle se ne vede ben poca. Il fiume, che in realtà è un ruscello, scorre placido attraverso la pianura, tra viali di pioppi i cui alberi sono carichi fino all’inverosimile di vischio.

Dal corso perfettamente rettilineo del letto si capisce che qui ci ha messo mano l’uomo. Dai campi, qua e là, sfociano nella Datze dei fossi di drenaggio. Si cambia sponda più volte. Bisogna fare attenzione nel punto in cui si torna per la seconda volta sulla riva sinistra. Qui c’è anche un sentiero che va a destra in diagonale. Quello giusto, però, prosegue lungo la Datze. Questa diramazione, come anche la successiva, non è segnalata. Al ponte successivo, davanti al quale c’è una chiusa, si prende la strada asfaltata a destra. Questa porta direttamente a Roga. All’ingresso di Roga si vede già da lontano un nido di cicogne. Quando passammo noi, una cicogna era già sul nido a covare.

Ingresso di Roga

Passata la chiesa, anch’essa purtroppo chiusa, arrivammo a un bivio che divenne il motivo per cui quel giorno finimmo per camminare tre chilometri in più fino a Staven. Su un piccolo cartello verde con scritto «Staven 4,5 km» è fissata anche una conchiglia. Solo che purtroppo questo cartello indicava la direzione sbagliata. Secondo la descrizione e anche secondo la traccia che avevo disegnato, qui il cammino prosegue dritto su una strada di lastre di cemento, fuori dal paese, direttamente verso Staven. Il cartello però ci mandava a sinistra in direzione di Bassow, che già di per sé distava 3 km. Se avessimo interpretato solo la conchiglia, i cui raggi indicavano la direzione giusta e sotto la quale non c’era una piccola freccia (come poi sarebbe stato di regola), avremmo preso la strada giusta. Così invece ci siamo lasciati confondere dal cartello. Può darsi che qualche burlone l’abbia anche girato. Non lo sapremo mai. Purtroppo non ho fotografato il cartello. Visto però che sulla cartina vedevamo che anche da Bassow c’era una strada di 3,5 km per Staven, seguimmo Krümel, che in direzione Neubrandenburg avrebbe dovuto comunque girare a sinistra qui.

Le tappe da Friedland a Neubrandenburg si distinguono nettamente, per paesaggio, da quelle successive. Di laghi e boschi non c’è traccia a perdita d’occhio. In compenso c’è una campagna vasta con singole «isole» di alberi. In questa stagione tutto era di un verde rigoglioso e i campi di colza di un giallo brillante. Così si riescono a fotografare anche animali considerati molto schivi, come queste gru.

Siamo davvero sulla strada giusta?

Un chilometro dopo Roga (Roga Ausbau) vedemmo alcuni piccoli massi erratici sotto un grande tiglio: un invito gradito per una breve sosta. Tirammo fuori ancora una volta la descrizione del percorso per avere conferma che ci eravamo un po’ allontanati dal cammino. Un abitante, incuriosito, venne da noi e naturalmente gli raccontammo che cosa stavamo combinando. Un po’ stupito sparì di nuovo in casa e noi ci rimettemmo gli zaini in spalla per proseguire. In fretta arrivammo a Bassow, dove ringraziammo ancora una volta Krümel per l’ospitalità e lo salutammo. Nella vita ci si incontra sempre due volte, gli gridai. E non voleva essere una minaccia.

Prato di tarassaco dopo Bassow

Ingresso di Staven

E mentre lui proseguiva a passo spedito verso Neubrandenburg, noi girammo a destra per camminare con calma, attraverso prati tinti di giallo dal tarassaco e un piccolo bosco, in direzione di Staven. Dopo il tempo grigio della mattina, con qualche goccia di pioggia che però non giustificava indossare l’abbigliamento antipioggia, ora uscì persino il sole. Rimase comunque fresco: in fondo, il tempo ideale per camminare. Staven fu presto in vista e da

lontano si sentiva un’aria di festa provenire da un’area di orti. «Ah già, oggi è l’Ascensione, la festa degli uomini. Accidenti, camminare così tanto e non riuscire nemmeno a farsi una birra.» Questa non mi era mai capitata. Un po’ invidioso tesi l’orecchio per capire da dove venisse il chiasso, per poi constatare che doveva trattarsi purtroppo di una festa privata e non di una birreria all’aperto. A casa, in quel momento, gli amici andavano in bici da un’osteria all’altra. Pazienza – avanti!

Trovammo in fretta la canonica, subito dietro la piccola chiesa.

Canonica di Staven

Stanza dei pellegrini nella canonica

Poco dopo aver suonato si sentì un trambusto dietro la porta. Ci eravamo annunciati, ma non avevamo potuto prevedere quando saremmo arrivati. E così fummo contenti quando la signora Kretschmer aprì e ci invitò gentilmente a entrare. Dopo una breve spiegazione al piano terra, ci condusse su per una scala ripida fino al sottotetto, dove due piccole stanze sono a disposizione dei pellegrini.

Contammo cinque posti per dormire, tra letti e brandine, nelle due stanze. Sul tavolo c’erano dei fiori e accanto alla Bibbia una bottiglia di acqua minerale con dei bicchieri. Qui ci sentimmo subito i benvenuti. Al piano terra ci sono il bagno, il WC e una piccola cucina con tutto il necessario. La signora Kretschmer ci mostrò anche il grande giardino con le pecore, un laghetto e una serra. Dopo aver sbrigato tutto in casa (doccia, letti, cena), ci sedemmo ancora un po’ al sole in giardino. La signora Kretschmer e più tardi il signor Kretschmer, che è il pastore di Staven e di diverse comunità vicine, si unirono a noi e parlammo del cammino, dei motivi per cui andiamo in pellegrinaggio e del grande lavoro di un pastore. Già sul cammino ecumenico avevamo saputo dei molteplici compiti e della lunga giornata lavorativa di un pastore. Come nel mondo laico, a quanto pare anche nella Chiesa manca il personale, e bisogna avere grande rispetto per questo lavoro al servizio delle persone. Qui, come anche nelle canoniche successive in cui siamo stati accolti, abbiamo avuto l’impressione che un pastore passi molto tempo in auto per spostarsi da una comunità all’altra. I tempi in cui ogni villaggio aveva il «suo» pastore sono passati da un pezzo. L’avevo notato anche a casa. E poi persone già così occupate si rendono anche disponibili a offrire alloggio ai pellegrini. Non resta che togliersi il cappello e dire grazie.

Nel giardino della canonica

Quando fuori fece troppo freddo, la famiglia Kretschmer ci invitò a cena nella loro cucina. Forse fu un po’ scortese. Ma purtroppo dovemmo rifiutare, perché primo avevamo già mangiato e secondo, tutto quello che mangiamo oggi domani non dobbiamo trascinarcelo nello zaino. Su un cammino del genere si diventa piuttosto tirchi e parsimoniosi. Non si butta via niente e capita anche di mangiare un panino vecchio di due giorni. Lo si tiene nello zaino perché non si sa bene quando si potrà fare di nuovo la spesa. Li ringraziammo comunque di cuore e almeno ci sedemmo con loro a tavola. Al signor Kretschmer promisi di fargli sapere com’era andata una volta finito il cammino, cosa che nel frattempo ho già fatto. Sicuramente legge anche qui e lo saluto di cuore. Forse potrà aiutare a mettere in pratica l’uno o l’altro consiglio dato in buona fede.

Al crepuscolo ci ritirammo nella nostra cameretta. Fuori la pioggia, cominciata nel frattempo, aveva fatto tacere i festeggiamenti per la festa degli uomini nel vicinato. Anche i barbecue dal profumo invitante, che ovunque facevano salire al cielo le loro colonne di fumo azzurro, erano spariti. Il primo giorno era stato un successo pieno. Eravamo già lontani dalla quotidianità, avevamo avuto un cammino molto bello ed eravamo stati accolti con affetto a Staven. Domani la strada fino a Burg Stargard è un po’ più lunga e volevamo partire verso le 8. Il che significava che verso le 7 la notte sarebbe finita. Un vantaggio di un viaggio da pellegrini è che la giornata la si vive davvero e non si resta a letto fino a tardi. Come l’avanzare, anche il tempo sembra scorrere più lentamente.

Allora, buona notte e a domani.

Tappa 2: Staven – Burg Stargard (28 km)

La sveglia non ebbe nemmeno bisogno di chiamarci. In realtà eravamo svegli da un pezzo quando risuonò la melodia nota e a volte anche odiata. Anche se ci si alza piuttosto presto, sul cammino in realtà si dorme persino più che a casa. Si va quasi sempre a letto presto. Non ci sono televisione o altri ladri di tempo libero. Si è anche lontani dai fatti del mondo, dagli scandali, da omicidi e ammazzamenti e da tutti i titoli negativi che i nostri media presentano in modo sensazionalistico. Non si crede quanto faccia bene. Ormai evitiamo consapevolmente di ascoltare e guardare, per ritrovare più in fretta la nostra pace interiore. Un bell’esempio fu lo scandalo dei cetrioli spagnoli presumibilmente contaminati dal virus nel maggio 2011. Siccome non capivamo nulla di quello che passava sui televisori accesi in tutti i bar, vedendo le immagini di cetrioli mostrate in continuazione pensavamo a servizi su un buon raccolto di cetrioli. Senza saperlo eravamo sfuggiti a un’isteria (come si scoprì in seguito) infondata. Doveva restarci come lezione.

Ancora un caffè al volo e via!

In un attimo era tutto di nuovo negli zaini. E i nuovi zaini si comportavano benissimo. Potendoli caricare non solo dall’alto, ma anche dal davanti attraverso una grande apertura con cerniera, si metteva ordine nel bagaglio in fretta. Uno zaino più grande nasconde naturalmente un pericolo. Si cede fin troppo facilmente alla tentazione di metterci troppa roba o cose inutili. Lì ho dovuto proprio trattenermi.

Ancora un caffè e una fetta di pane con la marmellata, poi si poteva partire. Dai Kretschmer ci eravamo già congedati la sera prima. E così non volevamo disturbare così presto al mattino.

Strada di campagna dopo Staven

L’uscita da Staven è ben segnalata. Proprio accanto alla chiesa c’è un pannello informativo. Dovevamo andare in direzione di Neuenkirchen. C’è ancora un po’ di foschia e fa piuttosto freddo. Dopo dei vecchi binari dismessi, fuori da Staven si prende subito a destra una strada sabbiosa in leggero saliscendi. Poco prima di Neuenkirchen l’autostrada A20, che si attraversa su un ponte. A Neuenkirchen il cammino è segnalato molto bene. Qui inizialmente volevamo pernottare dopo la prima tappa, perché i 12 chilometri fino a Staven ci sembravano un po’ pochi. Per via della festività del giorno prima, però, chi offriva alloggio purtroppo non era in casa. Anche i tentativi della signora Albrecht di organizzare un’altra sistemazione a Neuenkirchen o un posto per la nostra tenda non andarono a buon fine. E così attraversammo il villaggio che si stava svegliando. Molti a quanto pare avevano approfittato del ponte per prendersi un giorno libero.

Esposizione aeronautica a Neuenkirchen

All’improvviso una vista che non c’entrava proprio nulla con l’idillio del villaggio. Su un grande terreno c’erano aerei da caccia ed elicotteri militari in gran numero. Questo lo guardiamo da vicino, dissi. E già avevamo lasciato il percorso segnalato. E infatti c’erano MiG 17, 21 e 23 accanto a diversi imponenti elicotteri, in condizioni sorprendentemente buone. Un cartello sul cancello chiarì tutto. Si tratta del terreno dell’Interessenverein Luftfahrt Neuenkirchen e.V. Apertura solo la domenica dalle 16. Pazzesco, che idee vengono alla gente. Qualche foto e via di nuovo.

Segnavia dopo Neuenkirchen

All’uscita del paese bisogna fare un po’ di attenzione per non perdere il cartellino con la conchiglia. Questo ci indicò una strada di campagna di terra scura che si stacca in diagonale a sinistra dalla strada asfaltata. Sul bordo destro del sentiero c’era una fila di cespugli recintata, in cui si era smarrito un capriolo. Quando ci notò cercò freneticamente di scappare, cosa che dopo molti tentativi falliti, in cui saltava contro la rete metallica, finalmente gli riuscì. Con strani versi che sembravano imprecazioni, saltò via attraverso il campo di colza. Sono riuscito a riprenderlo più o meno nel video. In generale un paesaggio così aperto si presta meglio a osservare gli animali.

Beccate giusto in tempo prima del decollo

E così notammo di nuovo alcune gru. Purtroppo loro notarono anche noi. E così volarono via con i loro tipici richiami insistenti. Non più tanto lontano vedevamo già i palazzoni di Neubrandenburg. Ma come tutto il cammino, anche questo tratto raramente va dritto alla meta, e così facemmo ancora diverse anse, una volta camminammo persino nella direzione opposta, per poi ritrovare la Datze. Lungo di essa corre la ciclabile da Friedland a Neubrandenburg e ci si può orientare anche con la segnaletica ciclabile. Ormai la Datze aveva assunto la sua vera grandezza. La si sarebbe potuta saltare comodamente.

Prato prima di Küssow

In un riparo lungo la ciclabile facemmo di nuovo sosta, per poi proseguire verso Küssow, un sobborgo di Neubrandenburg. Ora il sole era uscito e la natura sembrò all’improvviso ancora più viva. Il verde fresco a contrasto con i campi di colza giallo acceso quasi accecava. Dopo il lungo inverno sembrava che tutto si aprisse di colpo, come una diga che viene aperta all’improvviso. Prima di Küssow un piccolo ostacolo: una sbarra del passaggio a livello chiusa. Se si vuole passare bisogna premere un pulsante. E se non è annunciato nessun treno, dopo la chiamata si apre subito.

Rovine della chiesa di Küssow

Subito dopo la sbarra conviene girare lo sguardo a sinistra. Lì c’è un piccolo cimitero e, in mezzo a un prato curato, le rovine di una vecchia chiesa in pietra di campo che vale assolutamente la pena di vedere. È sorprendente quale fascino possa avere anche una rovina così. Tornati sulla strada, attraversammo un quartiere residenziale curato fino alla B104. Qui la conchiglia indica a destra. Ma niente paura, non si deve andare sulla statale. Su una ciclabile, un po’ discosti dalla strada trafficata, attraversammo un’area di orti. Ma poi la città ti inghiotte. Ovunque concessionari d’auto, distributori di benzina e palazzi alti. Dopo tanto tempo in aperta campagna ci si sente decisamente fuori posto. Molti passanti o automobilisti fermi ai semafori ci guardavano piuttosto perplessi, mentre noi con i nostri zaini aspettavamo diligenti ai semafori pedonali.

Seconda colazione in vista

Poi in lontananza una grande insegna «Kaufland». Lì c’è la seconda colazione! Quindi andiamoci. Nella frenesia della spesa del fine settimana – bisogna considerare che il giorno prima era festa e quindi prima del weekend i frigoriferi sono naturalmente vuoti – ci sentimmo ancora più fuori posto. Ci rifugiammo in un angolo snack tra un panettiere e un macellaio. Dall’uno c’era il caffè, dall’altro una baguette con sopra qualcosa. Di continuo qualcuno sbirciava i nostri grandi zaini appoggiati a terra. Nessuno però osava semplicemente chiedere. Strani questi cittadini: in campagna saremmo già da tempo immersi in una lunga conversazione. La città invece è anonima e fredda, per di più in un quartiere nuovo come questo. No, lì non mi ci porterebbe nessuno. Io resto in campagna. Lì è vero che tutti sanno quasi tutto di tutti, il che a volte può essere anche imbarazzante. Ma tutto è più cordiale, più caldo e più affettuoso. Beh, a parte qualche brontolone, attaccabrighe e guastafeste dietro la rete del giardino, che ci sono dappertutto, ma che in un villaggio così finiscono presto per restare soli soletti.

Piccolo zoo nel Lindetal

Come ho già scritto, non volevamo attraversare di nuovo il centro di Neubrandenburg. E così consultai la mappa sul mio GPS per trovare la strada più breve verso il Lindetal. Lì si ritrova il cammino, che avevamo appena lasciato. Attraverso ampi giardini pubblici trovammo in fretta la ripida discesa nell’idilliaca valle verde. Non si direbbe di essere stati poco prima in un quartiere di palazzi prefabbricati. Arrivati giù, trovammo un piccolo zoo curato da persone con disabilità. A destra e a sinistra del sentiero era stato allestito un percorso a piedi nudi, che culminava nell’attraversamento di un guado nella Linde e in una striscia di vetri rotti per i più coraggiosi. Burg Stargard è già indicata e qua e là si trova anche una conchiglia. Tenendo d’occhio entrambe le cose, non ci si può perdere.

Nel Lindetal

Lungo la Linde, un fiumiciattolo largo circa 3 metri che serpeggia attraverso la valle in parte paludosa, camminammo attraverso un bosco di latifoglie di un verde rigoglioso. A sinistra del sentiero osservammo le rovine di una vecchia cartiera, un tempo azionata dall’acqua della Linde. La ciminiera che spunta all’improvviso nel bosco è impossibile da non notare e fa un effetto piuttosto strano, lì in mezzo agli alberi. In una radura con delle panchine si vedevano ancora i resti di una festa degli uomini. Da qui mancavano ancora 3,5 chilometri a Burg Stargard. Si saliva leggermente e accanto a noi veniva recintato un pascolo per un grande gregge di pecore che, rinchiuso un po’ in disparte, belava per conto suo. Poco prima della cittadina si attraversa ancora un bosco e su una panchina a sinistra del sentiero sedevano quattro signore di età matura, evidentemente in gita in bicicletta, che la stavano coronando con una bottiglietta di spumante. Di ottimo umore ci rivolsero la parola e naturalmente soddisfacemmo la loro curiosità. E subito saltò fuori che una delle signore aveva già fatto anche lei un pellegrinaggio in Spagna. Immediatamente la conversazione diventò una discussione tra esperti. Volevano sapere quanto pesavano i nostri zaini e persino provarli in spalla. Fu una conclusione divertente del nostro cammino di oggi. Con un’indicazione su dove passare a Burg Stargard per arrivare al nostro alloggio, si congedarono da noi, per poi sorpassarci più tardi con le loro bici all’ingresso del paese, salutandoci ancora una volta a gran voce.

Villa Martha a Burg Stargard

La «Villa Martha», una piccola pensione che offre camere a buon prezzo ai pellegrini, fu presto trovata. A Burg Stargard c’è anche un secondo alloggio privato, dalla signora Heinke, al Sabeler Weg 5. Avevo chiesto anche lì, ma purtroppo mi avevano richiamato un po’ troppo tardi. Peccato, anche lì sarebbe stato sicuramente molto piacevole. Così però mi sentii dire al telefono dalla signora Kämig, la titolare della pensione «Villa Martha»: «Ma per i pellegrini un letto ce l’abbiamo sempre». Molto bello! Il signor Kämig, che è anche lui già stato pellegrino, ci accolse con gioia alla porta. Ci accompagnò in una camera molto bella – puro lusso per gli standard e le aspettative di un pellegrino.

Chiesa parrocchiale di San Giovanni

Dopo aver disfatto lo zaino, cosa che qui fu meno impegnativa perché non ci servivano i sacchi a pelo, un bagno nella vasca e il bucato ormai diventato necessario, andammo in piazza del mercato, di fronte alla chiesa parrocchiale di San Giovanni, per una piccola spesa, un caffè, un gelato e una birra. Dovevamo fare la spesa perché fino a Carpin, che avremmo attraversato solo dopodomani, non ci sono negozi. Quindi bisognava di nuovo scegliere qualcosa di nutriente, leggero e che non andasse a male troppo in fretta. A casa si cercano sempre le confezioni grandi a poco prezzo. Qui conta solo il peso e l’ingombro ridotto. Il prezzo ha un ruolo secondario. Come riserva di ferro però abbiamo sempre con noi un po’ di frutta secca, qualche barretta ai cereali e delle noci. Saziano in fretta e danno energia. Per la sera comprammo anche una bottiglia di vino rosso, che svuotammo a cena nel giardino della pensione.

Anche il secondo giorno era ormai storia. E le immagini del cammino che avevo in testa prima non corrispondevano affatto alla realtà. Finora era stato tutto ancora più bello e ancora più interessante. Soprattutto non avrei pensato di entrare così tanto in contatto con le persone lungo il cammino, un’impressione che nei giorni successivi si sarebbe ancora rafforzata.

Sotto un quadro deliziosamente kitsch, con cornice dorata e un girotondo di fanciulle, nei letti super comodi ci addormentammo in fretta. Domani ci aspettano 21 chilometri fino a Rödlin, una distanza che non può certo spaventarci.

Tappa 3: Burg Stargard – Rödlin (21 km)

Abbiamo dormito bene sotto il girotondo di fanciulle nella cornice dorata. Alle sette e mezza c’era la colazione – e che colazione. La signora Kämig aveva riempito tutta la tavola di cose che un pellegrino che si arrangia da sé vede di rado.

Colazione abbondante alla pensione Villa Martha

«Chi deve mangiare tutto questo?» chiesi. E subito mi avventai sulle uova sode. Due panini finirono poi anche nello zaino. I Kämig ci perdoneranno. Ancora due chiacchiere con la padrona, che poi ci impresse anche i timbri sulla credenziale. E già alle 8 eravamo di nuovo in strada. Questo alloggio possiamo raccomandarlo senza riserve, eravamo d’accordo.

Su verso il castello di Burg Stargard

Il cammino, ben segnalato, esce dalla città in direzione della collina del castello. Una collina del castello di prima mattina non fa proprio per me – soprattutto non dopo una colazione così. Sbuffando mettevo un piede davanti all’altro per issarmi in cima. Il mio zaino voleva chiaramente andare nella direzione opposta. Non avevo ancora trovato le regolazioni ideali. Il peso deve stare sui fianchi, sulle ossa del bacino! Prima però bisogna trovarle, nel mio caso, per non parlare dei fianchi. Da me ci sono solo due alternative: sopra la pancia o sotto. Optai per sotto, perché la mia pancia finisce molto in alto. E così regolai gli spallacci il più lunghi possibile, in modo che il peso poggiasse davvero sulle alette del cinturone dello zaino. Così però ondeggiava un po’ avanti e indietro mentre camminavo. Per un po’ andò abbastanza bene, poi mi venne mal di schiena, che combattei con una frequenza di pause insolitamente alta per me. Andrea cominciava già a stupirsi.

Ma non eravamo ancora a quel punto, siamo ancora alla salita al castello. Un grosso acciottolato in una strada incassata offre poca presa alle scarpe. E così sono di nuovo contento di avere almeno un bastoncino da trekking in mano.

Il castello di Burg Stargard

Il castello di Burg Stargard l’abbiamo visto solo da fuori. Non so nemmeno se a quell’ora fosse già aperto. E poi era sabato. Forse la prossima volta. Poi finalmente si tornava un po’ in discesa. Accidenti, sembra di essere in Turingia! Un uomo ci raggiunse e ci chiese curioso da dove venissimo e dove volessimo andare. Diligenti dicemmo quello che finora avevamo sempre risposto in questi casi. Che eravamo sul PWMSP (ovviamente l’ho detto per esteso) e che eravamo partiti giovedì da Friedland. E che oggi volevamo arrivare fino a Rödlin e nei giorni successivi a Fürstenberg e Mirow, per poi tornare a Neubrandenburg passando per Neustrelitz, in senso contrario al percorso vero e proprio. Se ci abbia davvero creduto rimase un mistero. Perché ci guardò un po’ strano. Ma non sarebbe stato l’ultimo incontro con lui.

Sosta prima di Holldorf

Nel tratto di bosco successivo, prima di Holldorf, facemmo di nuovo sosta. E qui non avevo un’aria molto felice, perché continuavo a lottare con il mio zaino. Andrea voleva prendermi qualcosa – ci mancherebbe altro! Avrei dovuto lasciare la tenda nel prossimo alloggio e andarla a riprendere più tardi in auto. No! – la mia risposta testarda. «Ci serve ancora».

Panorama del bosco

Dopo Holldorf, per una volta, si cammina lungo la strada. E poco prima di Ballwitz all’improvviso mi tormentò un urgente bisogno umano. E mi tormentava davvero in modo molto, molto urgente! E quando ce n’è bisogno, ovviamente non c’è un cespuglio nei paraggi. Così attraversai il paese un po’ contratto e avvistai una panchina vicino a uno stagno. Se mi siedo lì un momento, forse passa. Non passò! E poi un episodio che si può vivere solo su un cammino di pellegrinaggio. Perché per ogni problema all’improvviso arriva una soluzione, come dal nulla.

Salvezza nel momento del bisogno – la canonica di Ballwitz

Questa soluzione era la canonica di Ballwitz, la cui porta era spalancata. È il cielo che me la manda! pensai. Senza pensare al senso più profondo del modo di dire. Prima che fosse troppo tardi, corsi alla porta senza zaino e senza bastone. Una donna stava lavando il pavimento dell’ingresso. «Oh povero me, arrivo pure nel momento sbagliato. C’è il pastore?» E già ero dentro. Avevo fretta, ma non volevo nemmeno essere troppo diretto. Bussai alla porta dell’ufficio ed entrai senza aspettare risposta. Il signor Rudolph, così si chiama il pastore, come seppi più tardi, era immerso in una telefonata e mi pregò di aspettare un attimo fuori. Certo, risposi un po’ mortificato. Poco dopo mi fece entrare. Cominciai subito con le mie spiegazioni, chi, dove e perché… «Un momento, prego» e sgomberò un tavolino rotondo con due poltrone. «Prima di tutto sediamoci». Va bene, pensai, è meglio, ed è anche educato. E probabilmente avevo già le gocce di sudore sulla fronte. Ripetei le mie spiegazioni a velocità vertiginosa e arrivai finalmente al vero motivo della mia irruzione. «Certo che abbiamo un bagno qui». E mi indicò la strada. Nella fretta quasi non mi accorsi che lo scopino era dentro il water. Quello di cui invece non mi accorsi era che mancava la carta. Per fortuna c’era un box accanto, dove ce n’era. Accidenti, che sollievo. Così una giornata diventa subito davvero rilassante.

Nella chiesa di Ballwitz

Tornato dal signor Rudolph, lui venne ancora con noi alla chiesa e ci raccontò qualcosa della sua storia. Per esempio come si era arrivati al fonte battesimale moderno o da dove proveniva il lampadario. Alla fine ci raccomandò caldamente di visitare la chiesa di Zachow. E ci diede alcuni consigli su come procurarci la chiave, nel caso fosse chiusa. Lo ringraziammo di cuore e ci rimettemmo in cammino. Una strada sabbiosa ci portò poi a Zachow, che dista solo 2,5 chilometri. Prima però un incontro che ci fece ridere. Ecco che arriva davvero il signore che la mattina ci aveva fatto il terzo grado, in tandem, con dietro sua moglie. Salutava agitando le mani e lei ci guardava incredula. «Scommetto che sua moglie non gli aveva creduto e adesso lui voleva darle la prova che ci sono davvero due matti che vogliono andare a piedi fino a Mirow con lo zaino», fu la mia spiegazione.

Proprio all’ingresso di Zachow ci colpì una grande proprietà, con un maneggio coperto e un ovale per le corse dei cavalli. Nel grande recinto correvano dei pony islandesi, una vista che in Germania non ci si aspetta. Qui si è stabilito qualcuno con moltissimi soldi, e per di più in un minuscolo paesino senza traffico di passaggio – strano. A Zachow porta una sola strada asfaltata e il paese non sembrava grande.

Chiesa del villaggio di Zachow

Nel quadro del villaggio ci colpì subito la piccola chiesa, un edificio rettangolare a graticcio con un campanile di legno a forma di piramide. Anche questa vista era insolita. Ma il villaggio doveva rivelarsi ancora più insolito e lasciarci a bocca aperta. Subito dietro la chiesa si trova l’ostello per pellegrini della famiglia Rhode-Schäper, dove sapevamo già che quel fine settimana non c’era nessuno. Proprio accanto un’altra graziosa casetta, dalla cui porta ci venne incontro una donna. Chiedemmo della proprietà che il signor Rudolph ci aveva indicato per la chiave della chiesa. «La chiave della chiesa? Ce l’ho anch’io. Volete vedere anche la nostra fucina?»

La fucina

Volentieri, dicemmo. E subito sparì per prendere la chiave, per poi venire con noi poco dopo alla fucina. La fucina non è mai stata tale. È solo stata ricostruita nello stile di una vecchia fucina di paese e ora ospita una casa della comunità. Restammo a bocca aperta entrando nella sala. Bisogna sapere che a casa, nel nostro paese, che dopotutto ha più di 800 abitanti, siamo attivi in un’associazione locale che da anni si batte per avere una sede più grande. A ogni riunione speriamo che non vengano tutti i soci. Ma da quando siamo stati accorpati al grande capoluogo di circondario Delitzsch, la nostra frazione è solo la quinta ruota del carro e i fondi non vengono distribuiti in base a quante attività ci sono nella frazione, ma in modo bello uniforme, a pioggia. Anche se da noi c’è un sacco di vita, veniamo trattati esattamente come una frazione dove regna il mortorio.

Sala comune nella fucina

Qui invece venimmo a sapere che in un villaggio di 68 abitanti è possibile che quasi la metà degli abitanti sia organizzata in un’associazione culturale che si occupa della chiesa, organizza molteplici eventi culturali e ha tirato su dal nulla una cosa come la fucina. Merita davvero un grande rispetto. Nella sede dell’associazione, allestita con gusto, sono esposti vecchi attrezzi e strumenti da fabbro raccolti nei dintorni. L’associazione ZINNOBER Kulturkreis Zachow e.V., come si chiama ufficialmente, ha un programma annuale strapieno e capitammo proprio al momento giusto per vedere una mostra di quadri e sculture dei due artisti Siegfried Besser e Anke Besser-Güth, della Sassonia.

Mostra nella chiesa di Zachow

I due sostengono da anni l’associazione nella lotta per la vecchia chiesa. Ai tempi della DDR il villaggio doveva essere spopolato. Con lo slogan «Se muore la chiesa, muore il villaggio» ora tutti gli sforzi, che siano motivati dalla fede o no, sono rivolti alla conservazione del centro del villaggio. Nel campanile di legno sono montate travi che risalgono, documentatamente, al XV secolo. E questo campanile è pericolante, tanto che la campana non può più essere suonata. Con eventi come quello di oggi si raccolgono fondi. Anche la Fondazione Reemtsma è stata conquistata come finanziatrice. La fondazione ha promesso 50.000 euro.

L’ultimo colpo è stato uno stand al Kirchentag evangelico di Amburgo. «La chiesa di Zachow su ruote – e tutti tirano insieme» si legge su un volantino con cui gli abitanti di Zachow volevano richiamare l’attenzione sul problema della loro chiesa, per ottenere altri fondi.

Sul posto abbiamo fatto una piccola offerta. Per quanto fossimo affascinati dai racconti, a un certo punto dovevamo proseguire. E così salutammo Zachow e i suoi intraprendenti abitanti. E ci portiamo a casa che molto è possibile, quando tutti tirano dalla stessa parte.

Dopo Zachow si raggiunge presto un bosco più grande. Qua e là si vedevano punti paludosi nel bosco, e per questo tornò in azione il nostro Antibrumm. Su idilliaci sentieri nel bosco si procedeva un po’ a zigzag fino a Wanzka. Degno di nota e da vedere a Wanzka è l’antico monastero cistercense femminile del XIII secolo. Il portale e la chiesa abbaziale sono l’unica cosa che resta del complesso monastico. Il monastero, soppresso durante la Riforma, dopo la Guerra dei Trent’anni fu usato come cava di pietre. La chiesa abbaziale fu quasi completamente distrutta da un incendio devastante, ma poi ricostruita.

Wanzkaer See

Non ci trattenemmo a lungo a Wanzka, dato che a Ballwitz e Zachow avevamo fatto lunghe pause. Solo sul Wanzkaer See tirammo ancora su i piedi per un momento. Sul pontile c’erano anche alcuni abitanti del paese e subito ricominciarono le domande su dove fossimo diretti. Buffo che dal nostro dialetto abbiano capito che veniamo da Delitzsch. Ma scarpe di nuovo ai piedi e avanti! Perché cominciava a fare piuttosto freddo. Ci saranno stati al massimo 12 gradi e sul lago fischiava un vento fresco. Ma ormai non poteva mancare molto. Passando un passaggio a livello, dove nella casa del casellante dovrebbe esserci anche un alloggio per pellegrini, si entra a Rödlin. Sarebbe certamente utile se gli alloggi fossero segnalati ovunque. Alla casa del casellante, infatti, non vedemmo nessuna insegna di ostello.

Chiesa di Rödlin

In compenso vedemmo già da lontano la chiesa di Rödlin, bianca e appena reintonacata, con il suo caratteristico campanile con la cupola di rame. Una particolarità qui è che il campanile si trova di lato alla navata. È, nel raggio di chilometri, l’unica chiesa in stile neoclassico. E? – La porta era aperta. Curiosi entrammo e sapevamo già che oggi qui si era celebrato un matrimonio. Quando ci eravamo annunciati ce l’aveva già detto la pastora del posto, Pirina Kittel. Di ottimo umore ci salutò ora, mentre all’improvviso ci trovammo sui petali di rosa all’ingresso. «Devo andare via di nuovo. Ecco la chiave della canonica. Troverete sicuramente tutto da soli» – e già era seduta in macchina e partiva sgommando. Un’altra pastora irrequieta su quattro ruote.

Betulla vestita a maglia

Stupiti entrammo nella proprietà della canonica. Una grossa betulla ci saltò subito all’occhio. È rivestita di lana colorata lavorata a maglia. Più tardi venimmo a sapere che le coperte a maglia venivano da un’iniziativa delle donne della parrocchia e che poi era semplicemente un peccato disfarle. Così, senza pensarci troppo, si vestì l’albero della parrocchia, che ora attira gli sguardi sul prato curato davanti alla casa. La bella casa è circondata da un giardino molto curato. Gli alberi da frutto erano potati in modo esemplare ed erano in piena fioritura. Qui deve aver lavorato qualcuno con il pollice verde. La signora Kittel ci raccontò più tardi che era opera di suo marito e che lei ci aveva poco merito.

Il Kirchsee dietro la canonica

Dietro la casa c’è un pontile sul Kirchsee. Purtroppo nel lago non si può ancora fare il bagno. Un allevamento intensivo di maiali un tempo ci scaricava dentro il liquame. Le porcilaie sono storia da un pezzo. Ma il lago si riprende solo lentamente. Peccato, in fondo. D’altra parte: con un posto per fare il bagno questo luogo sarebbe quasi troppo perfetto. All’alloggio per i pellegrini si sta ancora lavorando. Qui nel sottotetto potrebbero dormire intere squadre di calcio, tanto è lo spazio. Scegliemmo la stanza più piccola, con un letto a castello e due letti singoli. Il grande locale accanto a quanto pare viene usato per il catechismo. Coloratissimi cartelloni dipinti a mano, caricature e foto decoravano le pareti. Ovunque si vedevano materiale per lavoretti e giochi. Sul tavolo c’erano ancora alcuni ritagli di carta. Qui c’è vita. Lo si vedeva subito.

Alloggio per pellegrini nel sottotetto della canonica

Sempre in questo locale – una cucina con tutto quello che serve per sfamare molte persone. E anche per i pellegrini c’è tutto il necessario. E così ci sistemammo comodi. Prima però bisognava mettere qualcosa nello stomaco. In paese c’è la trattoria e pensione «Nussbaum». E per nostra fortuna oggi era aperta. Beh, non è proprio un tempio del gourmet. E anche l’arredamento ha i suoi anni. Ma per un Bauernfrühstück e una birra andava bene. La pensione offre alloggio anche ai pellegrini. 25 € a persona a notte, mi riferì la cameriera alla mia domanda. Beh, un pellegrino preferirà sicuramente dormire in canonica. E questo non ha certo a che fare solo con i costi.

soddisfatti

Al ritorno ci sedemmo ancora un po’ nel bel giardino. Poco dopo arrivò anche la signora Kittel, con cui chiacchierammo ancora un po’. Non a lungo, perché doveva ancora preparare la predica della domenica. Così fuggimmo dal freddo nella nostra cameretta e ci infilammo nei sacchi a pelo ancora prima del crepuscolo. Domani si va a Wokuhl. In linea d’aria non è poi così lontano. Ma come avevamo già imparato, la strada diretta non è sempre la più bella. E così anche domani cammineremo più volte avanti e indietro tra i villaggi e faremo parecchi chilometri su belle deviazioni.

Tappa 4: Rödlin – Wokuhl (24,5 km)

Ero già sveglio prima della sveglia e uno sguardo fuori dalla finestra mi disse che sarebbe stata di nuovo una bella giornata. Era sorprendente come, nonostante le previsioni meteo non proprio esaltanti, fino a quel momento stessimo evidentemente camminando dentro una «bolla di bel tempo». Solo il primo giorno avevamo preso un po’ di pioggia, che però ci aveva disturbato poco, perché non era forte ed era durata poco. Da allora faceva piuttosto freddo, ma era asciutto e soleggiato. Il tempo ideale per camminare. E il cielo mostrava un gioco di nuvole che rallegra qualsiasi fotografo.

Blu / verde – atmosfera da Meseta poco dopo Rödlin

Ma mi ripeto. Speravo che anche oggi sarebbe stato così. Lo sguardo fuori dalla finestra, in ogni caso, era promettente. Con prospettive del genere alzarsi è due volte più facile. Così misi a scaldare l’acqua per il caffè e preparai la colazione che ci eravamo portati – ancora una volta pane, formaggio e un po’ di marmellata. In un attimo era tutto pronto e già prima delle otto avevamo di nuovo gli zaini in spalla. Dalla nostra allegra e gentile padrona di casa ci eravamo già congedati la sera prima, e così lasciammo di buon umore la proprietà, passando accanto alla «betulla lavorata a maglia».

Ferrovia solitaria

Usciti da Rödlin camminammo per un bel pezzo lungo la strada. Una volta entrati nel bosco, un segnavia indica a sinistra. Anche qui si segue una strada asfaltata fino a raggiungere Rödlin Ausbau. Un cane salutò il nostro arrivo con un abbaiare fragoroso. Ma si calmò presto, quando capì che proseguivamo senza scuotere il cancello del suo giardino. In mezzo a questa frazione di Rödlin, fatta solo di qualche fattoria, dovemmo poi svoltare a destra in diagonale. Fin lì la segnaletica era stata piuttosto buona, tanto che eravamo sicuri di essere sulla strada giusta.

In mezzo al bosco attraversammo una ferrovia a binario unico, che avremmo incontrato ancora diverse volte quel giorno. Dopo circa 2 chilometri il bosco si diradò e ne uscimmo su una bella strada di campagna fiancheggiata da grandi alberi. Sulla destra vedevamo già lo Schlesersee, che confina con il paese di Carpin.

Cartello ricomposto

Prima di un passaggio a livello sulla stessa linea a binario unico si può scegliere tra due strade, dritto o a destra. E infatti lì c’era anche un cartello. Purtroppo era rotto, ma i pezzi staccati erano ancora infilati dietro il resto del cartello. Così abbiamo avuto la possibilità di rimetterlo insieme. E scoprimmo che per arrivare a Carpin dovevamo proseguire dritto, perché una piccola freccia aggiuntiva sul cartello indicava quella direzione. Prima, però, facemmo una deviazione fino allo Schlesersee.

Lo Schlesersee vicino a Carpin

Qui c’è un piccolo pontile e un punto balneabile. Per fare il bagno era decisamente troppo freddo, ma io approfittai del pontile per qualche foto del lago idilliaco. Tornati sul sentiero, si arriva presto su una strada asfaltata che si segue verso destra per raggiungere l’ingresso di Carpin. Secondo la descrizione qui dovrebbe esserci una deviazione a destra (di nuovo oltre la ferrovia). O ci era sfuggita, o davvero non c’era nessun cartello. Così passammo davanti alla vecchia stazione di Carpin fino a una strada principale, dove subito a sinistra un tavolo con panche di legno ci invitò a fare una pausa. Dopo un po’ di frutta secca e qualche barretta di muesli ripartimmo. Secondo i miei appunti ora dovevamo tenere la destra. Lì non c’era nessun cartello.

Sorpresa domenicale: un forno aperto a Carpin

Da lontano vedemmo un grande pullman turistico e alcuni turisti fermi in mezzo al paese. Avvicinandoci ci accorgemmo che c’erano un ristorante e un hotel di campagna. I viaggiatori avevano evidentemente passato la notte lì e ora, prima di ripartire, avevano fatto colazione. Mmm, magari salta fuori qualcosa anche per noi. E infatti, dietro l’angolo c’era anche un forno, aperto perfino oggi, domenica. Naturalmente non ci lasciammo scappare l’occasione e rifornimmo le nostre provviste. Che più avanti, quel giorno, si trovasse ancora qualcosa da mangiare era piuttosto improbabile. E questo lo avevamo già imparato sulla Via Regia: sfruttare ogni occasione, anche se lo zaino diventa ancora più pesante.

Piccola cappella a Carpin

Proseguendo attraverso il paese notammo una minuscola casetta azzurra con una croce fissata sul timpano. Sotto si vedeva perfino una piccola campana. Dev’essere la chiesa più piccola che incontreremo lungo il cammino. E così, senza pensarci troppo, cogliemmo l’occasione per dare un’occhiata dentro, visto che la porta era aperta e davanti alla cappella alcune signore anziane stavano chiacchierando. Salutando ci infilammo accanto a loro sullo stretto vialetto ed entrammo. Qualche fila di sedie davanti a un altare minuscolo: era tutto ciò che c’era nella stanza. La giovane pastora, che stava ancora raccogliendo alcuni oggetti, era già di nuovo di fretta e, come ci spiegò, doveva ancora andare a un battesimo. Quindi non c’era tempo per parlare. Riuscimmo comunque a sapere che la cappella era stata costruita con parti di una vecchia baracca e che, per il colore e l’aspetto, avrebbe potuto trovarsi da qualche parte in Scandinavia. Ancora una foto veloce e via di nuovo sul cammino (così pensavamo). Un cantiere stradale ci costrinse sul lato destro della strada. Qui stavano rifacendo l’attraversamento del paese della B198. Forse per questo il cartello era sparito, ed è colpa sua se in questa tappa camminammo per un bel pezzo nella direzione sbagliata. Dopo poco più di un chilometro, percorso su una pista ciclabile lungo la B198, mi accorsi dell’errore e tornammo indietro. Ancora una volta fu un vantaggio avere con noi il GPS.

Sulla strada per Bergfeld

La traccia registrata in precedenza ci indicò una strada sterrata sabbiosa in direzione di Bergfeld. Rispetto a un’ipotetica linea d’aria verso la meta del giorno, questo significava fare ancora una volta un giro più largo e quindi aumentare di nuovo i chilometri della giornata. La solitaria strada sabbiosa sembrava non finire mai. Sopra di noi una cicogna bianca volteggiava nel cielo leggermente nuvoloso e prima di Bergfeld approfittammo di una panchina a bordo strada per un’altra sosta. Così avemmo il tempo di contemplare quel cielo splendido, che creava un bel contrasto con i campi di grano di un verde rigoglioso e il giallo acceso della colza. Il cielo senza nuvole lo trovo noioso. Ma quello che succedeva lassù oggi mi faceva prendere in mano la macchina fotografica di continuo. Bergfeld sembrava deserto. Non si vedeva quasi nessuno. Ormai era domenica, poco dopo mezzogiorno, e i più probabilmente si stavano godendo il riposo pomeridiano.

Storica fucina del villaggio a Bergfeld

Noi no! E così non ci sfuggì nemmeno il cartello che, poco dopo la storica fucina del villaggio, ci mandava a sinistra su un sentiero fangoso nel bosco. Da un giardino un vecchio signore gentile ci salutò con la mano. E poco dopo dovemmo scappare dal sentiero, perché in discesa verso di noi arrivava un carro coperto trainato da due massicci cavalli da tiro. Planwagencamping.de c’era scritto sul carro, a cassetta del quale sedevano due donne allegre, che ci salutarono cordialmente e ci ringraziarono per averle lasciate passare. Con lo slancio che avevano, in realtà non ci restava altro che scansarci nel bosco. Poco più tardi vedemmo altri carri come quello.

Accampamento di carri coperti a Grünow

Un intero accampamento di carri stava nei pressi di Grünow, in un bosco rado. Anche questo è sicuramente un modo molto interessante per conoscere la zona, e per di più molto ecologico. Accanto, in un recinto, c’erano dei robusti cavalli da tiro. E poco dopo un tavolo con panche nuovo di zecca ci invitò di nuovo a una pausetta. Lì, al sole, c’era già seduta una giovane donna in avanzato stato di gravidanza e io mi stupii che, nelle sue condizioni, si fosse spinta così lontano da un paese o da una strada asfaltata. Dopo una breve chiacchierata con lei arrivò la soluzione dell’enigma. Il suo compagno arrivò dieci minuti dopo attraverso un prato con il suo cane da caccia. Era andato fuori dal sentiero a osservare i cervi. Entrambi ci salutarono e noi restammo ancora un po’ sdraiati al sole. Solo la durezza delle strette panche di legno mi impedì di addormentarmi. E così spronai anche Andrea a ripartire.

Panorama prima di Steinmühle

Le nuvole in cielo si addensavano a vista d’occhio e temevo che quel giorno ci saremmo ancora bagnati. Attraverso un bellissimo bosco con tanti stagni paludosi raggiungemmo presto la località di Steinmühle.

Steinmühle

Beh, chiamarla località è un po’ esagerato. Sono solo poche case. La più importante è sicuramente loJugendwaldheim, un centro di formazione per ragazzi dell’ente del Parco nazionale della Müritz. Qui anche i pellegrini possono trovare un posto per la notte. Oggi c’erano tanti gitanti del fine settimana e tutte le panchine erano occupate. Bambini in groppa a pony condotti lungo i sentieri e qualcuno si gustava il suo caffè. Non ci fermammo a lungo e trovammo subito il cartello in direzione di Goldenbaum. La descrizione del percorso ora ci prometteva una salita che sarebbe stata «tosta».

La «salita» dopo Steinmühle

Goldenbaum

E in effetti in questa zona non ci si aspetta una salita così lunga. Anche se poi si rivelò piuttosto moderata. Eppure qui si aveva più l’impressione di essere in Turingia che nel Meclemburgo. Giù a sinistra, nella valle, scrosciava un ruscello che avrebbe potuto fare concorrenza a qualsiasi torrente di montagna. Ma ecco che già uscivamo dal bosco e, in fondo a una valle verde, mezzo a sinistra comparve il paese di Goldenbaum con la sua grande chiesa in mattoni, purtroppo chiusa. Poco prima della fine del paese, che si allunga parecchio, il cartello ci rimandò su una strada di campagna. Seguì una vasta zona boscosa, di nuovo con molti punti paludosi e legno morto a destra e a sinistra del sentiero. E cosa c’è in un ambiente così, con le temperature giuste? – Zanzare! E così non riuscimmo a tirare fuori dallo zaino l’antizanzare abbastanza in fretta. Alcune erano già riuscite a tormentarci. Erano come impazzite e ci ronzavano intorno all’attacco. Per fortuna l’«Antibrumm» fece effetto molto rapidamente e tornammo ad avere pace. Unico svantaggio: resta un po’ appiccicoso sulla pelle e, quando è secco e polveroso, la polvere vi si accumula in quantità.

Le mie osservazioni del cielo e le previsioni che ne avevo tratto purtroppo si avverarono. Davanti a noi si stava formando un muro di nuvole scure proprio mentre uscivamo dal bosco. E a circa 2 chilometri dalla meta cominciò a piovere così forte che dovemmo infilarci le giacche impermeabili. Attraversammo in fretta il paese di Grammertin e poco dopo eravamo, fradici, al portone della casa parrocchiale di Wokuhl.

Arrivati a Wokuhl

Ad accoglierci, non proprio in modo invitante, fu una giovane donna: «Ma vi siete prenotati? A dire il vero Wokuhl andrebbe tolta dalla lista degli ostelli!» Il tutto era in netto contrasto con l’enorme cartello dell’ostello sul cancello del cortile. Ci condusse in una stanza in cui, oltre a un armadio e a un grande tavolo con sedie, c’era solo un lungo divano. Per due persone poteva diventare un po’ stretto. Lei però non diede segno di volerci offrire un’alternativa e, vista l’accoglienza un po’ strana, non osai nemmeno chiederlo. Almeno c’erano una cucina ben attrezzata e una vasca da bagno. Per la notte avevamo comunque i nostri materassini gonfiabili, che in caso di necessità avrei potuto gonfiare. Solo che c’era il rischio che si danneggiassero sul vecchio pavimento di legno piuttosto traballante. Perché i nostri materassini ultraleggeri hanno un rivestimento esterno piuttosto sottile.

il nostro giaciglio

Per fortuna scoprii che metà del divano si poteva allungare. Così io avrei potuto dormire in diagonale sulla parte allungata e Andrea sull’altra metà. Ci sistemammo come meglio potevamo secondo le nostre idee, perché la giovane donna era sparita in fretta, non senza averci lasciato la cassetta per l’offerta e il timbro per la credenziale. Quindi i pellegrini qui se li aspettano, dopotutto. Dopo il bagno tornammo ancora in paese, perché all’ingresso, sotto la pioggia, avevamo notato un cartello pubblicitario che segnalava «Ritas Lädchen», la botteguccia di Rita.

nel «Ritas Lädchen»

E infatti, dietro una graziosa villetta, nel vialetto del garage c’erano alcuni tavoli e sedie sotto un gazebo. Sulla seconda delle due serrande c’era un campanello con un cartello che invitava a suonarlo, cosa che feci prontamente. Poco dopo la serranda sferragliò e si sollevò lentamente. Dietro si aprì uno spettacolo che ci piacque moltissimo – una vera bottega di paese di una volta. E all’improvviso non sapevamo più cosa prendere. Non è mai facile durante un pellegrinaggio: dev’essere leggero, piccolo e a lunga conservazione. Ma prima di tutto un caffè e un po’ della torta fatta in casa erano quello che ci voleva, e per me anche una birra. Una birra per me è come una ricompensa dopo una lunga marcia del genere. Un po’ infreddoliti ci accomodammo sulle sedie di plastica. La torta era ottima e, dopo aver scelto ancora un po’ di provviste e una bottiglia di vino rosso per la sera, «Rita» si congedò di nuovo. Perché in realtà aveva la casa piena di ospiti. «Se avete ancora bisogno di qualcosa – basta suonare.» Grazie, dicemmo, ed eravamo sicuri che questo fosse un consiglio prezioso per i pellegrini che verranno dopo di noi. Auguriamo lunga vita al «Ritas Lädchen». I pellegrini affamati e assetati ne saranno grati. Facemmo ancora una breve deviazione al Pfarrsee, dove ci sono un punto balneabile e un pontile.

Nuvole sul Pfarrsee

Aveva smesso di piovere, sì. Ma lo scenario di nuvole sul piccolo lago era drammatico. Tornati alla casa parrocchiale, rimanemmo a bocca aperta quando suonarono di nuovo alla porta e davanti c’era un’altra pellegrina. Adesso sì che c’era movimento qui. E guarda un po’: all’improvviso c’era anche un materasso di gommapiuma. La pellegrina solitaria era partita quel giorno da Fürstenberg, camminava quindi nella direzione opposta e si chiamava Anne. Non aveva previsto molto tempo e voleva prendere, dopo Rödlin, il collegamento trasversale tra i due rami via Usadel fino a Prillwitz, per poi tornare a piedi a Fürstenberg passando per Neustrelitz e Mirow. Beh, allora magari ci saremmo incontrati di nuovo. Chiacchierammo a lungo prima di andare a dormire. Domani saranno solo 16 chilometri fino a Fürstenberg.

interessanti croci di ferro davanti alla chiesa

E se non ci perdiamo di nuovo, questa volta dovremmo arrivare piuttosto presto. Tanto meglio, perché in una città un po’ più grande di solito c’è più da vedere che in un piccolo villaggio isolato come Wokuhl, le cui principali attrazioni si limitano alla chiesa con le interessanti croci di ferro davanti e a una fucina del villaggio restaurata con grande cura. Perfino l’osteria del posto sembra chiusa. Forse la pioggia e la luce grigia che l’accompagnava facevano sembrare il paese un po’ triste anche ingiustamente. In ogni caso speravamo in un tempo migliore per l’indomani. O almeno di arrivare all’asciutto a Fürstenberg.

Tappa 5: Wokuhl – Fürstenberg (16 km)

La notte andò come c’era da aspettarsi su quell’ottomana. In piena notte è perfino crollata con gran fracasso, quando sono tornato dal bagno e volevo rimettermi a letto. I piedi penzolavano nel vuoto e anche il mio cuscino gonfiabile continuava a scivolarmi via da sotto la testa. No, una notte tranquilla e riposante è un’altra cosa. Un po’ stropicciato, fui contento di potermi finalmente alzare.

Un arrivederci? Nella vita ci si incontra sempre due volte

Dopo il primo sguardo fuori dalla finestra, però, il mio umore si rischiarò di colpo. Durante la notte le nuvole se n’erano andate ed era una mattina limpida e fresca. Così fresca che i vetri delle finestre si appannavano. Qualcosa da mangiare al volo e un caffè: i panini di Carpin, ormai gommosi, ero riuscito a farli tornare croccanti sul tostapane. Fuori dalla porta salutammo Anne e ci scambiammo le due macchine fotografiche, per avere una foto di ciascuno. Poi lasciammo Wokuhl in direzioni opposte. Chissà, magari ci si rivede?

Con il sole, come immaginavamo, Wokuhl aveva un aspetto molto migliore. All’uscita del paese c’è un bellissimo campo da calcio, dove qualcuno era già intento a curare il prato.

Saremo sulla strada giusta??

Sulla strada provinciale quasi senza traffico camminammo in direzione di Comthurey, o meglio di un piccolo insediamento fuori dal paese vero e proprio. Subito alla fine dell’insediamento vidi un sentiero che portava verso il centro e che mi sembrò quello giusto. Solo che lì non c’era nessun cartello. Può darsi che avremmo dovuto continuare sulla strada e così saremmo arrivati in paese lo stesso. Noi invece prendemmo il piccolo sentiero, che con lunghe rampe di scalini scendeva prima in discesa e poi, attraverso un prato, portava al centro del paese. Lì ritrovammo la strada. Uno sguardo alla cartina mostrò che avevamo preso una piccola scorciatoia. Se fosse quella giusta, non lo sappiamo ancora oggi.

Qui siamo sicuramente sulla strada giusta

L’idilliaco Schmetterlingsweg, il sentiero delle farfalle

Che da qui in poi fossimo comunque di nuovo sulla strada giusta ce lo mostrò un piccolo cartello verde con la scritta «Schmetterlingsweg Dabelow» e il simbolo della conchiglia. La descrizione del percorso ci prometteva uno dei tratti più belli del cammino e che qui avrebbe fatto pienamente onore al nome «Mecklenburgische Seenplatte», la Regione dei laghi del Meclemburgo. E così fu. Uno stretto sentiero umido attraversava prima un bosco paludoso, per poi seguire a lungo la riva del Dabelowsee. L’unica nota stonata, che guastava un po’ l’impressione, era una lunga, brutta recinzione intorno a un vivaio, lungo la quale bisogna camminare. Ceppi d’albero appuntiti ci rivelarono che qui vivono i castori. Per me era una novità che i castori non costruiscano le loro tane e abbattano un sacco di alberi solo lungo i corsi d’acqua, ma anche presso un lago così grande. Ma un cartello informativo lo confermava anche ufficialmente.

Punto balneabile sul Dabelowsee

Un capriolo che non si lasciò disturbare

Facemmo una piccola sosta presso un punto balneabile dove, dopo aver sceso una scarpata, trovammo una panchina e una ringhiera di tubi dall’aria un po’ provvisoria, che finiva dritta in acqua. «Balneazione a proprio rischio! Il sindaco» c’era scritto su un cartello. Ma con quelle temperature fare il bagno era fuori discussione. Così restammo seduti a osservare ogni sorta di uccelli acquatici e pesciolini che stavano vicino alla riva. In lontananza vedemmo perfino un’aquila di mare che si gettava sulla superficie dell’acqua e sembrava portarsi via qualcosa. Di nuovo in cammino, notai a circa 100 metri un capriolo che brucava da solo. Non si era ancora accorto di noi e così riuscii a fare qualche foto e qualche video. Solo quando facemmo un po’ di rumore e ci rimettemmo in movimento, se la diede a gambe. Sul terreno fradicio si potevano notare la profondità e la grande distanza tra le impronte dell’ungulato, segno di fuga. Speriamo di non averlo spaventato troppo. Poco prima di Dabelow le tracce si persero. All’ingresso del paese si attraversa un ponte e si vede già l’interessantissima chiesa del villaggio. Fu costruita nel 1855 a graticcio.

L’interessantissima chiesa del villaggio di Dabelow

La parte superiore è interamente in legno. Anche all’interno è stato usato soprattutto il legno. All’esterno colpisce la ricca decorazione. Il graticcio è riempito ad arte con mattoni e anche le sovrastrutture in legno sono decorate con maestria. Questa chiesa è probabilmente unica in questa zona. Si vedeva che era stata restaurata completamente di recente. E questo restauro le ha fatto molto bene, questa la mia impressione. Ora dovrebbe avere di nuovo l’aspetto che un tempo aveva immaginato e progettato il suo costruttore, l’architetto di Stato Friedlich Wilhelm Buttel. Buttel era un allievo di Schinkel e aveva costruito anche la bella chiesa del castello di Neustrelitz.

Il resto del cammino fino a Fürstenberg in realtà non merita grandi parole. Tanto era stata bella la prima parte della tappa, tanto fu noioso il resto del percorso. Da lontano vedemmo il paese di Altthymen, dove ci riposammo un po’ alla fermata dell’autobus chiacchierando con un signore anziano. Anzi, chiacchierava soprattutto lui, e adesso conosciamo tutta la sua storia clinica. Lì Andrea riattaccò anche le gambe lunghe dei pantaloni con la zip, perché nonostante il sole faceva un freddo pungente e il vento si faceva sempre più forte. In paese c’è una chiesa piuttosto grande (anche questa opera di Buttel). Solo avvicinandoci ci accorgemmo che la navata non ha più il tetto. Nelle ultime settimane di guerra una granata dell’Armata Rossa sfondò il tetto dell’ex chiesa parrocchiale riducendola a un rudere. Nel 2010 almeno la torre è stata restaurata e i muri della navata messi in sicurezza. Oggi la chiesa è di proprietà comunale. Ma ogni tanto vi si celebrano ancora delle funzioni.

Una veggente?

All’uscita del paese notammo una piccola casupola sbilenca. «Wahrsagen», cioè «Si predice il futuro», c’era scritto sopra la porta, e alla maniglia era appeso un cartello: «Suonare in casa, per favore». Le doti della veggente non dovevano essere granché, altrimenti saprebbe da sé quando qualcuno è davanti alla casupola. :)

La lunga strada verso Fürstenberg

Già da Dabelow camminavamo su strade asfaltate. E ora seguì un lungo, noioso tratto di nastro d’asfalto attraverso un bosco. Questa strada si trascinò fin quasi a Fürstenberg. L’unico diversivo, discutibile, erano i caccia che passavano rombando a bassa quota sopra le nostre teste. Ma è proprio necessario sopra un parco nazionale? Per questo in molti punti vedemmo anche cartelli di protesta con un caccia barrato. A 1,2 chilometri da Fürstenberg la stradina asfaltata poco trafficata sbocca sulla trafficatissima strada provinciale per Lychen. A ogni veicolo che ci veniva incontro dovevamo rifugiarci sul bordo strada, cosa che vogliamo consigliare anche a tutti i pellegrini che verranno dopo di noi. Poco dopo il cartello d’ingresso del paese un segnavia indica a sinistra. «Ravensbrück» – questo nome colpisce nel profondo e testimonia la fase più buia della storia tedesca. Qui dal 1939 si trovava il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista, costruito dalle SS. Oltre 150.000 donne, bambini e uomini di 40 nazioni furono imprigionati e tormentati qui. Decine di migliaia morirono, furono lasciati morire di fame o furono uccisi qui fino al 1945. Oggi c’è un memoriale impressionante ma opprimente, che ricorda ciò che è accaduto e mantiene viva la memoria delle vittime.

Arrivati a Fürstenberg, approfittammo della prima occasione per fare una sosta in un piccolo caffè. Qui, oltre a ciò che un caffè offre di solito, sulla lavagna c’erano anche diversi piatti vegetariani. Ordinammo una gustosissima zuppa di lenticchie araba. Era proprio ora di pranzo, non avevamo nessuna fretta e naturalmente piovvero domande sul nostro progetto. Poi passeggiammo con calma verso la piazza del mercato, dove alla casa parrocchiale constatammo che non c’era ancora nessuno. Anche una telefonata al numero affisso non ebbe successo.

L’imponente chiesa cittadina di Fürstenberg

La chiesa cittadina vista dall’interno

Lasciammo un messaggio e, zaini compresi, ripartimmo per visitare la città. Per prima cosa entrammo nella chiesa cittadina, che era aperta. Questo edificio in mattoni gialli, costruito in stile romantico-neogotico, è anch’esso, come la chiesa di Dabelow vista oggi, un’opera di Friedrich Wilhelm Buttel. L’interno in cui entrammo appare molto grande e spazioso. Il legno scuro dei banchi e delle gallerie crea un interessante contrasto con l’intonaco bianco. Lo spazio è luminoso e accogliente. Il tappeto batik dietro l’altare raffigura la Risurrezione di Cristo, risale al 1963 ed è il più grande del suo genere in Europa. Per ragioni urbanistiche la chiesa è orientata «al contrario». Cioè l’altare si trova a ovest, mentre la facciata più rappresentativa con il campanile slanciato è a est. Così vollero i padri della città, per dare più risalto alla piazza del mercato. Questo modo di pensare lo avrei voluto anche dagli amministratori di oggi, quando hanno deciso di autorizzare, di fronte alla bella chiesa, la costruzione di un centro commerciale triste e senza fantasia. Bello è un’altra cosa, e rovina un po’ l’impressione d’insieme della piazza.

Passerella pedonale sull’Havel

Attraversandola ci dirigemmo poi verso il Baalensee, dove si trova l’approdo del battello turistico. Il sole se n’era andato da un pezzo e una brezza tesa soffiava sul lago. Qui sull’acqua finì per diventare troppo spiacevole e tornammo in città, dopo aver dato ancora un’occhiata a un’interessante passerella pedonale in legno sull’Havel. L’Havel e i tre laghi circostanti determinano il carattere della città, che un tempo era una località di cura climatica, ma che oggi soffre per il traffico della strada federale 96 che attraversa il centro. Non a caso in città si vedono alcuni striscioni che chiedono di spostare la strada di grande traffico intorno al paese. La posizione quasi insulare della città in mezzo ai tre grandi laghi, però, relega probabilmente questa richiesta nel campo dell’utopia.

Intanto riprovai al numero di cellulare del pastore. E questa volta rispose: aveva già letto il biglietto che avevamo lasciato alla casa parrocchiale. Sua moglie ci stava già aspettando e così tornammo indietro per prendere possesso del nostro alloggio per la notte.

il nostro alloggio nella casa parrocchiale

il municipio di Fürstenberg

Si trova nel sottotetto della casa parrocchiale e, come a Rödlin, viene usato per il catechismo. Cucina, doccia, WC e una grande stanza in cui si potevano gonfiare e stendere i materassini ad aria disponibili: per un pellegrino è il massimo del comfort. Presi quindi la pompa, che per fortuna era lì pronta, e gonfiai due dei materassini. I miei polmoni probabilmente non ce l’avrebbero fatta. Oggi ci concedemmo una vera cena. Come ho già scritto, bisogna sfruttare le occasioni. E qui l’occasione era un ristorante italiano. E io adoro la pasta. L’italiano parlava sì con accento berlinese – ormai eravamo nel Brandeburgo –, ma gli spaghetti erano ottimi. Ancora un giretto passando dal porto e dalla chiusa sull’Havel, l’immancabile spesa delle provviste per il giorno dopo, ed ecco che anche questa giornata era storia. Davanti alla chiesa cittadina incontrammo ancora il pastore, che stava ritirando un cartello pubblicitario. Nel suo ufficio ci diede poi il timbro del giorno e noi gli consegnammo la nostra offerta per l’alloggio. Concludemmo la giornata di nuovo con una bottiglia di vino rosso (questa volta un Rioja). Domani ci aspettava la tappa più lunga del nostro giro. Saranno quasi 35 chilometri fino a Diemitz. Qui, nella parte meridionale del cammino, ci sono pochi ostelli. E per di più la segnaletica dovrebbe essere lacunosa.

Beh, siamo curiosi.

Tappa 6: Fürstenberg – Diemitz

Ci siamo sgonfiati –

o meglio, si sono sgonfiati i grossi materassi ad aria che nella canonica di Fürstenberg tengono pronti per i pellegrini. Ballavano un po’, ma ci si dormiva bene.

Dormitorio su materassini ad aria a Fürstenberg

Per colazione c’erano gli avanzi del giorno prima e il caffè. Quel giorno uscimmo di casa già alle 7. Perché oggi ci aspettava un giro un po’ più lungo, quasi 36 km. Per di più su un tratto che, a quanto si diceva, non era segnalato granché bene. Quindi occhi aperti! E fu proprio così. Per lunghi tratti dovetti affidarmi al mio Garmin e alla traccia che avevo creato in base alla descrizione trovata in rete.

Usciti da Fürstenberg camminammo prima lungo la B96, finché dopo il ponte sull’Havel un segno della conchiglia indica a destra. Dietro il ponte della ferrovia comincia l’insediamento di Röblin, che prende il nome dal lago su cui si trova. Volevamo raggiungerlo a piedi, ma, diversamente da quanto indicato nella descrizione, prendemmo il sentiero lungo la riva – certo una piccola deviazione, ma su questo cammino le deviazioni sono in fondo normali e per lo più anche volute.

belle ville sul Röblinsee

Resti dell’Armata Sovietica

Accettammo dunque (qui volentieri) questa piccola deviazione e seguimmo il sentiero lungo la riva, dal lato migliore delle belle ville sul lago. Non c’è dubbio: qui un tempo si erano stabiliti i cittadini più benestanti di Fürstenberg. E sembrava che oggi attirasse anche molti “forestieri” con i soldi. Con grande dispendio si sono ristrutturate e si stanno ristrutturando grandi ville, e molte risplendono di nuovo dell’antico splendore. Ma presto le case lasciano il posto a un fitto bosco con rovine misteriose. Qui fino al 1989 c’era una guarnigione dell’Armata Sovietica. Alcuni segni inequivocabili si riconoscono ancora. Poco dopo dovemmo decidere se continuare a seguire la pista ciclabile segnalata per Steinförde o se fidarci piuttosto della descrizione. Perché secondo la descrizione avremmo dovuto continuare a seguire la riva del Röblinsee. Solo che qui non c’era nessun cartello. Ci eravamo però ripromessi di seguire il più possibile il percorso descritto e previsto, e ben presto ci addentrammo nel bosco verso l’ignoto. Il sentiero esisteva solo nella descrizione. Sulle mappe del Garmin non c’era. Con un ampio arco verso nord camminammo ora attraverso un bosco meravigliosamente selvaggio, pieno di zanzare, fino alla Steinhavel, e seguendola per qualche chilometro arrivammo a Steinförde. Ecco, visto? Qui ci salutò di nuovo anche una conchiglia. Secondo la descrizione, dopo il ponte sull’Havel il cammino gira subito a sinistra su un sentiero tra i prati. E anche qui, lungo il bordo della strada, nessuna indicazione. Feci una foto e svoltammo pieni di fiducia.

Sentiero tra i prati dopo Steinförde

Camminando su un sentiero tra i prati appena visibile, vedemmo presto spuntare dietro una collina qualche casa. Doveva essere Kleinmenow, se eravamo sulla strada giusta. E lo eravamo. Anche Kleinmenow è uno di quei paesi che non hanno una strada di attraversamento e a cui porta una sola strada asfaltata. Ne uscimmo per una strada sterrata sabbiosa. Su un fondo così camminare è particolarmente faticoso. Tutti e due ci eravamo aspettati di trovare in questa zona più strade di sabbia profonda come questa, ma eravamo piuttosto contenti che alla fine non fosse così e che finora i sentieri qui fossero per lo più abbastanza compatti e ben percorribili. Dopo un grande recinto per cavalli sulla destra rientrammo presto nel bosco e ci trovammo davanti al problema successivo: un bivio con tre sentieri e nessun cartello.

E adesso, quale??

Anche se in realtà si allontanava da Priepert, prendemmo quello a destra, perché era il più battuto. E avremmo avuto ragione, come si scoprì più tardi. Infatti dopo alcuni chilometri, su un’ampia strada forestale ricoperta di sabbia e pietrisco compatto, raggiungemmo la casa forestale di Priepert. Più tardi venimmo a sapere che in realtà era previsto che qui si lasciasse la strada tenendo la sinistra, per arrivare al sentiero lungo la riva dell’Ellenbogensee. Ma di nuovo non c’era nessun cartello. E così anche questa volta scegliemmo la variante più semplice e seguimmo fino a Priepert l’ampia strada che attraversa il bosco dritta come un fuso. Era sicuramente molto più noiosa di un sentiero lungo la riva, e su strade larghe così, senza dislivelli, punti di riferimento o un po’ di varietà, si ha la sensazione di non andare avanti per niente. Mi ricordo di un passaggio simile sul Camino Francés in Spagna. Dopo la salita sui Montes de Oca, dopo Villafranca Montes de Oca, segue un ampio tagliafuoco attraverso il bosco che sembrava davvero non finire mai. Solo che lì le temperature erano anche arrivate a un livello che ben presto non era più piacevole. Noi invece qui nel Meclemburgo camminammo di nuovo con un tempo ideale per camminare. Il sole splendeva in un cielo azzurro limpido e le temperature restarono ben sotto i 20 gradi.

La chiesa di Priepert

Bella casa colonica a Priepert

E con questo bel tempo attraversammo Priepert alla ricerca di un panettiere che ci aveva consigliato la signora Rexer di Diemitz (il nostro alloggio di oggi). Ma dalla faccia di Andrea capii che non aveva voglia di cercare ancora a lungo. E così dietro la chiesa girammo a sinistra verso il campeggio. Perché lì c’è un chiosco. Ed era davvero buono – con polpette fatte in casa e torte fatte in casa. Così l’espressione di Andrea si rasserenò in fretta e potemmo affrontare la seconda parte della giornata. Per farlo dovevamo tornare sulla strada principale. E una volta lì, venne fuori che ci sarebbe bastato fare altri 50 metri per trovarci davanti al panettiere tanto lodato, che ogni giorno offre torte fresche. Ma a volte va così. Poco prima della meta ci si arrende rassegnati, perché si crede di averla persa di vista. Eppure un’occhiata dietro l’angolo bisognerebbe sempre azzardarla. Al telefono la signora Rexer si era persino offerta di venirci a prendere qui a Priepert, quando aveva sentito che saremmo partiti da Fürstenberg. Naturalmente declinai ringraziando la gentile offerta. Non abbiamo mai barato su un cammino e non avremmo certo cominciato a farlo nel Meclemburgo. E per ora andava bene. I piedi, con cui finora non avevo avuto alcun problema, erano senza vesciche e senza dolori, e la testa aveva voglia di proseguire. Solo la schiena mi dava problemi sempre più grandi di giorno in giorno, perché non avevo ancora trovato la posizione ottimale dello zaino. Cominciava sempre intorno ai 20 chilometri. E presto ci saremmo arrivati.

Bel viale antico dopo Priepert

Vecchio fienile lungo il cammino

Dopo Priepert, da cui si esce attraversando il ponte sull’Havel su una strada asfaltata, il sentiero gira presto a destra su una strada di campagna. Dopo la strada di campagna, da cui guardammo ancora una volta indietro verso Priepert e il Priepertsee, camminammo lungo uno splendido, antico viale di querce fino al paese di Hartenland. Anche dopo questo minuscolo paese il viale continuava. Qui sembrava che non molto tempo prima avessero tolto il manto stradale. Il terreno tra gli alberi era tutto smosso, soffice e senza vegetazione. Questa strada me la sarei potuta immaginare anche come una vecchia strada lastricata, cosa che forse un tempo era davvero. I ciottoli magari ora stanno lì decorativi su una piazza del mercato o in qualche proprietà privata. Poco importa, a qualcuno servivano e adesso questo viale ha un aspetto un po’ strano. E finisce anche in modo piuttosto banale, nel nulla. Perché sbocca su un piccolo sentiero, dove dovemmo di nuovo decidere se andare a destra o a sinistra, visto che anche qui non si vedeva nessun cartello. E sembrava che qui non ce ne fosse mai stato uno.

Ahhh!

Prima di poter proseguire, però, dovevo fare qualcosa per la mia schiena. Non immagini quanto sia rilassante stendersi per un po’ distesi su un prato. E così feci, e dovetti stare attento a non addormentarmi. Ma il cartello mancante non mi usciva dalla testa. E così dovetti di nuovo ricorrere al Garmin. Più tardi segnai nelle mie tracce i punti in cui avrei ritenuto opportuno mettere un cartello. Ho segnato anche i punti in cui si vedeva che un tempo ce n’era stato uno. Su questa tappa trovammo molti di questi cartelli, distrutti da vandali o da cacciatori di souvenir oppure diventati illeggibili per le intemperie. Ci è stato raccontato che i cartelli vengono distrutti continuamente anche dai residenti, cosa che attribuivo all’ignoranza riguardo al significato del pellegrinaggio e del cammino, o, nel peggiore dei casi, alla stupidità e alla malvagità. In ogni caso qui serve un’opera di sensibilizzazione più ampia da parte della Chiesa regionale e del governo del Land, che organizzano il cammino. Noi pellegrini avevamo solo la possibilità, con un atteggiamento aperto e cordiale, di migliorare l’immagine del cammino o di dargliene una, per cominciare.

Wustrow

E così qui cercavamo di sorridere e salutare in modo particolarmente cordiale quando incontravamo qualcuno. Durante una sosta a Wurstrow, che avevamo ora raggiunto e dove c’è un piccolo negozio in cui trovammo qualcosa da mangiare e da bere, abbiamo persino aiutato in una caccia alle anatre. Alcuni piccoli anatroccoli erano scappati e rischiavano di essere investiti sulla strada. Per fortuna però finì bene per un pelo. Perché sparirono nella fattoria successiva. Ma anche a Wustrow mancava un cartello nel punto decisivo. Quasi alla fine del paese, infatti, bisogna tenere la sinistra.

Panorama dopo Wustrow

Salimmo attraverso la profonda sabbia del Meclemburgo verso il Klenzsee. Poco dopo vedemmo di nuovo un palo su cui un tempo una conchiglia indicava la strada. Poi un altro con il cartello strappato. Pian piano la cosa stava diventando eccessiva. Per fortuna questo non toglieva nulla al fascino del cammino. Era un piacere camminare qui, e ancora una volta c’era da sottolineare la mano felice con cui erano stati scelti i sentieri.

Insediamento dell’età della pietra o eremita sul Klenzsee?

Al Klenzsee il sentiero corre di nuovo proprio lungo la riva, e lì vedemmo anche una piccola capanna di canne con un focolare, come forse ce la si sarebbe aspettata piuttosto nell’età della pietra. La vicinanza del campeggio di Seewalde è probabilmente il motivo di questa capanna e di alcuni che facevano jogging e che vedemmo sul sentiero lungo la riva. Vicino a Seewalde abbiamo poi un po’ barato, perché non siamo andati fino al campeggio, ma siamo rimasti sulla strada fino a Drosedow. A Drosedow (prima che la strada si divida) ancora un punto che ha assolutamente bisogno di un cartello. In mezzo al paese si va a sinistra verso il Drowsedower Riek, una zona paludosa. Prima di uscire dal paese, di nuovo un moncone di legno in cima al quale un tempo c’era il segno della conchiglia. È un peccato che la fatica degli altri sia così poco rispettata, perché si vedeva che quel cartello era stato tolto con la forza.

Passerella di tronchi attraverso la palude vicino a Drisedow

Attraverso il Drosedower Riek passa un sentiero fangoso e umido che con il brutto tempo non vorrei proprio percorrere. Nel punto in cui diventa davvero paludoso, fino a un ponte sopraelevato c’era una passerella di tronchi rinnovata non molto tempo prima. Infatti i vecchi tronchi giacevano ammucchiati nella palude e marcivano. Dopo il ponte di legno, che ci ricordò molto lo Spreewald, si arriva a un incrocio dove ci vorrebbe semplicemente un cartello, di nuovo. Qui bisogna andare a sinistra, perché le altre due alternative finiscono in un vicolo cieco sulla riva del Rätzsee. Seguimmo il sentiero attraverso un fitto e scuro bosco d’alto fusto. Dopo circa 2 chilometri un bivio, dove bisogna prendere il sentiero a sinistra, perché a destra si va al Flether Mühle.

Palo con cartello divelto

Ma ormai volevamo finalmente arrivare a Diemitz, che non poteva più essere lontana. E così fotografai ancora in fretta il cartello inservibile strappato dal terreno e seguimmo il sentiero che mi indicava il GPS. Salendo un po’ raggiungemmo l’incrocio dove si incontrano le strade che vengono dal Flether Mühle, da Canow e da Diemitz. Il percorso da qui è sì chiaro, eppure notammo che sotto un cartello stradale ancora una volta c’era un posto vuoto, dove un tempo era avvitato un cartello con la conchiglia. Si fa sempre più l’occhio per capire dove in realtà andrebbe un cartello. Ora, non sono un sostenitore del tappezzare il bosco di cartelli, come succede poco prima di Santiago. Un po’ di senso dell’orientamento e di brivido fanno parte di un giro del genere, e anche un po’ di buon senso, che però nego a chi qui se la prende con i cartelli messi su con tanta fatica. Perché nei punti critici questi cartelli sono molto utili e aiutano a mantenere la calma interiore. E quella ce l’avevamo di nuovo, sapendo di essere ormai vicini alla meta della giornata.

Finalmente! Dopo quasi 36 chilometri

Dopo il ponte sull’Havel il sentiero avrebbe dovuto in realtà diventare di nuovo un sentiero lungo la riva (verso il Vilzsee). In mancanza di un cartello, però, restammo sulla strada fino a Diemitz. Una volta arrivati trovammo molto presto la casa della signora Rexer, che non era ancora rientrata. Osservati con curiosità dai vicini, ci sistemammo senza tante storie sul prato davanti alla sua casa, in cui si era trasferita solo da poco. Tanto più sorprendente che accolga già pellegrini, perché la casa è ancora un unico cantiere. Dalla signora Rexer, che arrivò poco dopo, venimmo a sapere che ha intenzione di trasformare un’ex colombaia in un alloggio per pellegrini. Restammo a lungo seduti in soggiorno a chiacchierare di tutto, soprattutto, naturalmente, del cammino. Perché la signora Rexer si occupa come “madrina del cammino” dei dintorni e ora si era vista confermare da noi i suoi timori che molti cartelli, per i motivi più diversi, non c’erano più. Mi chiese di farle sapere qualcosa dopo aver analizzato i miei dati e le mie foto, cosa che naturalmente le promisi. In realtà eravamo d’accordo che avrei montato la nostra tenda qui sul terreno, perché l’alloggio non è davvero ancora pronto. Ma quella notte le temperature sarebbero precipitate. E così accettammo con gratitudine l’offerta della signora Rexer di dormire in soggiorno. Gonfiai quindi i nostri materassini e passammo la notte in casa. Vogliamo ringraziare ancora di cuore la signora Rexer per l’ospitalità, le belle chiacchierate e l’insalata di patate.

Scusate se in questo post la parola “cartello” compare così spesso. Ma su questa tappa era proprio un vero problema.

Tappa 7: Diemitz – Mirow (18 km)

Se sarebbero stati davvero solo 18 chilometri quelli che avremmo percorso oggi sull’ultima tappa della variante orientale del cammino della Mecklenburgische Seenplatte dipendeva dal fatto che questa volta trovassimo i sentieri giusti. Prima però eravamo seduti a colazione con la signora Rexer. Si prese del tempo per noi ed eravamo molto grati che avesse trovato un posto per noi in casa sua. L’offerta che lasciammo andrà a beneficio della chiesa di Diemitz, disse. Perché sarebbe in condizioni preoccupanti, disse. La ringraziammo ancora, prendemmo le nostre cose e ci rimettemmo in cammino con un tempo di nuovo splendido, non senza aver promesso ancora una volta di farci sentire.

Chiesa di Diemitz

Visto che la signora Rexer si prende molto a cuore il cammino e conosce bene la zona, nutro la speranza che riesca a far sì che anche nella parte meridionale la segnaletica torni a migliorare, e che grazie al suo buon esempio magari altre persone si rendano disponibili a offrire un alloggio ai pellegrini.

Interno della chiesa di Diemitz

Nel paese che si allunga lungo la strada raggiungiamo in fretta la piccola chiesa di Diemitz e vediamo che cosa ha già combinato l’acqua alla muratura sotto la gronda. Si vedevano chiaramente le zone in cui l’umidità era già penetrata. Qui bisognava urgentemente rifare il tetto e la grondaia. Anche giù allo zoccolo si vedeva l’umidità di risalita. All’interno ci sorpresero i colori vivaci e il ricco arredo della chiesa. Un altare a pulpito, per i miei gusti e per questo spazio un po’ troppo grande, domina l’ambiente. Le teste delle statue toccano già il soffitto, dipinto con angioletti paffuti e trombe che sembrano soffiare via le nuvole dipinte sul soffitto. La decorazione del soffitto è senza dubbio il gioiello della chiesa. Sulla cantoria c’è anche un organo, che sembra in condizioni abbastanza buone. Speriamo che si raccolgano abbastanza offerte per salvare questa chiesa.

verso il Großer Wummsee

Lasciammo il paese in direzione del Wummsee, senza dimenticare di fare foto nei punti in cui un tempo erano fissati i cartelli con la conchiglia. Il tratto successivo, proprio lungo la riva del Großer Wummsee, è tra i paesaggi più belli che abbiamo visto sul cammino. Il canto dei tanti uccelli, che rompeva il silenzio del mattino, ci accompagnò su questo sentiero. Qua e là arrivavamo fin sulla riva e vedevamo l’acqua cristallina. E se non avesse fatto così freddo, il costume da bagno non me lo sarei portato dietro per niente. I rami che pendevano bassi sulla superficie dell’acqua, con le loro foglie fresche, scintillavano nei riflessi della luce del sole che si specchiavano sulla superficie appena increspata. Qua e là un albero gigante caduto marciva nell’acqua. Il terreno, impregnato dell’acqua vicina, cedeva leggermente sotto i piedi e sembrava un tappeto spesso. Il suono dei passi era sordo. Tutto era una festa per i sensi. Lo vedi anche tu, mi sto lasciando trasportare. Ma come faccio a spiegarlo? – Meglio con le foto:

Qui facemmo pause più spesso del solito e speravamo che andasse avanti così ancora a lungo. Ma anche questo tratto lungo il Wummsee, davvero grande, a un certo punto finì. Questa curva sulla strada per Mirow valeva davvero la pena. Perché naturalmente anche la tappa di oggi non portava alla meta per la via più breve.

Orientarsi lungo la riva finora non era stato un problema. Ma ora eccoli di nuovo, i nostri problemi con la segnaletica. Avevamo la scelta tra un sentiero a sinistra in una zona paludosa con passerella di tronchi (certo anche molto interessante) e uno mezzo invaso dalla vegetazione dritto davanti. Scegliemmo quest’ultimo, perché l’altro ci avrebbe portati ancora più lontano da Mirow. Solo grazie al GPS trovammo la direzione attraverso il fitto bosco d’alto fusto che seguiva. Arrivati su una strada principale, dopo qualche centinaio di metri trovammo di nuovo una conchiglia. Quale fosse davvero il percorso giusto qui non siamo riusciti finora a capirlo. Magari prima o poi, in risposta al mio blog, arriverà una correzione da qualcuno che ne sa di più.

E di nuovo cartelli distrutti

Noi comunque ci trovavamo ora su una lunga strada forestale in direzione del paese di Schwarz. Dopo quella che ci sembrò un’eternità, la strada forestale diventò una strada di campagna sabbiosa al margine di un campo di colza. E poi dietro una collina spuntò il campanile di Schwarz. A Schwarz il cammino segue con ogni probabilità la strada principale. Noi però girammo a destra verso la riva dello Zethner See, anche perché sapevamo che lì c’era un posto dove fare la seconda colazione. Il sentiero lungo la riva ci portò a un campo vacanze, dove un gruppo di ragazzi si stava preparando per un giro in canoa. Il sentiero che mi indicava il Garmin e che avrebbe dovuto riportarci direttamente sul cammino finiva in una proprietà privata. Quindi dovemmo risalire di nuovo con un giro fino alla strada principale.

Villaggio di casette finlandesi vicino a Schwarz

Ciononostante non ci pentimmo di questa piccola deviazione. Sempre sotto un sole splendente proseguimmo su strade di campagna ben battute, passando accanto a un villaggio di “Finnhütten”, le casette finlandesi, una forma di costruzione molto amata per le case del fine settimana ai tempi della DDR. Chi abbia avuto l’idea di chiamare queste casette come il paese scandinavo, di sicuro non è stato tramandato. In un viaggio in Finlandia a metà degli anni Novanta ho comunque potuto constatare che in Finlandia non c’è nemmeno una casa del genere (oppure l’avevano nascosta bene). Solo le rastrelliere di legno su cui i pescatori del Finnmark appendevano il loro pescato per farne stoccafisso ricordavano questa forma. E lì dentro, con quella puzza, non ci vuole proprio abitare nessuno. Queste casette erano così amate qui nei nuovi Länder e costruite in modo così perfetto che venivano persino esportate. Dopo la riunificazione le abbiamo ritrovate nella località balneare di Damp, sul Mar Baltico. Lì, alle Olimpiadi del 1972, si svolsero le gare di vela e il villaggio olimpico era in gran parte composto proprio da queste casette, che (così mi raccontarono lì) erano state costruite da una ditta della DDR.

Sull’Hohe Brücke prima di Mirow

La cittadina di Mirow

Ma sto divagando. Dov’ero rimasto? “Olimpiadi”… Oggi non servivano prestazioni olimpiche per arrivare alla meta. Solo che all’improvviso aveva cominciato a fare insolitamente caldo. E così camminammo senza pause fino a Mirow e non ci facemmo fermare nemmeno da due enormi cani randagi (probabilmente bianchi cani da montagna dei Pirenei). Di bianco quei due avevano ormai ben poco. Sembravano appena usciti da una palude. Per fortuna avevano più paura loro di noi che noi di loro.

Mirow ci accolse con una strada lastricata, lungo la quale si rannicchiavano piccole case a schiera di uno o due piani. Anche per il resto la città ci sembrò molto provinciale, se posso dirlo. Me l’ero immaginata del tutto diversa. Il grande castello e l’enorme chiesa dei Giovanniti sull’isola del castello sembrano quasi non farne parte. Quello che invece sembrava da grande città era il traffico. Lunghe code di auto si formavano a un semaforo di cantiere, senza il quale attraversare la strada a piedi sarebbe diventato un’impresa rischiosa. Sull’isola del castello, la nostra prima meta a Mirow, si arriva passando per la casa del portale.

Castello di Mirow

Il castello di Mirow lo si vede poi sulla destra. Il castello è attualmente in restauro e purtroppo non potevamo entrare. Ma da fuori aveva già un aspetto molto sontuoso. Il nostro cammino ci portò poi alla chiesa dei Giovanniti, che con un cartellone ci invitava nel “campanile esperienziale”. Che cosa si potrà mai vivere in un campanile? Va bene, a volte ci si può salire. Alla cassa chiedemmo un timbro da pellegrino. Ma il signore non sapeva bene che farsene di noi. Prima di salire sul campanile con gli zaini, però, eravamo d’accordo: cerchiamo prima il nostro alloggio. Questa volta non era nella canonica del posto (secondo il sito web lì sono ancora in corso dei lavori), ma presso un indirizzo privato.

Alloggio per pellegrini a Mirow

Avevo già sentito due volte la signora Meyer e così sapeva che stavamo arrivando. Trovare la casa non fu difficile, anche se nemmeno qui si vedeva un cartello da ostello. Con gentilezza la signora Meyer ci fece entrare nella proprietà e ci mostrò l’alloggio, che si trova in un edificio accessorio in giardino. Ci accolse una grande stanza luminosa con un divano, un tavolo con sedie e due materassi spessi. Una piccola cucina e la doccia completavano l’impressione estremamente positiva. Dopo le canoniche arredate in modo davvero spartano di Wokuhl e Fürstenberg, questo era il lusso puro. Prima di tutto facemmo un gran bucato, e dopo che ci fummo sistemati la signora Meyer ci invitò per caffè e torta. Ci confidò che dopo la morte del marito affitta l’alloggio ormai solo ai pellegrini. E che, anche se non è mai stata su un cammino, quando parla con i pellegrini e ascolta le loro storie appassionanti ha la sensazione di essere lei stessa in pellegrinaggio. Voglio ringraziare ancora qui questa gentile signora per l’accoglienza calorosa. Ci siamo sentiti come a casa. È sempre bello incontrare persone così. Arricchiscono i nostri cammini.

Chiesa dei Giovanniti di Mirow

Dopo il caffè, però, uscimmo ancora una volta, perché il campanile esperienziale ci aspettava ancora e ci aveva incuriositi. Il signore alla cassa nel frattempo si era probabilmente informato. Perché senza fare altre domande ci stampò due timbri nella credenziale. La sua offerta – su in cima al campanile ci sono libri da scegliere liberamente a un euro l’uno, e avremmo dovuto prenderne qualcuno – mi fece capire però che non aveva davvero capito in che modo ci spostavamo. Declinai ringraziando l’offerta e feci notare il bagaglio che avremmo dovuto portare sulle spalle anche il giorno dopo.

La chiesa dei Giovanniti si trova sull’isola del castello ed è un edificio gotico in mattoni a navata unica del XIV secolo. È l’edificio più antico di Mirow, ma è stata ricostruita due volte (dopo un incendio nel 1742 e dopo un bombardamento nel 1945). L’interno è stato realizzato in stile barocco. Dal 1993, grazie a un’associazione di sostenitori, la chiesa ha di nuovo anche un campanile.

Vista dal campanile sul Mirowsee

Salimmo ora i tanti gradini di questo campanile, non senza guardare l’interessante mostra sulla storia dell’Ordine dei Giovanniti, allestita ai vari piani. Arrivati in cima, si gode di una vista molto bella sulla città e sui dintorni. Il Mirowsee, che scintillava nel sole della sera, e le piccole case vacanza allineate sulla sua riva come un filo di perle avevano un’aria molto idilliaca. Quasi senza rumore alcuni capitani della domenica scivolavano con le loro barche sul lago, lasciando sulla superficie dell’acqua un disegno di onde di scia che si spezzavano l’una contro l’altra. Sul lato rivolto verso la città dava fastidio un forte gracchiare di cornacchie. Centinaia di corvi comuni si radunavano sui grandi tigli intorno alla chiesa e costruivano lassù i loro nidi disordinati. Sul tetto della chiesa vedemmo il grande impianto fotovoltaico, una vista che su un tetto di chiesa non ci si aspetterebbe proprio. Venuta la fame, scendemmo dal campanile e cercammo un posto dove mangiare. Lo trovammo alla “Blaue Maus”, un ristorante nella Schlosstraße, dove abbiamo mangiato molto bene e spendendo poco. Per poco non perdemmo la cognizione del tempo, perché dovevamo ancora fare un po’ di spesa per la sera e per il giorno dopo. E il supermercato, naturalmente, era di nuovo piuttosto fuori mano. Non importa. Per fortuna siamo abituati a camminare. La bottiglia di vino rosso che riuscimmo ad accaparrarci appena prima della chiusura la svuotammo in giardino davanti all’alloggio, con grande disappunto del cagnolino dei vicini. A gran voce, e richiamato continuamente dal padrone / dalla padrona, il botolo cercava di cacciarci via. “Anche noi a casa ne abbiamo uno così!” cercai di tranquillizzare i vicini, ai quali la cosa cominciava a sembrare un po’ imbarazzante. “Domani ce ne andiamo e torni ad avere la tua pace.” dissi al cane, cosa che però non lo calmò granché.

Qui finiva il ramo orientale del cammino. E in qualche modo ero contento che domani si proseguisse, nella direzione opposta, verso nord. Perché la mia curiosità e la mia voglia di camminare non erano ancora davvero appagate.

Tappa 8: Mirow – Wesenberg (14 km)

Bene, da qui in poi si andava al contrario, vale a dire: nella direzione opposta.

Colazione a Mirow

Eravamo curiosi di vedere come avrebbe funzionato con i cartelli alle spalle. E dopo l’esperienza delle ultime due tappe, ero ancora una volta contento di avere con me il Garmin. Ma a parte pochi punti in cui dovemmo cercare un po’, andò meglio del previsto. Prima però c’era la colazione dalla signora Meyer. Mentre preparavamo le nostre cose, la signora Meyer apparecchiò la tavola in giardino e ce la godemmo con un sole di nuovo splendente già di mattina. In realtà avremmo potuto continuare a chiacchierare all’infinito. Ma a un certo punto arrivò il momento di partire, anche se oggi, con 14 chilometri, la strada di nuovo non era molto lunga. Salutammo quindi la signora Meyer con un grande grazie e le augurammo di poter offrire ancora a tanti pellegrini un alloggio così bello.

Sentieri nel bosco vicino a Mirow

Per uscire da Mirow ci orientammo prima con il GPS. Camminammo a lungo lungo un ampio canale di drenaggio fiancheggiato da betulle. E subito trovammo il primo cartello. Mentre finora facevo le foto per lo più nella direzione di marcia, ora fotografavo sempre più spesso all’indietro, cioè come si vedrebbe normalmente il cammino andando nella direzione giusta. Su idilliaci sentieri nel bosco raggiungemmo presto Leussow. Ogni tanto bisogna guardarsi indietro per capire in che direzione proseguire. All’inizio suona strano. Ma è logico, quando ci si accorge che i segni sono sempre messi in modo da essere visti già da lontano, nonostante le loro piccole dimensioni. Così ci mettevamo davanti ai cartelli, ci giravamo di 180 gradi e sapevamo da che parte continuare. Dopo Leussow, però, cercammo un cartello un po’ più a lungo. Qui si diramavano diversi sentieri, e per fortuna Andrea aveva preso quello giusto. Nel disegnare la traccia in base alla descrizione del percorso trovata su Internet, qui mi ero sbagliato di grosso, e per questo il Garmin a Leussow ci avrebbe mandati nella direzione sbagliata. Di sicuro saremmo arrivati a Wesenberg anche così, ma non sul cammino giusto.

Bosco di mirtilli

E così, dopo averla cercata a lungo e finalmente ritrovata, continuammo a seguire la direzione giusta attraverso una pineta con un tappeto verde brillante di arbusti di mirtillo. La zona che attraversavamo ora, 23 anni prima era ancora un’area di esercitazione dell’Armata Sovietica. Per questo ovunque si vedevano ancora profonde buche di postazioni scavate nel terreno.

Trincerato

Al margine di una strada forestale invasa dalla vegetazione e quasi impossibile da riconoscere, in cui (o meglio, da cui) ci mandava un cartello con la conchiglia, mi sedetti in un’ex buca da tiratore, feci una sosta e pensai al povero soldato che un tempo aveva dovuto scavare quella buca. Perché anch’io mi ero trovato nella stessa situazione. Avrebbero potuto farci scavare buche del genere anche al margine del bosco. Ma nel bosco, a quanto pare, gli istruttori si divertivano molto di più a guardarci mentre ci facevamo strada a colpi di vanga tra le grosse radici degli alberi. Tanto tempo fa, ma ancora nella memoria. Molte cose si idealizzano col passare del tempo e del servizio militare restano nella memoria solo le situazioni belle e divertenti. Ma queste maled… buche da tiratore sono rimaste. Ora toccava alla natura occuparsi di quei resti. E solo alcune cavità ricoperte di vegetazione ma ancora visibili nel verde sottobosco ricordavano ancora i tempi passati. Il sentiero nel bosco si allungò ancora una volta e ci volle parecchio prima di sentire di nuovo i rumori di una strada vicina. Finora questo significava per lo più che eravamo vicini alla meta della giornata. Perché gli organizzatori (come ho già scritto) anche su questa tappa si erano presi la briga di mandarci per parecchie deviazioni, solo per esporci senza ritegno alla quiete del bosco.

Passaggio a livello vicino a Wesenberg

Sulla pista ciclabile lungo una strada ci avvicinammo ora a Wesenberg, e a una sbarra chiusa rimasi non poco stupito quando si avvicinò una vecchia automotrice rosso vino su cui c’erano ancora i simboli della Deutsche Reichsbahn. Già nel 1890 la cittadina fu collegata alla società ferroviaria Neustrelitz-Wesenberg-Mirow. E la linea è quindi in funzione ancora oggi. Andando verso la città si nota subito il carattere omogeneo degli edifici di questa città medievale, costruita a forma ovale ai piedi di un castello. Molte vecchie case a graticcio sono state restaurate con amore e tutto in qualche modo sta bene insieme.

Piazza del mercato di Wesenberg

Nel mezzo del centro storico si innalza la chiesa cittadina gotica di St. Marien. E proprio qui vicino doveva trovarsi anche il nostro alloggio di oggi, nella canonica. E infatti, dopo un piccolo giro d’onore per la piazza del mercato, avevamo trovato la casa di mattoni rossi. Dall’ex pastore della parrocchia, che era già con le valigie pronte quando lo contattai per la prima volta e che ora ha preso servizio in un nuovo incarico ad Amburgo-Altona, avevo avuto il numero di telefono del signor Lömpke di Schwarz, che ora si occupava della sede rimasta vacante qui a Wesenberg. E questi a sua volta ci comunicò per telefono che nella bacheca davanti alla canonica era affisso un numero di telefono. Se avessimo chiamato quel numero, sarebbe venuto qualcuno del paese ad aprirci. Come si vede, su questo cammino il telefono è molto importante, altrimenti si hanno seri problemi nell’organizzare gli alloggi. E infatti poco dopo si fermò un pickup con il logo di un’impresa edile, da cui scese un uomo in abiti da lavoro (il titolare della ditta, come si scoprì) che ci salutò. Era già al corrente e ci mostrò la canonica completamente ricostruita.

arredamento piuttosto spartano dell’alloggio

Tanto rustica sembrava da fuori, quanto moderno era l’arredamento all’interno. Bagni modernissimi, una cucina completamente attrezzata, finestre e porte nuove e mobili nuovi negli ambienti comuni al pianterreno lasciavano intuire che qui erano stati investiti parecchi soldi. Qui non si era badato a spese. Per la mia sensibilità, però, in alcuni punti era già troppo, considerando lo stato di alcuni edifici che avevamo visto finora lungo il cammino. Nell’arredamento dell’alloggio per pellegrini al piano di sopra, invece, purtroppo si era risparmiato un po’. Un divano che sembrava avanzato da qualche parte e una brandina malandata accanto a un vecchio guardaroba non fissato al muro: era tutto quello che trovammo. Perché qui non abbia gonfiato i nostri materassini, ancora oggi non lo so. Perché la notte sarebbe diventata una tortura. Mi ero offerto di dormire sullo stretto divano e Andrea aveva steso il suo sacco a pelo sulla brandina, che di notte a ogni movimento scricchiolava così forte che ci svegliavamo tutti e due. Ma non sta a noi lamentarci oltre. Avevamo un tetto sopra la testa, e da pellegrini si dovrebbe essere pronti ad arrangiarsi anche nelle condizioni più semplici. È proprio questo, tra l’altro, il fascino che offre questo modo di spostarsi: congedarsi per un po’ dalla società del benessere, “staccare la spina” per un po’, come si dice. Ma nessuno doveva prenderci per gente che ha mollato tutto, e perciò approfittammo in fretta delle benedizioni della modernità sotto forma di una doccia dall’aria futuristica.

Tiglio antichissimo davanti alla chiesa

Castello di Wesenberg

Liberati dalla polvere del cammino, partimmo per un giro in questa città davvero graziosa. Davanti alla massiccia chiesa salta subito all’occhio un enorme tiglio. Ha un tronco dal diametro ragguardevole di ben otto metri e per questo è stato dichiarato monumento naturale. La piazza del mercato, ben restaurata, l’avevamo già vista. E così seguimmo i cartelli per il castello e il porto. Il castello per il momento lo lasciammo da parte, anche perché non sembrava particolarmente spettacolare. Il complesso è stato ristrutturato a partire dal 1992 e in realtà non ha l’aspetto che ci si immagina per un castello medievale. La Fangelturm, la torre prigione, è un tozzo moncone di mattoni un po’ informe all’estremità di un grande edificio allungato. Durante la Guerra dei Trent’anni il castello fu in gran parte distrutto e ne rimasero solo il portale, parti delle mura e il torso della torre. Oggi il complesso appartiene alla città di Wesenberg e ospita alcune strutture, come l’ufficio turistico o un piccolo museo locale, in cui è allestita una mostra sulla pesca e sulla silvicoltura della regione e di cui si occupa un’associazione del castello.

Il porto di Wesenberg

Tutto questo però l’ho dovuto leggere, perché al ritorno era già tutto chiuso. Prima infatti ci occupammo di trovare qualcosa da mangiare, cosa che trovammo in un biergarten al porto. A proposito di porto: ha dimensioni adeguate alla città e consiste quindi solo in un lungo pontile di legno che si stringe intorno a un’insenatura del Woblitzsee. Alcuni pescatori, che fissavano la superficie dell’acqua con aria non troppo felice (Petri heil!), stavano seduti su sedie pieghevoli sul pontile, e un battello turistico vi era ormeggiato vicino a una colonnina di servizio. La visita fu quindi breve di conseguenza. Una volta avanti sul pontile, qualche foto del lago e di nuovo indietro, e tornammo al biergarten, il cui buon numero di clienti ci fece pensare che valesse la pena mangiare qui.

Biergarten “am Hafen”

Il menu ricco prometteva anche che qui niente arrivasse in scatola, che insomma la mamma cucinasse ancora lei. E lo posso confermare. Perché la gulaschsuppe che ordinammo fu il successo della giornata. Il proprietario del chiosco armeggiava borbottando intorno a un portaombrellone e all’inizio non sembrava particolarmente loquace. Un paio di commenti di approvazione e subito il suo viso si illuminò, e diventò persino spiritoso. Probabilmente era un po’ seccato per tutti i compiti che gli aveva affidato sua moglie, che stava dietro il bancone. Erano nei preparativi per l’imminente festa di Pentecoste. E il grande prato appena falciato intorno al piccolo palco mi fece intuire quante volte quell’uomo avesse dovuto già fare avanti e indietro oggi per ottenere quell’aspetto curato. A interessarmi però era il piccolo palco di legno con la pista da ballo all’aperto. Soprattutto per via delle difficoltà nell’ottenere il permesso per una pista da ballo a casa, nel nostro parco. Ne ho già scritto in un altro post. Mi venivano delle idee, che ora discutemmo insieme. Sul palco c’era scritto a lettere colorate “Wesenberger Kleinkunstbühne”. Forse avremmo dovuto solo dare al nostro progetto un nome interessante e cambiarlo ogni anno, per bombardare le autorità testarde ancora e ancora con nuove domande. Finché non ne avessero abbastanza di noi e almeno si facessero vedere sul posto. Perché finora si era deciso solo a tavolino (naturalmente in senso negativo), cosa che aveva richiesto comunque già 5 anni. E così fantasticammo un po’, senza accorgerci di quanto tempo fosse passato. Per salire sulla torre, infatti, ormai era troppo tardi. Il pesante portone d’ingresso della torre era già chiuso, peccato, ma non c’era niente da fare. Qualcosa da fare c’era invece riguardo al vuoto nei nostri zaini in fatto di provviste. Come al solito il supermercato del posto era di nuovo un po’ fuori mano. Un’abitante a cui chiedemmo di un supermercato ci mandò attraverso un quartiere di case nuove alla periferia della città. Mai chiedere la strada in città a un automobilista! Probabilmente la brava signora non era mai andata a piedi al supermercato. E perché avrebbe dovuto, ci sono dei bei parcheggi grandi davanti. E così ci accorgemmo della deviazione solo al ritorno, quando ci orientammo con la torre della chiesa cittadina.

La sera

La serata era ancora giovane, e la stanza e il letto non erano certo molto invitanti. Così, senza tante storie, portammo un tavolo dalla cucina in cortile, per goderci qui ancora una bottiglietta di Rioja (dal Camino Francés il nostro vino preferito). Proprio di fronte una coppia di ciclisti stava entrando nella pensione per ciclisti e, quando ci notarono, tirarono tutte le tende. Quindi niente televisione! Ma sul cellulare avevo ancora qualche filmato di Kurt Krömer, Rainald Grebe e H.P. Kerkeling, con cui ci divertimmo finché la batteria non si scaricò. A quel punto, un po’ controvoglia, dovemmo andare a letto, e intuivamo già che cosa ci aspettava quella notte. Come già detto, Andrea non riusciva a dormire perché osava a malapena muoversi, dato che poi la brandina avrebbe scricchiolato terribilmente e io mi sarei svegliato ogni volta che succedeva. Io invece riuscivo a malapena a muovermi, perché sul divano potevo stare sdraiato solo di taglio (sul fianco) e con i piedi sul bracciolo.

Perché mai non ho gonfiato i materassini??

Tappa 9: Wesenberg – Neustrelitz (20 km)

È l’unica tappa in cui si esce dal paese per la stessa strada da cui ci si è entrati. E così, verso le 8, ci trascinammo di nuovo attraverso Wesenberg. La notte aveva mantenuto ciò che i giacigli di fortuna avevano promesso, e non eravamo ancora del tutto svegli. Ci sarebbe stata, è vero, la possibilità di fare colazione dal fornaio proprio di fronte alla canonica, che aveva aperto già alle 7. Ma poi nello zaino ci saremmo di nuovo trascinati dietro un sacco di viveri che invecchiavano e che di certo non sarebbero migliorati. E così preferimmo sgranocchiare i panini del giorno prima, e io ne avevo farciti altri due come provvista per il cammino. Al più tardi a Neustrelitz ci sarebbero state comunque abbastanza occasioni per rifornirci di nuovo.

Partenza al mattino a Wesenberg

Accidenti, che caldo oggi! Lo si sentiva già al mattino che le giornate fresche erano finite. Già ieri, sulla tappa verso Wesenberg, faceva decisamente più caldo che nelle tappe precedenti. Ma non vogliamo lamentarci: finora avevamo avuto una bella fortuna con il tempo, e le giacche impermeabili ci erano servite una volta sola. All’estremità sud-occidentale del centro storico dovemmo tenere la destra e questa volta attraversammo i binari a un passaggio a livello diverso da quello di ieri. Poi, attraverso un quartiere di villette, si saliva a lungo e costantemente verso nord-ovest, fuori dalla città. Dopo l’uscita dal paese non mancava molto a Kleinquassow, una frazione di Wesenberg. Qui c’era di nuovo, nel punto giusto, un cartello che finalmente ci portò via dalla strada asfaltata su cui avevamo camminato fino a quel momento.

Strada di cemento attraverso la riserva naturale

Incontrammo alcuni passanti che portavano a spasso i cani, e già dal margine del bosco sentivamo il rumore delle macchine edili. Avvicinandoci, scoprimmo una strada nuovissima lastricata con blocchetti di cemento, su cui alcuni operai stavano ancora lavorando con una grossa piastra vibrante. «Non l’avranno mica fatto!» E invece sì! Proprio in mezzo alla riserva naturale (credo che faccia addirittura parte del parco nazionale; comunque la strada si chiama Nationalparkweg Müritz) passa ora una strada di cemento per ciclisti. Grazie agli eurocrati di Bruxelles per averlo reso possibile. Una norma UE prescrive infatti che le piste ciclabili a lunga percorrenza debbano essere pavimentate, come ci raccontò un abitante della zona. E così si chiude volentieri un occhio sullo status di riserva naturale. Se i ciclisti lo vogliano davvero, di sicuro nessuno l’ha chiesto. Noi, da pedoni, non riuscimmo comunque a trovarci nulla di buono. Come un corpo estraneo, il serpente di cemento si snoda ora attraverso il bosco – terribile!

Il nido di cicogne di Groß Quassow

Dopo alcuni chilometri, però, anche questa strada finì e camminammo di nuovo su una strada asfaltata per veicoli verso la frazione di Großquassow. Un ponte ci fece attraversare ancora una volta la Steinhavel, che aveva già incrociato più volte il nostro cammino. Già da lontano vedemmo su un grande fienile un nido di cicogne abitato. Qui le cicogne nidificano dal 1938: ci sono riuscite 64 volte e hanno allevato 162 piccoli. Questo nido è quindi il più stabile di tutto lo Strelitzer Land, un segno che davvero molte cicogne crescono qui i loro piccoli. Non è però paragonabile alla popolazione di cicogne lungo il Camino Francés: lì a volte abbiamo visto fino a 6 nidi su una sola chiesa. In sintonia con l’attrazione principale del paese, la trattoria del posto si chiama naturalmente «Storchennest» (il nido di cicogne).

Sosta allo «Storchennest»

E per fortuna era già aperta. Ne approfittammo quindi per fare una piccola pausa. L’oste, molto gentile, ci servì di persona e, non senza curiosità, ci chiese naturalmente del nostro progetto. Come sempre raccontammo tutto del cammino fatto fin lì e di quello che ci aspettava ancora. Ci ascoltò con grande interesse. E forse abbiamo anche dissipato qualche riserva o pregiudizio nei confronti dei pellegrini. I pellegrini, e soprattutto gli ostelli per pellegrini, vengono visti da alcuni di quelli che abitano lungo il cammino come concorrenza per i propri affari, come abbiamo sentito spesso, il che spiegherebbe anche molte distruzioni intenzionali dei segnavia. Ci si imbatte nell’opinione che il pellegrino cerchi soltanto un modo economico per passare qui le vacanze. È senz’altro comprensibile che chi affitta camere private o gestisce una pensione di campagna come questa di Groß Quassow sia contento di ogni letto occupato.

E così anche l’oste ci confidò le sue pene e ci descrisse la fatica di tenere in vita la pensione e il ristorante. Noi gli parlammo del senso e dello scopo del pellegrinaggio e della nostra incomprensione verso i critici e la loro miopia. Perché ogni pellegrino ha conoscenti o parenti a cui racconta di questa splendida regione e della sua gente, e a cui porta le foto. Oppure scrive, come me, in un blog come questo, accessibile a molti. E siccome non a tutti piace il pellegrinaggio con tutte le rinunce che comporta, questa è una pubblicità impagabile per la regione, e di prima mano. Del resto, con il numero di pellegrini visto finora, difficilmente si può parlare di una concorrenza da prendere sul serio. La nostra esperienza in Spagna dimostra inoltre che proprio nelle regioni economicamente deboli un cammino di pellegrinaggio può essere un prezioso motore economico. Molti paesi della Castiglia lungo il cammino, senza il Camino, sarebbero da tempo villaggi fantasma abbandonati.

Anche il Meclemburgo-Pomerania Anteriore è considerato in Germania una regione economicamente debole. E questo nuovo cammino di pellegrinaggio è una delle tante possibilità per rilanciare ulteriormente il turismo. C’è davvero da augurarlo al cammino, alla regione e alla gente di qui che ci riesca. Proprio là dove l’offerta di alloggi ha ancora delle lacune, anche la maggior parte dei cartelli è distrutta. Penso che ci sia un nesso, e che serva ancora un bel po’ di lavoro di sensibilizzazione per eliminare i pregiudizi.

La chiesa in mattoni di Groß Quassow

A Groß Quassow, comunque, ci avevamo messo tutto il nostro impegno. Ci augurarono buon cammino e ci rimettemmo gli zaini in spalla. La chiesa in mattoni del paese purtroppo era chiusa. Col senno di poi, visto che il mio racconto si avvicina alla fine, posso però scrivere che abbiamo trovato le porte aperte in un numero sorprendente di chiese. Naturalmente anche qui si ha paura di furti o di vandalismo. Ma là dove si trova qualcuno che ha il tempo e la possibilità di aprire e chiudere ogni giorno, al pellegrino viene offerta una chiesa aperta, cosa che secondo me lungo un cammino di pellegrinaggio dovrebbe essere la normalità.

Uscendo dal paese, ancora un episodio divertente: incontrammo un «cavallo bassotto». Scoppiammo a ridere tutti e due, perché sembrava che qualcuno avesse sotterrato un cavallo fino alle ginocchia. Fino a Userin, il paese successivo della tappa di oggi, porta una strada con carreggiate lastricate, su cui ogni tanto incrociavamo anche qualche veicolo. Sopra di noi volteggiavano le cicogne, e i richiami insistenti delle gru risuonavano sui campi che splendevano nella luce abbagliante del sole. Solo il rumore di un aereo da caccia dava di nuovo parecchio fastidio e disturbava l’impressione di pace della zona.

la strada verso Userin

Recinto dei cavalli prima di Userin

I cavalli in un recinto prima di Userin sembravano già abituati al rumore: non mostravano infatti alcuna paura al rombo dei reattori del jet militare in salita. Se si esce da Userin nella direzione giusta, quella che arriva da Groß Quassow, bisogna fare molta attenzione, perché il cartello è sistemato un po’ infelicemente alle spalle del camminatore e così sfugge facilmente. Anche in paese non era semplicissimo orientarsi. Ma se ci si attiene alla descrizione sul sito internet, si trova la strada senza problemi. Anche qui trovammo di nuovo un nido di cicogne abitato. Userin è un paese piuttosto grazioso, con un grande campeggio vacanze sull’Useriner See. Lasciammo però il paese a passo un po’ accelerato. Il motivo era ancora una volta del tutto naturale. Io, comunque, fui di nuovo contento di avere con me abbastanza carta igienica. E visto che siamo in tema: per favore portatevi la carta igienica e usate i fazzoletti di carta solo in caso di emergenza. Perché restano nella natura per un’eternità. Contengono sostanze oleose che impediscono alla carta di decomporsi in fretta. Nei gabinetti spesso intasano gli scarichi, e anche negli impianti di depurazione i fazzoletti creano problemi. Soprattutto sui cammini molto frequentati ci si imbatte in questi resti evitabili in quasi ogni punto adatto ai bisogni. Ecco, ora basta con questo argomento poco profumato. Ho fatto abbastanza opera di sensibilizzazione ambientale sul tema. Che bello che ne abbiamo parlato!

Sosta alla Prälank Siedlung

Sollevati, proseguimmo in un bosco ombroso, che in questa giornata caldissima portava una piacevole frescura ma anche zanzare. Usciti dal bosco, ci fermammo alla Prälank Siedlung, un gruppetto di pochissime case a cui non arriva nemmeno una strada asfaltata. «Abitano proprio tranquilli qui, ed è un idillio» disse Andrea. Ma nello stesso respiro aggiunse che qui d’inverno o con il brutto tempo le cose possono diventare difficili in fretta. L’idillio è quello che colpisce al primo sguardo. La vita di tutti i giorni sarà di sicuro ben diversa, una volta che ci si è abituati all’ambiente. Quindi via in fretta, prima di abituarci. Anche i panini farciti al mattino furono presto finiti, e così ci alzammo di nuovo dalla panchina.

Covo di zanzare

Il bosco successivo non si fece attendere a lungo. E ancora una volta dovemmo tirare fuori di corsa l’«Antibrumm» dallo zaino, perché vicino al sentiero si vedevano molti punti paludosi tra gli alberi, il luogo di nascita di una vera invasione di zanzare. Alcune di quelle pesti però erano già riuscite a venirsi a prendere il pranzo da noi. Avevano colpito persino sulla testa, tra i capelli: non grattarsi, per carità! Altrimenti va solo peggio. Di nuovo al sole, ci eravamo finalmente scrollati di dosso lo sciame. Percorrendo una stradina asfaltata e una strada di cemento raggiungemmo Torwitz e all’ingresso del paese imboccammo una strada di campagna fiancheggiata da salici, che segue a una certa distanza la riva dello Zierker See.

Gru sulla riva dello Zierker See

Sui prati tra il sentiero e il lago si muoveva ogni sorta di uccelli: c’erano aironi, oche selvatiche, cicogne e naturalmente anche gru. E riuscimmo ad avvicinarci insolitamente tanto. Questi uccelli, di solito molto timidi, erano diventati di sicuro un po’ più fiduciosi per la vicinanza della città. Da qui infatti si vedeva già Neustrelitz: la caratteristica torre della chiesa cittadina faceva capolino tra gli alberi. Mancavano comunque ancora alcuni chilometri, perché tra noi e la città c’era ancora lo Zierker See. Il paese di Zierke, da cui il lago prende il nome, lo lasciammo sulla sinistra. Qui eravamo già stati due anni prima. Qui avevamo visto per la prima volta i cartelli con la conchiglia e, senza saperlo, avevamo già camminato una volta su questo cammino. Solo più tardi venimmo a sapere del cammino. Come ho già scritto, all’inizio ci eravamo stupiti dell’uso della conchiglia come segnavia.

Pontile sullo Zierker See

Il grazioso pontile coperto sullo Zierker See, che raggiungemmo poco prima di Neustrelitz e da cui si gode una bella vista sul lago, lo conoscevamo quindi già. Attraverso l’area della marina della città seguimmo il sentiero a zigzag e ci trovammo presto davanti al piccolo bacino del porto. Alcune barche da escursione erano ormeggiate. I tavolini all’aperto del caffè e del ristorante nel vecchio magazzino restaurato del porto erano di nuovo ben frequentati. Noi però andammo sulla penisola di Helgoland. Sì, a Neustrelitz Helgoland è una penisola. Sopra c’è una sola casa, ed è una trattoria ricca di tradizione che conoscevamo già. E dove ci si sente a casa e ci si è trovati bene, si torna volentieri. Siccome l’orario d’arrivo annunciato al Borwinheim era ancora lontano, avevamo abbastanza tempo per un caffè, o una birra.

ritroviamo Anne

Più con la coda dell’occhio che altro, all’improvviso vidi a una certa distanza uno zaino verde con dei fiorellini di plastica che mi sembrava in qualche modo familiare. Ma certo, era la pellegrina che avevamo già incontrato a Wokuhl e che percorreva il cammino nella direzione opposta alla nostra. Che coincidenza incontrarci di nuovo, perché proprio in una città ci sono davvero tante strade su cui ci si può mancare. Con grande stupore di Andrea e della cameriera con cui stavamo chiacchierando, balzai in piedi per correre dietro ad Anne, che si stava di nuovo dirigendo verso la città. Era sorpresa quanto noi di rivederci. La invitai a prendere un caffè e chiacchierammo naturalmente di quello che avevamo vissuto nel frattempo. Poi però le nostre strade si separarono di nuovo: noi volevamo andare all’alloggio, e lei aveva in programma di camminare ancora fino a Mirow. «Nella vita ci si incontra sempre due volte» dissi salutandola, ben sapendo che per noi era già la seconda. Ma perché non anche tre? In fretta mi annotai ancora il suo indirizzo e-mail.

Il nostro alloggio per la notte al Borwinheim

Al Borwinheim, come richiesto, avevamo telefonato già un giorno prima del nostro arrivo per annunciarci. Un’altra telefonata ci diede la certezza che ci stavano già aspettando. Un signore gentile, il cui nome purtroppo mi è sfuggito, ci accolse e, con spiegazioni dettagliatissime, ci mostrò l’enorme edificio, riaperto da poco dopo un costoso restauro milionario. Mi impressionò in particolare la grande sala con l’organo incorporato. «Forse viene anche il nostro cantore a provare» ci disse il signore. «Mi farebbe molto piacere» risposi. Purtroppo non venne. Prendemmo due materassi dal solaio e ci sistemammo comodamente nella sala piccola. Qui c’era spazio in abbondanza e sparpagliammo generosamente le nostre cose per rimettere finalmente un po’ d’ordine nello zaino. Sarebbe stato possibile anche fare un bucato in lavatrice, ma non ne avevamo bisogno. Mettemmo i materassi su un tappeto morbido che stava in un angolo della grande stanza. E così questa volta avevamo di nuovo un giaciglio molto comodo, non certo paragonabile a quello della notte precedente!

Panorama della piazza del mercato di Neustrelitz

Dopo la doccia, però, volevamo fare ancora un giro per la città. Neustrelitz la conoscevamo già dalla nostra visita precedente, quindi non dovevamo iniziare un grande giro turistico. Non voglio comunque tralasciare di dire che Neustrelitz merita senz’altro una visita.

La piazza del mercato di Neustrelitz

L’interessante pianta urbana, al cui centro si trova la piazza del mercato con la chiesa cittadina, la sua torre caratteristica e il municipio, non ha eguali. La città residenziale barocca è nata sul tavolo da disegno. Otto strade dritte come fusi partono dalla piazza del mercato verso i punti cardinali e intermedi e portano fuori dalla città, ovvero si incontrano nel suo centro. Nel vicino quartiere del castello, oltre al bellissimo parco con il tempio di Ebe e molte sculture, si possono visitare anche la chiesa del castello, l’aranciera, le scuderie, il Carolinenstift e il Carolinenpalais. Il castello purtroppo non esiste più dal 1945. Una struttura di ponteggi, rivestita di teli su cui è stampata la facciata, fa però risorgere la sagoma dell’antico castello. La chiesa del castello è opera dell’architetto Friedrich Wilhelm Büttel, i cui edifici avevamo ormai incontrato in molti altri luoghi lungo il cammino.

la strelitzia di metallo

Passammo accanto alla strelitzia d’acciaio inox che brillava al sole, su un’isola spartitraffico vicino al porto. La somiglianza tra il nome del fiore e quello della città di Neustrelitz nella radice della parola non è un caso. Indirettamente è Neustrelitz ad aver dato il nome alla pianta. Infatti nel 1773 un naturalista inglese battezzò la bellezza da lui scoperta in Sudafrica «Strelizia Reginae», in onore della regina d’Inghilterra. L’allora regina inglese era nata principessa Sophie Charlotte von Mecklenburg-Strelitz. Eh sì, viaggiare istruisce: prima non lo sapevo, ma in qualche modo non ci avevo nemmeno mai pensato. Qualcuno lo chiamerebbe anche «sapere inutile». Di sicuro non inutile sarebbe stato procurarsi ora qualcosa da mangiare. Al porto c’è una pescheria. Si chiama «zum Fischerhof» e pare che ci sia pesce fresco e che si possa mangiare qualcosa di veloce. Perché fame vera e propria non ne avevamo.

Temporale in arrivo?

E così ci bastò un panino col pesce in quella tavola calda. Più di così, quel locale davvero non lo vorrei chiamare. Lo stato esteriore dell’esercizio corrispondeva più o meno all’aspetto della pescivendola. Si faceva una gran fatica a togliersi quella vista dalla testa mentre si mangiava il panino. Il signore che ci aveva accolto al Borwinheim, a dire il vero, ci aveva già avvertiti. Perché non ce n’eravamo accorti già alla prima visita? Allora ci eravamo messi comodi nelle sdraio a cesta da spiaggia sistemate lì e avevamo trovato piuttosto piacevole starci seduti, bere qualcosa e fissare il lago. Lo facemmo anche adesso, e sopra una barca drago che scivolava sul lago vedemmo un cielo che si faceva sempre più scuro. Stava arrivando qualcosa e dovevamo temere di bagnarci ancora oggi sulla via del ritorno. Così ce ne andammo. Il nostro «arrivederci», però, non era detto del tutto sul serio. Il tempo, con le sue nuvole scure, passò oltre, e così potemmo restare ancora un po’ seduti fuori, nel cortile, con una bottiglia di vino.

la grande sala del Borwinheim

Prima, però, ricevemmo ancora una visita. Nel pomeriggio, oltre al pastore, ci era già stato presentato anche l’ex cantore del Borwinheim. Non so se la sua visita serale fosse un pretesto per controllare noi, che avevamo le chiavi della casa, o se volesse davvero prendere degli spartiti, come diceva. Alla consegna delle chiavi ci era stato raccomandato di chiudere sempre tutto scrupolosamente, perché in casa si erano già introdotti dei ladri, o dei vagabondi che si erano fatti chiudere dentro. E così la sua preoccupazione per la sicurezza della casa era di certo giustificata. Tanto più che con il pellegrinaggio, evidentemente, non sapeva bene cosa farci. Ci chiese infatti quanto fosse grande il nostro gruppo. Aveva visto le nostre cose sparpagliate nella sala piccola e si domandava quante persone avessero portato tutta quella roba. La sua seconda domanda, sulle nostre biciclette, e la nostra risposta che eravamo solo in due e a piedi, resero la sua confusione ancora più evidente. Probabilmente non riusciva proprio a immaginare che si possa portare sulla schiena tutto ciò che serve e cavarsela così per centinaia di chilometri e per diverse settimane. A sua discolpa devo dire che tre anni fa nemmeno io riuscivo a immaginarlo.

Consapevoli di essere completamente soli in quella grande casa, e ripensando ai racconti inquietanti del nostro ospite, ci rintanammo nei sacchi a pelo. La storia dei ladri, a quanto pare, non lasciava del tutto tranquilla Andrea, e così nella notte sentì dei rumori strani. Ero appena nella mia prima fase di sonno profondo quando mi svegliò, e così, per tranquillizzarla, cercai di capire da dove venisse il rumore o almeno di localizzarlo. Non ne ero sicuro nemmeno io, ma riuscii a convincere Andrea che i rumori venivano da fuori. Nel frattempo si era alzato un po’ di vento, e chissà cosa vola in giro nel cortile sul retro del vicino supermercato e, non essendo ben fissato, manda strani rumori nella notte.

Per sicurezza, poi, chiusi a chiave la porta della nostra stanza …

… non si sa mai!

Tappa 10: Neustrelitz – Zippelow (17 km)

Le nuvole scure di ieri se ne sono andate e così partimmo di nuovo in una giornata splendida e radiosa. Dopo aver sistemato le nostre cose nello zaino e riportato i materassi in solaio, consegnammo la chiave e lasciammo il Borwinheim. Comoda per la colazione era la vicinanza immediata del supermercato.

Partenza dal Borwinheim a Neustrelitz

Qui c’è un fornaio e anche un macellaio. Anche oggi non avevamo molta fretta, perché fino a Zippelow erano solo 17 chilometri. Per almeno un’ora chiacchierammo quindi con i nostri vicini di tavolo, una coppia di anziani che ci raccontò mezza vita. Verso le 9, però, era proprio ora di partire, e a fine giornata si sarebbe confermato che era stato un bene.

Lungo la B97

La strada per uscire da Neustrelitz passa per la Glambecker Straße. Dopo un grande incrocio ci portò avanti per alcuni chilometri lungo la B97. Il nostro timore di dover camminare su un tratto noioso lungo la strada statale molto trafficata per fortuna non si avverò. Tra la carreggiata e la pista ciclabile asfaltata c’è un’ampia striscia verde con alberi e cespugli, che rende sopportabile il cammino a piedi. Contrariamente al percorso che avevo pianificato in anticipo, lasciammo anche molto prima la B97 girando a sinistra sul Königin Louise Weg. Da Hohenzieritz, il paese successivo verso cui ci dirigevamo, fino a qui ci si può in realtà affidare alla segnaletica del Königin Louise Weg.

Il Königin Louise Weg nella zona degli Havelquellseen

Corrisponde al 100% al tracciato del cammino di pellegrinaggio. Anche per questo ho rinunciato a documentare le conchiglie mancanti o distrutte. Il bellissimo sentiero attraversa quasi sempre, un po’ in saliscendi, un fitto bosco di latifoglie. Qua e là c’è un laghetto o un rigagnolo a bordo strada. Nessuna meraviglia: stavamo infatti attraversando la zona delle sorgenti della Havel. In questa zona ci trovavamo su una sorta di spartiacque. Mentre quasi tutti i laghi a sud di qui erano in qualche modo collegati alla Havel per via naturale o tramite un canale, il Tollensesee sta, per così dire, dietro la collina. In esso nasce la Tollense, che più tardi sfocia nella Peene. Ha quindi un collegamento con il Mar Baltico. Lungo la riva occidentale del Tollensesee si estende un paesaggio di morene frontali. Su brevi distanze ci sono dislivelli di oltre 100 metri. E così in direzione di Hohenzieritz si sale ora quasi in continuazione. All’ingresso del paese osservammo le attività dei vigili del fuoco volontari del posto. Mentre i «vecchi» stavano accanto alla loro autopompa e ci guardavano stupiti mentre passavamo, i giovani pompieri trascinavano le manichette di qua e di là. Beh, almeno loro hanno nuove leve, pensai. Da noi a casa i vigili del fuoco si stanno lentamente estinguendo. Una tradizione di oltre 100 anni sta finendo, un vero peccato. Ma io, con i miei 55 anni, sono di gran lunga il pompiere più giovane del nostro paese. E così, per limiti d’età, non possiamo più intervenire attivamente quando c’è un incendio. Le nostre attività di spegnimento si limitano ormai, una volta al mese, alla sete, con grande gioia della gastronomia locale.

Ingresso del paese di Hohenzieritz

seconda colazione

Ma torniamo al cammino: sete ne avevamo anche noi dopo la salita sotto il sole cocente. «Oggi viene giù qualcosa» pensai. E speravo che il temporale atteso arrivasse solo quando avessimo raggiunto Zippelow. La gastronomia di Hohenzieritz si stava evidentemente preparando con calma alla imminente festa di Pentecoste, perché purtroppo era tutto chiuso. E così non ci restò altro che sederci su una panchina un po’ traballante davanti all’ingresso del parco del castello e mangiare le nostre riserve: un paio di minisalami e due panini gommosi. Ma io incitavo a ripartire. E Hohenzieritz non dava neanche l’impressione di volerci trattenere. Il castello quindi lo guardammo solo da lontano: una visita approfondita avrebbe richiesto troppo tempo. Prima di proseguire, però, ancora un’indicazione importante: contrariamente a quanto pubblicato sul sito internet, nella canonica di Hohenzieritz non c’è alcun alloggio. Di conseguenza fu la reazione del pastore del posto quando lo contattai prima del nostro viaggio. Cercavo un alloggio qui in zona, perché l’ostello di Prillwitz inizialmente previsto (anche questo, tra l’altro, in contraddizione con quanto riportato sul sito) non era ancora disponibile.

Bella vista sul Tollensesee e su Prillwitz

Lasciando Hohenzieritz si ha una bella vista sul Tollensesee e si vede già il paese di Prillwitz, che si trova sul lago Lieps. Il Lieps è collegato al Tollensesee da una zona paludosa. La strada di collegamento per Prillwitz scende piuttosto ripida. I pellegrini sul ramo occidentale del cammino possono quindi aspettarsi una sudata salita dopo Prillwitz e sperare che non faccia troppo caldo, o almeno che il piccolo caffè di Hohenzieritz sia aperto. A Prillwitz visitammo per prima la bellissima cappella «del Buon Pastore», donata dal nuovo proprietario del castello di caccia. Fu costruita nel 2011 con mattoni di clinker vecchi di oltre cent’anni.

Cappella del Buon Pastore

Chiesa di Prillwitz

Canonica di Prillwitz

La chiesa evangelica del posto risale al Medioevo ed era originariamente una chiesa in mattoni. Nel 1730 fu trasformata in una costruzione a graticcio e nel 1893 ricevette una torre in stile neogotico. Oltre al bellissimo pulpito e all’altare intagliato, qui salta all’occhio la loggia patronale con i suoi numerosi stemmi di famiglia. Accanto alla chiesa potemmo già notare i progressi nella ristrutturazione della canonica: qui dall’autunno dovrebbe esserci un alloggio per pellegrini. Ci allontanammo poi un po’ dal cammino per andare all’approdo dei battelli di Prillwitz. C’è un servizio regolare di battelli dal Lieps attraverso il Tollensesee fino a Neubrandenburg. A destra della strada per arrivarci si guarda in un parco paesaggistico molto ben curato, alla cui estremità orientale si trova il già citato castello di caccia. Il castello di caccia ha una storia movimentata. Accanto alla casa padronale del XVIII secolo, tuttora esistente, fu costruito nel 1890 dal granduca Federico Guglielmo II di Meclemburgo-Strelitz per suo figlio; dopo il 1945 fu saccheggiato e usato come alloggio per profughi. Nel 1955 l’Energiekombinat Neubrandenburg rilevò l’edificio come struttura per le vacanze. Nonostante alcune ristrutturazioni adeguate allo spirito del tempo, il castello fu così almeno salvato dal degrado. Dal 1995 il castello è un hotel con ristorante, dal 2006 è di proprietà privata ed è stato restaurato con gusto. I lavori di ristrutturazione sono ancora in corso. Il parco è rimasto aperto alla popolazione, con alcune condizioni. E così vedemmo alcune persone passeggiare nel parco e molti bambini giocarvi.

Approdo dei battelli di Prillwitz

All’approdo incontrammo alcuni allegri gitanti in bicicletta che facevano una sosta qui con qualche bottiglia di birra, caffè e uno spuntino. Appena salutammo, fummo subito smascherati come sassoni. Due chiacchiere e proseguimmo verso il pontile. Accanto c’è una spiaggia per fare il bagno, e due donne piuttosto robuste si erano persino avventurate nelle acque fredde del Lieps. Da un’isola nel lago arrivavano le grida di centinaia di uccelli: centinaia di cormorani avevano ormai preso il potere. I loro escrementi avevano spogliato gli alberi quasi del tutto delle foglie.

Il Lieps

Il Lieps fa parte della riserva naturale Nonnenhof, estesa per 1049 ettari. Circa 170 specie di uccelli vi trovano il loro luogo di nidificazione. Anche la lontra e diverse specie rare di pipistrelli sono di casa qui. Ogni anno, durante la migrazione, sostano qui fino a 17.000 folaghe e oche granaiole, oltre a diverse specie di anatre. A differenza del vicino Tollensesee, qui è vietata qualsiasi navigazione privata. Persino la pesca è proibita. Possono circolare solo i battelli passeggeri. Ma di battelli non se ne vedeva neanche l’ombra. Poco male: tanto volevamo percorrere a piedi il tratto rimanente fino a Neubrandenburg soltanto l’indomani. Per la stessa strada tornammo quindi al centro di Prillwitz, per lasciarlo in direzione di Zippelow, la nostra meta di oggi. La stretta strada asfaltata è fiancheggiata da antichissimi salici capitozzati, e sui pascoli c’erano mucche di una razza impressionantemente massiccia.

Alloggio per pellegrini a Zippelow

Dopo pochissimo raggiungemmo le prime case di Zippelow. Una salita ripida e il paese era già finito, o almeno così credemmo all’inizio. Ma sul lato destro, su una cassetta delle lettere, brillava un cartello blu e giallo da ostello, dietro il numero 6a (il minuscolo paese non ha nomi di strade): una ex stalla ristrutturata con tanto impegno e creatività. Tre giovani famiglie si sono messe insieme qui e hanno compiuto un piccolo miracolo. E due di loro aprono la loro casa anche ai pellegrini. Nel weekend di Pentecoste avevamo avuto qualche problema a trovare ancora alloggi liberi. E così anche l’alloggio dalla signora Falk era in realtà già occupato quando avevo chiesto per telefono. Pazienza, perché proprio per questo mi ero trascinato la tenda nello zaino per tutto il cammino. Quasi un po’ deluso, però, dovetti sentire che i parenti annunciati alla fine non erano venuti e che potevamo andare nell’alloggio in casa. Solo perché il cielo si stava oscurando minacciosamente e poco dopo cominciò a piovere forte, cedetti e lasciai la tenda nella sacca. Ad Andrea si leggeva il sollievo in faccia. Si salgono due piani fino a una camera arredata molto bene sotto il tetto della vecchia casa. Sul tavolo, come benvenuto, c’era del succo di mela fatto in casa.

la nostra camera

Un comodo divano letto matrimoniale aspettava i nostri sacchi a pelo. E va bene, di sicuro era tutto molto più comodo che dormire in tenda. Mi seccava solo che adesso Andrea avesse ragione, visto che già prima aveva detto che la tenda tanto non ci sarebbe servita. Ma mi tornò in mente la bella frase di Krümel, il nostro amico di Neubrandenburg, che anche lui aveva con sé una tenda nel suo cammino attraverso la Spagna: «La tenda non l’ho mai usata, però mi serviva per la testa.» Ed è proprio così anche per me. Mi sento più tranquillo se so dove e come poserò il capo la sera. Forse un giorno lo supererò. Ma per ora devo farmene una ragione e trascinarmi dietro le conseguenze. Per quanto l’alloggio fosse bello, avevamo però ancora un problema: il cibo. Lungo il cammino di oggi avevamo cercato invano dei negozi, e così rischiava di essere una serata magra. La signora Falk però ci invitò e nella sua cucina rustica mangiammo una specie di torta di spinaci (ci sarà sicuramente un altro nome, ma non me ne intendo granché), che era buonissima. A noi la cosa metteva un po’ in imbarazzo. Ma non volevamo rifiutare l’ospitalità che quella gente così gentile ci offriva. Il negozio più vicino era a Penzlin, a circa 7 chilometri da Zippelow. A piedi, nel tardo pomeriggio, è decisamente troppo lontano. Così mi feci prestare una bicicletta per andarci dopo il temporale e comprare ancora qualcosa. Uh, e come andava su e giù! E poi quel ronzino a pedali a cui non ero abituato: ci volle un po’ prima che ci abituassimo l’uno all’altro. Ma una cosa fu subito chiara: senza il cambio in alcuni punti avrei dovuto spingere. Questo paesaggio di morene frontali, con le sue salite brevi e toste, non scherza. E io non sono affatto un buon scalatore, il che dipende sicuramente dal mio sovrappeso. In lontananza vedevo le torri della massiccia chiesa di Penzlin. Ma il paese non voleva proprio avvicinarsi. A ogni discesa pensavo già al ritorno. Soprattutto entrando in paese si scendeva a lungo. In più, l’unico supermercato ancora aperto si trovava all’altro capo di Penzlin.

Vista dalla finestra del nostro alloggio

Poco prima della chiusura ero alla cassa con il mio cestino: un paio di panini, un pezzo di formaggio, un po’ di salame stagionato, due bottiglie di birra (dopo quella pedalata me le ero proprio meritate!) e una bottiglia di vino rosso. Con lo zaino pesante sulla schiena, adesso salivamo sulle colline sbuffando ancora di più, ma in compenso sfrecciavamo giù ancora più veloci. Con un po’ d’invidia guardai un ciclista da corsa che, su una salita, mi lasciò letteralmente sul posto. «Se avessi qui la mia bici da corsa! Allora sì!!» avrei voluto gridargli dietro. Così, però, ero contento che la bici da donna avesse almeno un rapporto agile. Dopo circa un’ora ero di nuovo a Zippelow, e rimasi quasi asciutto. Poco dopo il mio arrivo ricominciò a piovere più forte. Ci ritirammo quindi sotto una tettoia per auto, svuotammo la nostra bottiglia di vino rosso e guardammo la bella casa che qui ci faceva da ostello.

E ora anch’io ero proprio contento di non dover dormire in tenda.

Altri racconti di Andrea e Gert Kleinsteuber: